Gli immigrati e la politica

Souad_Sbai

Souad Sbai

per Rassegna Stampa 2 febbraio 2011

Come voterebbero gli immigrati? Non a sinistra. Intervista (con sorpresa) alla deputata del Pdl Souad Sbai

di Pietro Licciardi

Dopo anni di retorica buonista, con una sinistra impegnata a lodare le magnifiche e progressive sorti del multiculturalismo, per parecchie persone l’elaborazione del questionario distribuito in maniera sperimentale tra un campione di immigrati lombardi dalla fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) deve essere stata una doccia fredda.

Secondo i dati, come riporta un articolo di Karima Moual su Il sole24ore.com del 2 Aprile 2010, se gli stranieri in Italia potessero votare sceglierebbero in buona parte il centrodestra. Come spiega la giornalista, interpretando presumibilmente la spiegazione dei ricercatori dell’Ismu, l’ago della bilancia sarebbero i cittadini dell’Est europeo, in particolare i rumeni, che di socialismo, e di tutte le sue varianti, evidentemente si intendono, avendole provate sulla loro pelle.

La novità, ad una anno di distanza, è che oggi a scegliere la coalizione di cui fanno parte anche quei “biechi razzisti” della Lega sarebbero anche tanti islamici, e non solo. A dirlo è la deputata Souad Sbai, marocchina, nel corso di una intervista rilasciata a Melting il mensile dei nuovi italiani.

Sbai arrivata in Italia nel 1981 per laurearsi a La Sapienza di Roma, diventata giornalista si è impegnata nella denuncia dei soprusi ai danni delle donne arabe e nel 2005 è stata chiamata a far parte della Consulta islamica, dove spesso si è trovata in contrasto con le posizioni dell’Ucoii. Nel 2008 è stata eletta alla Camera con il Pdl passando poi nel finiano Futuro e Libertà. Nel settembre 2010 è tornata tra le fila del Pdl. Collabora con Avvenire e L’Occidentale.

Qual è l’atteggiamento che hanno in generale gli stranieri e in particolare i suoi connazionali verso la politica italiana?

«La maggior parte è entusiasta. Tutti vogliono fare politica, pure troppo. Io stessa mi sono trovata molto bene con i miei colleghi, anche della Lega e di AN che spesso vengono dipinti come razzisti. In realtà mi sono trovata meno bene con alcuni dell’opposizione, che magari dicono di essere più vicini a noi immigrati. Gli immigrati non chiedono alla politica belle parole o “carezze” ma di essere considerati e aiutati concretamente a inserirsi nella società»

Quanto gli immigrati si interessano delle nostre vicende politiche?

«Si interessano moltissimo alla politica. Io ho rapporti con la comunità nordafricana, rumena e albanese dove vi sono gruppi molto attenti alle vicende politiche e da qualche anno a questa parte si sono spostati più verso il centrodestra. Fino a tre anni fa erano più vicini alla sinistra ma poi si sono allontanati per vari motivi. Molti islamici moderati si sono spaventati per l’arrendevolezza che mostra di fronte al radicalismo islamico, e non piace neppure il modo con il quale a sinistra ci si inchina verso tutte le altre culture diversa da quella occidentale. Ma dove sta scritto che tutte le culture sono uguali?

Non possiamo mettere sullo stesso piano la cultura europea, dove c’è rispetto per la dignità delle persone, con quella ad esempio africana, dove si pratica l’infibulazione sulle donne. Gli immigrati dell’Est hanno conosciuto il comunismo e sono ovviamente diffidenti ma tutti quanti si sono resi conto che la sinistra nonostante le belle parole non ha fatto nulla per gli immigrati. Durante il Governo Prodi non c’è stata neppure una sanatoria, mentre il successivo governo di centrodestra in due anno e mezzo ne ha concesse tre.

In ogni caso tutti seguono molto da vicino le vicende politiche italiane. Lo fanno attraverso i giornali delle rispettive comunità – ce ne sono 19 – e attraverso la stampa italiana. Ci sono alcuni che la mattina mi chiamano e mi fanno la rassegna stampa, perché leggono due, tre o più quotidiani. Tra i miei connazionali c’è anche chi legge regolarmente France soir. In genere soprattutto tra chi viene dall’Est Europa il livello culturale è molto alto.

Il problema maggiore è per chi non conosce la lingua italiana e questo è secondo me molto grave. Per questo ho proposto di rendere obbligatoria la conoscenza dell’italiano per ottenere la carta di soggiorno, anche se qualcuno mi ha dato della razzista. Io credo invece che si debbano avere tutti gli strumenti, e la lingua è sicuramente uno di questi, per conoscere quali sono i propri diritti e agire di conseguenza. Le donne nordafricane ad esempio sono analfabete all’86%. Nel caso delle marocchine molte sono immigrate prima che il governo di quel Paese avviasse una forte campagna di alfabetizzazione e purtroppo qui in Italia non hanno trovato alcun aiuto in questo senso, mancando una occasione di integrazione».

Che ne pensa far votare anche chi non è cittadino italiano, magari solo per eleggere il sindaco della propria città?

«La cittadinanza, e quindi il voto, deve essere il punto di arrivo di un percorso di integrazione e di conoscenza della società della quale si fa parte. Non è possibile votare senza capire niente della nazione in cui vivo. La sinistra chiede il voto anche per gli immigrati senza cittadinanza, magari solo amministrativo, ma trovo questo molto diseducativo, tanto più che vi sono comunità, come i cinesi, che votano in blocco compatto o moltissimi che provengono da paesi nei quali il voto è considerato una merce che si può vendere e comprare. Lo ripeto: prima occorre conoscere la realtà nella quale si vive. Invece trovo molto bella e utile l’esperienza del consigliere aggiunto in alcune amministrazioni locali, la cui elezione da parte degli immigrati è un primo passo verso cittadinanza, poiché li fa interessare alla propria realtà e li avvicina alla politica».

Quali sono le istanze di cui le è stato chiesto di farsi carico una volta eletta? Cosa si aspettano gli stranieri e in particolare i suoi connazionali dalla politica?

«Si aspettano tante cose…Inoltre sono attivissimi e molto critici. Mi chiamano in continuazione e qualcuno arriva con vere e proprie proposte di legge. Adesso, anche su loro richiesta, sto cercando di modificare la Bossi-Fini, perché soprattutto in tempi di crisi economica trovo disumano allontanare dall’Italia chi ha perso il lavoro, magari dopo che vi ha vissuto per anni trasferendoci la famiglia. C’è anche da parecchi islamici la richiesta di una legge che regolamenti le moschee e preveda la chiusura di quelle “fai da te”. Un’altra richiesta riguarda il burqa, contro il quale sono state raccolte in poco tempo 2.500 firme di donne terrorizzate dall’Islam radicale. Purtroppo i tempi della politica sono lentissimi. Quello sul burqa è un disegno di legge che ho presentato nel 2009 e che ancora è in discussione alla commissione della Camera, quando in Francia hanno approvato pari, pari la stessa nostra legge, in vigore da già un anno»

In genere che rapporto avevano, o hanno, i suoi connazionali e più in generale gli stranieri con i quali ha contatti con la politica del Paese di origine?

«In molti paesi, anche a sud del Mediterraneo, c’è poca democrazia e il rapporto che parecchi immigrati hanno con la politica è di diffidenza. Inoltre per molti il voto è un qualcosa, come dicevo, che si può comprare. E’ in Italia che la maggior parte ha scoperto come si può fare politica in modo democratico. Una scoperta che è avvenuta nell’arco di appena una diecina di anni e questo ci mette in una posizione particolare rispetto agli altri paesi europei. In Inghilterra, Belgio o Olanda sono gli immigrati di quarta o quinta generazione che partecipano alla politica.

Qui già gli immigrati di prima generazione siedono alla Camera. Io stessa ho un ottimo rapporto di amicizia e di eguaglianza con i colleghi, anche se ovviamente qualche volta litighiamo, ma quello che è più importante è che io sono la prova vivente che anche chi arriva oggi stesso in questo Paese può sperare un giorno di integrarsi perfettamente».

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