Il cardinale che riformò se stesso

Litterae Communionis

Anno VI – Novembre 1979

Cercate ogni giorno il volto dei santi… 4 novembre Carlo Borromeo

Germana Jannaccone

«”Voi siete il sale della terra …”»

(Mt 5,13). «Tu fosti sale, tu che nel tuo cuore hai conservato le parole del Signore e in cui vediamo vivamente espresse tutte le proprietà del sale infatti, anche in piccola quantità basta a dar sapore a molti cibi. E tu, abbenchè solo e lontanissimo di paese, hai dato sapore alle anime e ai cuori di numerosissimi fedeli… Quanto ti è debitrice la Chiesa, o santissimo pastore! Hai sostenuto fatiche immani, hai intrapreso viaggi, ti sei recato dagli imperatori. E cosa dire dell’odio che, per amore della Chiesa, ti sei attirato? Delle insidie che hai subito, del disprezzo in cui sei stato posto, delle sofferenze che hai vissuto? Sì, davvero sei stato per le tue pecorelle un pastore diligentissimo, per il tuo popolo un fortissimo condottiero, agli ignoranti maestro, agli infermi medico, agli estinti vita, a tutti padre».

Per la solennità di S. Ambrogio, nel dicembre 1583, Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, pronunciò queste parole che a ragione possiamo ripetere di lui, tentando, con una certa trepidazione, di delineare la sua statura di Santo.

* * *

Quando il Papa Paolo III (Farnese), nel dicembre 1545, diede il via ai lavori del Concilio di Trento, la Chiesa era così sfigurata da non avere più alcun tratto della sua natura evangelica. Non vi si trovava traccia di umiltà, di povertà, di continenza, di impeto apostolico: il clero era corrotto e viveva nella lussuria, nella sfrenata ricchezza, si asteneva da ogni servizio liturgico compresa la celebrazione della S. Messa.

Nelle diocesi l’assenza ininterrotta dei pastori durante circa ottant’anni, aveva causato la totale rovina. E vero che assai prima di Trento vi furono santi uomini e sante donne — religiosi e laici — che si impegnarono e lottarono per ritrovare e testimoniare la fede, ma erano piccole luci in una notte così tenebrosa che si sarebbero presto spente se da Roma non fosse partita una riforma ufficiale: la Chiesa doveva ormai essere riformata tutta intiera, gerarchia e fedeli.

Sotto il pontificato di Paolo III si tennero a Trento dieci sessioni e se ne conclusero solo quattro: sulla Scrittura e Tradizione, sul peccato originale, sulla giustificazione e sui Sacramenti. Nel 1549, poco prima di morire, Paolo III sospese il Concilio. L’XI sessione si aprì nel 1551 e ne seguirono altre cinque sotto Giulio III.

Un anno dopo fu di nuovo sospeso: stava per scoppiare la guerra contro la lega smalcaldica. Il mondo cattolico era sconvolto.  Al Papa Paolo IV (Carafa) che nel gennaio 1559, durante una congregazione dell’ Inquisizione che si teneva a Roma, esclamò «Reforma! reforma!», il buon cardinale Pacheco ebbe l’ardire di rispondere: «Padre Santo, la riforma deve cominciare da noi stessi».

In quello stesso anno Carafa morì e fu eletto Gian Angelo de’ Medici che prese il nome di Pio IV. Parlò subito di voler riprendere il Concilio a Trento, mentre i principi, soprattutto quelli francesi, cercavano di tergiversare. L’appoggio e l’aiuto che Carlo Borromeo diede allo zio Pio IV fu determinante e finalmente, nel 1562, si aprì la XVII sessione del Concilio che terminò due anni dopo.

Ormai non c’era che da applicare le norme e i decreti conciliari, e noi che siamo figli di un post-concilio sappiamo bene quanto sia difficile. Per Carlo Borromeo vivere l’obbedienza al Concilio diventa la ragione d’essere della sua esistenza. Uno dei padri conciliari, il santo domenicano Bartolomeo de Martyribus, aveva coraggiosamente affermato: «Gli illustrissimi cardinali hanno bisogno di una illustrissima riforma!».

Carlo accoglie con gratitudine queste parole nel suo cuore e si consiglierà con lo stesso Bartolomeo de Martyribus — venuto a Roma nel 1563 — sul modo di concretizzare e mettere in pratica quel monito: «Padre, vi prendo a modello per la vostra vita santa». Giustamente il Borromeo è stato visto come il genio pratico della riforma ecclesiastica postridentina.

Pio X ha affermato che S. Carlo riunì in sé tutte le doti di un vero riformatore, che in altri grandi uomini vediamo, magari, come distinte o disperse: virtù, saggezza, carità, dottrina, autorità, forza impeto, alacrità. Ancora oggi parla e ci insegna suggerendo i criteri di un rinnovamento pastorale conforme alla nostra epoca.

Cardinale-nepote appena uscito dall’adolescenza, immerso in una corte corrotta, Carlo, con tutta la sua vita, mette fine anche alla piaga del nepotismo, che si era consolidata con l’avvento del papa spagnolo Callisto III (Borja), mostrando che un cardinale-nepote può riformare la Chiesa, se parte dalla riforma di se stesso.

Consacratosi tutto a quest’opera divorante, Borromeo precedeva gli altri, incominciando ad essere esigente con sé prima che con loro. Tutti i santi sono eredi della Tradizione: tutti, anche i più ricchi di carismi, non fanno che trasmetterci i valori che incessantemente fluiscono dalla Grazia di Cristo. L’essenza della sua santità sta nell’aver realizzato l’identità del Vescovo che è quella di essere pastore ad imitazione del Cristo Buon Pastore.

Francesco di Sales, Bellarmino, Filippo Neri, Vincenzo de’ Paoli ne raccomandavano l’esempio convinti che lo «spirito ecclesiastico» era entrato con impeto nel suo cuore, lo aveva inondato e da qui, come un grande fiume, poteva inondare il mondo. Da tutte le parti, infatti, ci si volgeva a Milano per trovare il pastore del Concilio di Trento.

La sua riforma è fatta di amore, non di odio, porta soccorso senza disperderersi in critiche, restaura senza distruggere, avanza di progresso in progresso senza segni di arresti. Visse l’insonne ansia per ridare alla Chiesa il suo volto genuino e splendente, un’ansia che lo consumò come lui stesso ebbe a dire, qualche settimana prima di morire: «La candela per illuminare gli altri deve consumarsi».

Un’ansia che era il riflesso del suo bruciante desiderio di Dio. Quell’ansia, quell’amore divorante per Dio e la passione per la Chiesa noi li abbiamo visti, nel nostro tempo, nella vita e nel volto di un altro grande vescovo di Milano, il venerato papa Paolo VI.

* * *

Carlo nacque il 2 ottobre 1538 nella rocca di Arona, sul lago Maggiore, dal conte Gilberto dell’illustre famiglia Borromeo e da Margherita de’ Medici. Di salute fragile sarà malaticcio per tutta la vita. Secondo l’uso corrente, essendo figlio cadetto, ancora bambino gli viene imposto l’abito ecclesiastico e a dodici anni riceve in commenda l’Abbazia dei SS. Gratiniano e Felino, in Arona, con un reddito di duemila scudi che il giovanetto userà a favore, dei poveri. Dopo i primi studi fatti a Milano, si iscrive all’università di Pavia: nel 1559 consegue il diploma in utroque jure (diritto civile e canonico).

Il 1559 segna un fatto importante per i Borromeo. Quattro anni prima, nel 1555, era morto il Papa Giulio III: il successore, Marcello II muore dopo un mese di pontificato e nel maggio 1555 diveniva Papa Gian Pietro Carafa con il nome di Paolo IV. Uomo severo e rigidissimo resse la Chiesa sino al 1559. Il popolo desiderava un Papa buono, comprensivo, e grande fu la gioia quando l’elezione cadde sul cardinale Gian Angelo de’ Medici, fratello della mamma di S. Carlo, che prende il nome di Pio IV, volendo così indicare la sua linea di governo.

Il Papa de’ Medici chiama subito presso di sé, a Roma, i due nipoti Federico e Carlo: Carlo è nominato segretario di Stato (il primo nella storia della Chiesa e l’organizzatore definitivo dell’istituzione) e poco dopo gli viene data la berretta cardinalizia, a soli 22 anni di età. Dal 1560 al 1565 Carlo è a Roma ed inizia la sua attività prodigiosa. Da cardinale assume la funzione di protettore del Portogallo, dei Paesi Bassi, dei cantoni svizzeri cattolici, di alcuni ordini religiosi e conserverà questi incarichi sino al 1572.

Sempre nel 1560 è nominato amministratore della diocesi di Milano ma con l’obbligo di risiedere a Roma. Il 1562 è l’anno della «grande conversione» di Carlo. A partire da questa data la sua vita muta radicalmente. Il fatto che provoca la «conversione» è l’improvvisa morte del fratello Federico. Mentre tutti si sarebbero aspettati che Carlo prendesse il posto del primogenito, mentre il Papa era disposto a concedergli le dispense necessarie per le nozze che avrebbero dato ai Borromeo l’erede, Carlo, il giorno stesso della morte del fratello, decide di farsi ordinare prete.

Come sacerdote potrà finalmente applicarsi con ogni cura a vivere e a far vivere i decreti del Concilio di Trento che sono stati approvati. Con il padre confessore confronta la sua giornata per stabilire ciò che deve cambiare: molta più preghiera, nessuna concessione alle vanità, sobrietà nel vitto e nel vestito, ecc….

Nel 1564 è eletto arcivescovo di Milano. Non potendo lasciare subito Roma nomina suo vicario generale un santo sacerdote veronese, Nicolò Ormaneto, collaboratore del grande Vescovo di Verona Gian Matteo Giberti. Alla morte di Pio IV, dopo l’elezione del Papa Pio V (Ghislieri) Carlo potrà raggiungere definitivamente Milano per essere unicamente Vescovo e dare l’esempio agli altri Vescovi che non si decidevano a risiedere nelle loro diocesi, nonostante il decreto conciliare.

L’Ormaneto aveva preparato la riforma della Diocesi convocando il Sinodo di tutti gli ecclesiastici: alcuni si erano ribellati ed erano ricorsi al governatore. La situazione del clero e del popolo era assai grave: non erano sufficienti i bagliori di luce che venivano dall’esempio dei Chierici di S. Paolo (i Barnabiti) o da pochi altri religiosi.

Il 23 settembre 1565, a 26 anni, Carlo Borromeo giunge a Milano: la sua vita sarà tale da apparire fantastica se tutti i fatti non fossero comprovati dai suoi biografi contemporanei, primo fra gli altri un chierico di S. Paolo, Carlo detto Bascapè, uno dei segretari dell’Arcivescovo. La provincia ecclesiastica milanese comprendeva quindici vescovadi nel milanese, nel Piemonte e nella Liguria.

S. Filippo Neri

Il Borromeo vuole conoscere il suo gregge e farsi conoscere, vuole esaminare di persona tutte le situazioni: per questo sa circondarsi di collaboratori molto capaci e devoti per la riforma della diocesi («La mia Chiesa è la cosa che più mi sta a cuore tra tutto ciò che esiste al mondo»), per le visite pastorali ed apostoliche, per avere consigli sollecitando giudizi critici e correzioni.

Per questa sua capacità si sentì chiamare in una lettera di S. Filippo Neri e con fine ironia: «ladro di santi!». Valendosi delle facoltà concesse ai Vescovi dal Concilio, abolisce una trentina di parrocchie, ne istituìsce di nuove, riforma le pievi e i vicariati, crea la funzione di vicario generale. Accanto al seminario maggiore diocesano iniziato dall’Ormaneto, Carlo fonda seminari minori e specialmente visita tutti i conventi maschili e femminili, valorizza le Congregazioni di buono spirito, specie i Barnabiti, i Gesuiti, gli Oratoriani, le Orsoline, corregge e richiama gli Ordini che non vivono più l’antica regola.

Subirà, per questo, la rivolta dei Canonici della Scala che lo spingeranno fuori dal convento picchiandolo, e la congiura degli Umiliati. Uno di loro, dopo alcuni tentativi falliti, riesce a preparare il più famoso attentato alla vita del santo. Il mercoledì 26 ottobre 1569, Carlo prega nella cappella privata con quel gruppo di ecclesiastici e laici che formavano la famiglia del Vescovo.

È l’ora del Vespero, stanno cantando un versetto del Vangelo «… non si turbi il vostro cuore …» quando, all’improvviso, risuona una detonazione. Dalla porta, il frate detto «Farina», tira un’archibugiata diretta al Cardinale. Colpito alle spalle e credendosi ferito, non perde la calma e fa segno agli amici che correvano verso di lui di stare fermi finché non fossero terminate le preghiere.

Considerandola un’offesa strettamente personale, non voleva nemmeno che si ricercasse e punisse il colpevole. Ben diversa la sua reazione quando si trattava di offese alla fede o di resistenza alla riforma. La sua opera, d’altra parte, incontrò forti e pesanti ostilità, contrasti con le autorità civili per motivi di esenzioni, per le celebrazioni carnevalesche immorali, ecc….

Le difficoltà non riuscirono mai a fermarlo. Promosse e favorì il sorgere di opere di assistenza sociale: per i mendicanti, i poveri, le prostitute, servendosi di tutti i beni del suo casato di cui poteva disporre. Istituì le confraternite che, oltre ad essere di aiuto a coloro che ne facevano parte, si proponevano scopi particolari: istruzione catechistica al popolo, diffusione del culto eucaristico, aiuto e conforto ai carcerati, ecc….

Pensò anche ad un gruppo di laici oblati, senza voti, che si mettessero al servizio del Vescovo per la Pastorale. Fondò luoghi di cultura: collegi, l’università di Brera, la facoltà teologica a Milano. Fu educatore di tutte le età e di tutti gli ambienti. Riformò la liturgia, difese il rito ambrosiano, si occupò per un nuovo Breviario ambrosiano, diede anima e spirito ai riti e ai gesti liturgici.

Si impegnò per condurre i fedeli alla comprensione e all’adorazione dell’Eucarestia, inculcò la devozione al Crocefisso, alla Vergine (come pellegrino andò a visitare i santuari mariani più famosi), agli angeli e ai santi. Convocò sei concili provinciali, undici sinodi, scrisse decreti, istruzioni, regole e costituzioni, lettere pastorali.

Grande merito di S. Carlo fu di aver impedito, nel 1566, l’introduzione a Milano dell’Inquisizione Spagnola. Il suo zelo fu infaticabile e toccò il prodigioso nei viaggi per le visite pastorali: arrivò nelle zone più remote e sperdute della diocesi, in uno stato di dolore, non per le difficoltà dei mezzi di trasporto (a piedi, sul mulo, con le barche), non per le malattie e le febbri che tormentavano sempre il suo debole corpo, ma per l’abbandono della fede che vedeva.

Viaggiava solitamente di notte per risparmiare il tempo. Portava con sé il suo confessore per bagnarsi ogni giorno nel Sacramento della Penitenza. Più di una volta visitò le tre valli svizzere, Levantina, Blenio, Rivera e mutò, punì, rimosse dai benefici e dall’ufficio sacro parecchi sacerdoti, preoccupato per i popoli vicini in balìa dell’eresia calvinista; più di una volta visitò le parrocchie di Milano e del milanese, andò a Mantova, Cremona, Bergamo, Brescia e Valtellina, Castiglione delle Stiviere. La sua premura, la sua carità pastorale si estese ovunque.

Sopportava ogni disagio: freddo, caldo, digiuni, scomodità. Aveva sempre amato la povertà e aveva ogni giorno meno bisogni del giorno prima. Vedendolo lavorare, apparivano due caratteristiche: da un lato pareva affidarsi totalmente a Dio, senza porre alcuna fiducia nelle capacità umane; dall’altro enormi erano l’attenzione, il profondo impegno, la ponderazione nel fare e decidere le cose.

In realtà, la fede di cui era fatto, proprio quella fede gli permetteva di applicare l’antico proverbio: «age quod agis», (quello che fai, fallo fino in fondo), ma con la certezza della parola evangelica: «servi inutili sumus».

Nel luglio 1576 arriva a Milano la peste che già da qualche tempo infieriva a Venezia, Mantova guadagnando poco a poco terreno verso ovest. La drammatica epidemia illustra in modo supremo la dedizione, l’abnegazione senza riserve, la carità illimitata del Santo: è infatti passata alla storia come «la peste di S. Carlo».

S. Carlo era assente per una visita pastorale: rientra immediatamente proprio mentre il governatore spagnolo e il gran cancelliere fuggono da Milano. Organizza subito preghiere, funzioni religiose di impetrazione e supplica; incurante del contagio visita i malati, li nutre, li cura, li conforta. «Dal momento che nessuno ci aiuta — grida un appestato rinchiuso al Lazzaretto — dacci, o padre, almeno la tua benedizione».

Carlo non ha più tregua: corre, scrive, supplica, piange perché i preti non vanno dagli ammalati, chiede e ottiene dal Papa la facoltà di vendere gli immobili dell’episcopato, di usare i soldi destinati ad altre attività. Chiama i religiosi: «non vi chiedo un atto di eroismo, vi propongo di essere cristiani!».

Poco a poco rispondono al suo appello, quasi calamitati dall’esempio del Pastore. Per tutto il tempo che durò la peste, Carlo non tenne più conto né del cibo né del sonno, nutrendosi di pane ed acqua, dormendo poche ore su di un asse coperto di paglia («un buon mezzo di non sentire che il letto è freddo, è di coricarsi più freddi del letto stesso»).

Nell’ultima estate della sua vita aveva iniziato un’altra visita pastorale in diocesi. Poi si ritira sul monte di Varallo per qualche giorno di esercizi spirituali, trascorrendo le notti in preghiera. È assalito da una febbre forte: mancavano tre giorni alla solennità di Tutti i Santi e il Vescovo voleva celebrarla a Milano, col suo popolo.

Parte per Ascona, in Svizzera, a motivo di un incarico pontificio. Ad Ascona sta malissimo. Riparte, giunge ad Arona dove celebra l’ultima S. Messa e un nuovo attacco di febbre lo porta in fin di vita. Su di una barella, in barca, attraversa il lago, il Ticino, il canale e giunge a Milano. Alle 20,30 del 3 novembre 1585, il grande Pastore va a vedere Dio.

Per suo desiderio, sarà sepolto nella Cattedrale sotto il pavimento, in una semplice tomba. Nel 1610 la Chiesa lo proclama Santo. Alla notizia della sua morte, il Papa Gregorio XIII scrive: «Si è spenta una grande lucerna in Israele».

E a nome del Sacro Collegio il cardinal Sirleto potè dire: «… Fu l’ornamento più splendido della Chiesa di Dio: il sale, la luce, la lampada… Ha illustrato la Chiesa con la sua fede, la sua saggezza, la sua maniera di vivere, il suo governo. La sua fede è quella di un martire perché non lui è mancato al martirio ma il martirio a lui la sua sapienza è quella di un dottore, la sua vita quella di un confessore, il suo governo di un Pastore …».

Può restare nascosta sotto il moggio questa lampada? Possiamo dimenticare che S. Carlo Borromeo ci ha insegnato che «alla base di ogni pastorale, c’è il pastore?». Possiamo ignorare il suo segreto? «Il segreto di quella eroica vita — ha scritto l’E.mo cardinale Giovanni Colombo — è l’Amore: un amore puro, immenso, totalitario. Questo amore accese in lui due grandi devozioni, quella del Crocefisso e quella dell’Eucarestia … vi trascorreva da­vanti lunghe ore, meditando, adorando, amando, piangendo d’amore. … Ora la Chiesa di nuovo invoca per ritrovare in modo adatto al nostro tempo, i valori perenni del vivere cristiano… tornano i tempi di S. Carlo. Ritorni, dunque, anche S. Carlo!».

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Bibliografìa

Andrea Deroo, San Carlo Borromeo, Ancora, Milano 1965 Giampietro Giussano, Vita di San Carlo Borromeo

Ildefonso Shuster, II IV centenario della nascita di San Carlo, Varese 1937

S. Vitali, Storia del Concilio di Trento, Roma 1910 Omelie e discorsi di San Carlo Borromeo, (in latino), ed. Saxius Milano 1947

Testes choisis de Saint Charles Borromée, Namur 1962

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