Anche Hitler era compassionevole nell’uccidere

Il Timone n.187 Settembre 2019

Il dibattito sul “fine vita” viene oggi, come all’origine del progetto eutanasico nazista, sostenuto con buoni sentimenti e comprensione per chi soffre. La storia del piccolo Knauer all’inizio del progetto Aktion T4

di Gianfranco Amato

Mai come in questi tempi il dibattito sul tema del cosiddetto “fine vita” appare condizionato da quell’atteggiamento che san Giovanni Paolo II, nell’Euangelium Vitae, definì «falsa pietas». Sì, proprio quello della falsa compassione sembra essere il filone che intende seguire la cultura della morte oggi dilagante. Non soltanto a livello accademico e culturale, ma anche a livello legislativo.

Prendiamo ad esempio uno dei Paesi che, con la media quotidiana di sei pazienti soppressi al giorno, rappresenta una delle punte avanzate della cultura eutanasica: il Belgio. Lì pare davvero che questo sentimento di distorto buonismo sia diventata la stella polare cui orientare tutto, persino le norme.

Non dimentichiamo che proprio in Belgio il 28 febbraio 2014 è stata approvata la legge sull’eutanasia infantile. Eh sì, non c’è nulla che possa indurre a compassione come vedere un bambino che soffre. Non è un caso che le ultime due vicende che hanno scosso la coscienza del mondo civile siano state proprio quelle dei due piccoli inglesi Charlie Gard e Alfie Evans.

Un pietoso caso umano

Pochi sanno, però, che all’origine del famigerato progetto eutanasico nazista denominato Aktion T4 c’è la vicenda compassionevole di un neonato. Si tratta del caso del “piccolo Knauer”. Il nome vero era, in realtà, Gerhard Herbert Kretschmar, un bimbo nato il 20 febbraio 1939 nella cittadina di Pomlßen.

Il piccolo era cieco, privo di una gamba e di parte di un braccio. I genitori di Gerhard, il signor Richard Gerhardt Kretschmar e la signora Lina Sonja Kretschmar, nella primavera del 1939, un paio di mesi dopo la nascita del neonato, chiesero al direttore della Clinica Pediatrica di Lipsia se fosse stato possibile “addormentare” il proprio figlio attraverso un’iniezione letale.

Il direttore, Werner Catel, pur essendo favorevole in linea di principio all’eutanasia, spiegò ai coniugi Kretschmar che non era possibile esaudire la loro domanda in quanto vietata dalla legge, ma suggerì che inoltrassero un’apposita istanza direttamente al Fùhrer, attraverso la sua Cancelleria privata, la KdF (Kanzlei des Fùhrers) diretta da Philipp Bouhler, spiegando nei dettagli il loro pietoso caso umano.

Hitler ricevette l’istanza e, pur essendo particolarmente colpito da quella triste storia, inizialmente nutrì qualche riserva perché si trattava di un minore e perché comunque l’eutanasia non era prevista dalla legge. Volle approfondire la vicenda e chiese delucidazioni ai medici della Clinica Pediatrica di Lipsia, i quali confermarono che si trattava di un caso disperato e pietoso.

Hitler, a quel punto, decise di inviare sul posto il proprio medico personale, il dottor Karl Brandt (di cui si fidava ciecamente), per accertare che le informazioni assunte corrispondessero a realtà.

Brandt incontrò i colleghi della Clinica, tra cui l’oculista Hellmuth Unger, il pediatra Ernst Wentzler, lo psichiatra infantile Hans Heinze e il già citato direttore Catel, dai quali apprese le gravissime condizioni del neonato, condizioni che potè personalmente constatare.

A quel punto, aggiornato il Fùhrer sulla situazione, Brandt diede ordine di “addormentare” il piccolo attraverso l’iniezione di una dose letale di morfina. Era il 25 luglio 1939 e Gerhard aveva cinque mesi.

Una vita non degna di essere vissuta

Per i successivi casi di eutanasia, oltre alla morfina, furono poi utilizzati anche sedativi come il Veronal, il Luminal, la Scopolamina. L’idea era quella di accompagnare “dolcemente” verso il sonno eterno coloro che vivevano una condizione esistenziale non degna di essere vissuta.

Fu proprio il caso del “piccolo Knauer” a convincere Hitler dell’opportunità di regolare la materia. Così, il 1° settembre 1939 il Führer in persona emise un ordine che testualmente riportava quanto segue: «Il Reichsleiter Bouhler e il Dr. Med. Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità, di estendere le competenze di alcuni medici da loro nominati, autorizzandoli a concedere la morte per pietà («Gnadentod») ai malati considerati incurabili secondo l’umano giudizio, previa valutazione critica del loro stato di malattia. A. Hitler».

«Gnadentod”, la morte per pietà, è la stessa che oggi invocano tutti i sostenitori dell’eutanasia, e che Wojtyla, sempre nell’Euangelium Vitae, definì, in realtà, una «de/ormitas pietatis», una perversione distorta dell’autentico concetto di pietà.

L’ordine di Hitler fu sottoscritto per ricevuta, il 27 agosto 1940, dal ministro della Giustizia, Franz Gürtner, che appose di proprio pugno sull’originale la seguente attestazione: «Von Bouhler mir übergeben am 27.8.40 – Dr. Gürtner». Il Führer ha sempre richiesto che le formalità giuridiche fossero ogni volta puntualmente rispettate.

Oggi si procede con più crudeltà?

Al processo di Norimberga il dottor Karl Brandt, durante la sua deposizione, parlò anche del caso del “piccolo Knauer” e, tra i vari dettagli della vicenda, precisò pure che Hitler si raccomandò vivamente di agire con delicatezza soprattutto nei confronti dei genitori di Gehrard, facendo in modo che «non si sentissero responsabili per la morte del loro bambino». Un tocco di sensibilità inaspettato in un personaggio sinistro come Hitler.

Karl Brandt a Norimberga

Interessante anche la testimonianza che il padre del piccolo Gerhard diede nel 1973, durante un’intervista televisiva: «Era proprio qui. Karl Brandt era qui, in piedi vicino alla finestra. Era alto e imponente. Sembrava che riempisse tutta la stanza. Mi spiegò che il Führer aveva mandato personalmente, e che era molto, molto interessato al caso di mio figlio. Il Führer voleva esplorare il problema delle persone prive di un futuro, la cui vita era senza valore. Da allora in poi, non avremmo più dovuto soffrire per questa terribile disgrazia, poiché il Führer ci aveva concesso l’uccisione pietosa di nostro figlio. (…) Ecco quel che mi spiegò Herr Brandt. Era un uomo magnifico: intelligente, molto convincente. Fu per noi come un salvatore: l’uomo che poteva sollevarci di un peso molto grande. Lo ringraziammo e gli esprimemmo tutta la nostra gratitudine».

Il dottor Brandt, per conto del Führer, “sollevò” i genitori del piccolo Gerhard dal peso enorme che li affliggeva, cercò di non farli sentire “colpevoli” dell’uccisione del figlio, e non fece pagare loro neppure un Reichsmark per la dose di morfina utilizzata nell’iniezione con cui si procedette ad addormentare per sempre il loro neonato.

I nazisti dell’epoca manifestarono un maggior senso di umanità rispetto agli omologhi contemporanei, i quali sono arrivati al punto di sopprimere le vite considerate “indegne di essere vissute” privandole della nutrizione e dell’alimentazione. Non in maniera rapida e indolore, come con l’iniezione nazista, ma facendoli letteralmente morire di fame e di sete, com’è capitato alla nostra Eluana Englaro e al povero Vincent Lambert, l’ultimo in ordine di tempo a subire tale atroce condanna a morte.

Al bar sono diventati tutti Seneca

Sembra di essere tornati indietro di duemila anni, all’epoca della filosofia cinica e stoica, e oggi si riascoltano al bar discorsi come quelli che era solito pronunciare Seneca: «C’è un solo modo per entrare nella vita, ma molte possibilità di uscirne; perché dovrei aspettare la crudeltà di una malattia o di un uomo, quando posso andarmene sfuggendo ai tormenti e alle avversità? Si può scegliere la morte come si sceglie la nave quando ci si accinge a un viaggio, o si sceglie una casa quando si intende prendere una residenza».

Come se duemila anni di cristianesimo fossero passati inutilmente. Per arrestare questa deriva disumana occorre ripartire dalla «vera pietas», dalla logica del Buon Samaritano che spinge ad accompagnare nel momento del bisogno, a dare un senso alla sofferenza, a difendere l’intangibile dignità di ogni essere umano in qualunque situazione si trovi, a rispondere al grido di aiuto di un fratello che soffre, a riconoscere nel dolore altrui il dolore che Cristo ha patito per salvare tutti noi.

Ci ricorda ancora una volta l’Evangelium Vitae che l’autentica compassione «efficit ut cum alterius dolore homo societur, non autem eum perimit cuius aegritudo toleran non potest», rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza. Questa è la vera rivoluzione dell’amore che il cristianesimo ha portato nella storia dell’umanità.

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