Card. Brandmüller: “‘Amazzonia’ è solo l’etichetta”, il fine è “la ristrutturazione radicale della Chiesa secondo il ben noto programma”

Frankfurter Allgemeine Zeitung

Card. Walter Brandmüller Spirito nella bottiglia: i tempi della fioritura ecclesiastico-culturale sono sempre stati caratterizzati anche dalla fedeltà al celibato. Una risposta alle tesi di Hubert Wolf.

Proprio in tempo prima dell’inizio del controverso Sinodo amazzonico, convocato per ottobre, appare un articolo di Hubert Wolf sul celibato: “Matrimonio e consacrazione non si contraddicono a vicenda”.

Nessuno che osservi attentamente la situazione attuale della Chiesa cattolica crederà seriamente che nel Sinodo di ottobre si debba trattare davvero del destino delle foreste amazzoniche e dei loro abitanti – non sono più che la metà degli abitanti di Città del Messico. “Amazzonia” è solo l’etichetta – lo “spirito nella bottiglia” ha un altro nome: ristrutturazione radicale della chiesa secondo il ben noto programma.

Un punto chiave è il celibato. Quando il celibato cade, dicevano già gli oppositori della Chiesa alla fine dell’Ottocento, allora anche la Chiesa è finita. In questa strategia vanno allineati anche l’articolo e il nuovo libro di Hubert Wolf. Invece di commentare criticamente le singole affermazioni di Wolf, sembra più propositivo fare riferimento ai fatti reali.

Bisogna chiarire che il requisito del celibato per i candidati agli ordini maggiori non si basa semplicemente su una legge ecclesiastica che potrebbe essere abrogata o modificata dall’atto legislativo di un papa o di un concilio.

Gli apostoli hanno abbandonato ogni cosa.

Anche l’affermazione spesso letta che il celibato non è un dogma non è stringente. In effetti, il celibato non è un insegnamento della Chiesa. Tuttavia, è richiesta la disponibilità del candidato all’ordinazione a far propria, con il sacerdozio, la forma di vita di Cristo e dei suoi apostoli. Proprio per questo motivo il celibato è contenuto genuino della tradizione apostolica.

Questo è ciò che gli apostoli “trasmettono attraverso la predicazione orale, l’esempio e l’istruzione, ciò che avevano ricevuto dalla bocca di Cristo, stando con lui e attraverso la sua opera, o ciò che hanno imparato dall’ispirazione dello Spirito Santo”. Questo è ciò che insegna il Concilio Vaticano II.

Questa “tradizione” ha lo stesso valore vincolante della Sacra Scrittura: entrambe contengono una rivelazione divina. Così i primi discepoli di Gesù, che poi chiamò apostoli (inviati), secondo quanto dice il Vangelo lasciarono casa, fattoria, moglie e figli, padre e madre, per seguire Gesù.

Sarebbe incomprensibile supporre che gli autori dei Vangeli abbiano disegnato qui un ideale che la loro stessa vita reale avrebbe contraddetto. L’”abbandono di tutto” per il Vangelo è, in ogni caso, lo stile di vita dei discepoli di Gesù del primo secolo.

Se vi aggiungiamo l’apostolo Paolo, che stima altamente il celibato per servire la “causa di Gesù”, è chiaro che il celibato corrispondeva – e corrisponde – al servizio del Vangelo. Nel passaggio al periodo post-apostolico a partire dal 70 d.C. sorsero nelle città numerose comunità cristiane, motivo per cui nelle lettere a Tito e Timoteo già si ordina l’instaurazione di presbiteri – gli anziani – mediante l’imposizione delle mani (consacrazione).

Tra le altre cose, al candidato si chiede di essere stato “sposato una sola volta”, il che esclude una persona sposata in un secondo matrimonio.

Tempi di fioritura ecclesiastico-culturale

Come si giustifica questa restrizione? Si credeva che chi, rimasto vedovo, si fosse risposato una seconda volta, non avrebbe avuto la forza di restare astinente come richiesto al presbitero. Per questo motivo venivano consacrati uomini che avevano figli già grandi.

Così, dal momento della consacrazione, proseguiva la vita familiare, ma non la comunione sessuale coniugale. E’ evidente che si trattava di una pratica vissuta molto prima che fosse formalmente prescritta come legge. Non c’è quindi alcuna traccia di discussioni al riguardo, come invece ci si sarebbe potuti aspettare se fosse stata imposta una nuova legge in modo autoritario.

Al contrario, ben presto si cominciò a consacrare solo uomini più giovani non sposati. Una linea diretta collega le parole e l’esempio di Gesù e degli Apostoli attraverso il Corpus Iuris Canonici del Medioevo fino al Codex Iuris Canonici del 1983. Questo percorso attraverso i secoli ha avuto indubbiamente le sue salite e discese. Ma a posteriori è chiaro che i tempi di fioritura ecclesiastico-culturale sono sempre stati segnati anche dalla fedeltà al celibato – e viceversa.

C’è stato, ad esempio, il tempo di Carlo Magno e dei suoi discendenti, i tempi del “Rinascimento carolingio”, poi il fiorire ecclesiastico-culturale tra gli imperatori sassoni, che andrebbero qui menzionati.

L’ideale del celibato

Successivamente il Movimento Francescano, l’Ordine di San Domenico, che si diffuse epidemicamente nelle università allora sorgenti, e prima ancora la fondazione di centinaia di monasteri cistercensi fino in Polonia, testimoniarono la forza di attrazione dell’ideale del celibato per il Regno dei Cieli.

Questi furono i potenti impulsi da cui fiorì la cultura dell’alto Medioevo. Questo vasto paesaggio di verità, bontà, bellezza, santità scompare quando i riflettori si rivolgono voyeuristicamente a quegli scandali, naturalmente presenti, che ai nostri giorni hanno lo scopo di screditare l’istituzione, il valore spirituale del celibato sacerdotale.

Qui non si può parlare di scienza storica seria, come non era storia quando si scrivevano solo vite dei santi e canti di eroi. Con quale motivazione Wolf ignora i risultati di autori riconosciuti come Henry Crouzel (1963), Roger Gryson (1970), Christian Cochini (1981/1990), Johannes Bours e Franz Kamphaus (1991), Alfons M. Stickler (1993), Stefan Heid (2003), Klaus Berger (2009) e Andreas Merkt (2015)?

Si può discutere su quale parte della storia si siano alternate luci e ombre – ma, per favore, secondo i requisiti del metodo storico-critico e non sotto l’influenza dell’adrenalina. Ora, però, in questo contesto, si fa sempre riferimento all’esempio delle chiese ortodosse o bizantino-orientali unite a Roma. Lì si richiede il celibato ai vescovi, ma non ai sacerdoti, motivo per cui i diaconi di solito si sposano prima dell’ordinazione sacerdotale.

Differenze tra vescovi e sacerdoti

In questa pratica “ambienti riformisti” ritengono di vedere un modello con cui rimediare alla carenza di sacerdoti nell’Occidente latino: una carenza di sacerdoti che, se si confronta il numero di sacerdoti con quello dei cattolici che partecipano alla vita ecclesiale, in realtà non esiste affatto. In realtà non si vogliono più quei sacerdoti ordinati che Martin Lutero definì oltraggiosamente semplici “idoli dell’olio”, essendo tutti i battezzati in quanto tali già papa, vescovo o sacerdote.

Ma anche il regolamento della Chiesa orientale suscita domande. È notevole che il celibato è ancora obbligatorio per i vescovi, mentre il matrimonio è permesso per i sacerdoti, ma in preparazione alla celebrazione eucaristica per un certo numero di giorni è richiesta l’astinenza coniugale. Non si esprime in questo regolamento una tensione tra azione liturgico-sacramentale e sesso coniugale?

Quando, nel corso della soppressione sovietica della Chiesa cattolica di rito orientale in Ucraina e nelle regioni limitrofe nel 1946 a Lviv, per mezzo di uno pseudo-sinodo organizzato dal partito, queste chiese cattoliche furono unite forzatamente alla Chiesa ortodossa russa, i vescovi rimasero fedeli al Papa e alla Chiesa fino al martirio.

Centinaia di sacerdoti si trovarono di fronte all’alternativa di rimanere in carica per sfamare le loro famiglie o di sprofondare, fedeli alla Chiesa e al suo giuramento, nella miseria. È facile immaginare quali tormenti di coscienza questi sacerdoti abbiano sofferto. Una scelta da cui il celibato li avrebbe preservati.

Il desiderio di unità

La pratica orientale descritta fu introdotta per la prima volta dal Concilio di Costantinopoli nel 691. Le disposizioni corrispondenti erano state emanate per volontà imperiale, ma non ottennero mai l’approvazione di Roma. In realtà, si trattò di una rottura con la tradizione apostolica che nessuno dei papi poteva ratificare.

Con il consolidamento della frattura tra Oriente e Occidente, si creò anche in questo senso il fatto compiuto. Quasi mezzo millennio dopo, nel corso della riunificazione delle diocesi precedentemente separate con la Chiesa d’Occidente, si venne a creare una nuova situazione.

Se in tali circostanze i papi concessero al clero di continuare nella pratica come fino ad allora, ciò era nell’interesse superiore dell’unità riconquistata. Una situazione simile si è verificata ai nostri giorni, quando nel mondo anglicano è sorto un ampio desiderio di unità con la Catholica, che ha portato al ritorno di intere parrocchie e diocesi alla comunione con Roma.

Fu Benedetto XVI che, in considerazione di questa situazione storica, permise all’ex clero anglicano, che ora cercava anche l’ordinazione sacerdotale, di restare nella loro situazione matrimoniale. Da allora in poi, tuttavia, solo i candidati disposti al celibato possono essere ammessi per l’ordinazione.

Forse questa sarebbe stata una soluzione promettente anche per l’Oriente. Negli ultimi centocinquant’anni non c’è stato quasi un Papa che non abbia sottolineato la dignità, la bellezza spirituale e la fecondità di questo modo di seguire Gesù.

La vera ragione sta nella natura stessa del sacerdozio. Il sacerdote che celebra il sacrificio di Cristo sull’altare lo fa “in persona Christi” e in virtù del sacramento dell’Ordine che ha ricevuto con l’imposizione delle mani del Vescovo. Chiunque sia così esistenzialmente integrato nell’opera di redenzione di Cristo non dovrebbe vivere anche in “persona Christi”, assumendo la forma di vita del suo Maestro?

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