Una definizione della destra

pallacorda

Giugno 1789, il Terzo Stato si riunisce nella Sala della Pallacorda. Qui nascono la “destra” e la “sinistra”

La Destra rivista internazionale di cultura e politica Anno II – n. 1 – gennaio 1972

di Marcel de Corte

1. IL NOSTRO secolo non è sicuramente il secolo delle definizioni. Si compiace di essere vago, incerto, viscerale. «II moderno si accontenta di poco», scriveva Valéry. L’arte di definire, che è essenzialmente obiettiva, si è perduta. Non esistono molti filosofi che conoscano oggi «il genere e la differenza specifica». La logica classica è insegnata soltanto in rare Università.

Dappertutto è sostituito da ciò che chiamo crudamente e direttamente «la masturbazione logistica» in cui lo spirito del «logico» si crogiola nei segni e nei segni di segni, interni al pensiero, senza rapporto col reale extramentale. La filosofia contemporanea è omosessuale da cima a fondo: l’altro in quanto altro è bandito, e per essa esiste soltanto l’altro in quanto me, in quanto costruzione del pensiero autonomo.Si sarebbe potuto sperare che la teologia avrebbe salvato l’onore: il recente Concilio ha provato, almeno fino ad oggi, che essa preferisce la categoria indefinibile del divenire alla configurazione rigorosa dell’essere. Abbiamo ora dei teologi «non-figurativi»  e «atonali» come i nostri pittori e i nostri musicisti.

L’aggiornamento si lancia all’inseguimento di un mondo che fugge incessantemente davanti a lui, e si trasforma, a sua volta, in itinerario di fuga. Il tesoro delle definizioni dogmatiche, che aveva almeno il vantaggio di concentrare il pensiero sugli aspetti obiettivi del Divino, è dilapidato a beneficio d’una inflazione soggettiva senza precedenti e senza esempi nella storia della Chiesa.

2. In politica è ancora oggi peggio. La democrazia, diventata, secondo la formula famosa di Charles Benoist, un sistema in cui «si può mettere chiunque alla testa di qualunque cosa non importa quando, non importa come», ha aperto le chiuse all’informe.

Questa morte del pensiero politico è più che compensata — perché la politica, più della natura, ha orrore del vuoto — da una proliferazione di istituzioni, di «strutture», di uffici e di sportelli di ogni specie, il cui esterno è apparentemente definito da leggi e da regolamenti, persino da cartelli, ma il cui contenuto amorfo e fluido brulica di parassiti.

Se è giusto affermare con Jung che «la vita non vissuta genera la nevrosi», siamo in piena nevrosi politica: non c’è più vita politica vissuta in nessuna «democrazia», sia di stile americano, europeo, russo, africano o asiatico. La malattia politica è universale.

L’amara constatazione di Freud: «Non viviamo, siamo vissuti da forze sconosciute», è molto più vera per le collettività che per gli individui. Si può anche chiedersi se la teoria freudiana dell’inconscio abitato dai due istinti di piacere e di morte, non sia puramente e semplicemente la proiezione, nella psicologia individuale, di un fenomeno di psicologia collettiva, da parte mia, penso fermamente che la società attuale è tormentata all’interno da questi fattori di piacere e di morte che sono tutti e due indefinibili perché il loro fine è di cancellare tutto ciò che è definito nell’uomo: né il piacere né la morte lasciano al pensiero lo spazio sufficiente per meditare obiettivamente la loro rispettiva realtà. Nulla di più facile, allora, che manovrare dall’esterno una «società» nevrotica: è un’operazione di meccanica. Bastano alcune leve per sollevare una massa di uomini che non pensano più a nulla di reale. Ma il pensiero zavorrato di realtà è saldo.

3. Come dunque definire «la Destra», quando il mondo in cui siamo si rifiuta di definire qualunque cosa? Come definirla quando «la Sinistra» sommerge «la Destra» di pseudo-concetti immaginari, nati dalla soggettività? Come definirla soprattutto quando la maggior parte degli uomini detti «di Destra » si lascia vincere dalla follia indefinibile?

4. Tentiamo, usando il metodo classico che elabora una definizione nominale, che i fatti si incaricano poi di trasformare in definizione reale.

L’uomo di Destra è l’uomo che accetta la condizione umana. Correlativamente, chiunque non accetti la condizione umana non è di Destra, anche se si dice o lo si dice di Destra. È chiaro. È netto. È tutto, e potremmo fermarci qui, se la mente dei nostri contemporanei non fosse imbottita di miti e di pregiudizi, se il pensiero moderno potesse ancora vedere le realtà alle quali il linguaggio rinvia.

Accettare la condizione umana, significa ammettere la duplice e unica limitazione della nascita e della morte, con tutto ciò che comporta, né più né meno. Questo consenso non è né l’atto della vita inconscia né quello dello spirito cosciente: nell’uomo, la vita senza lo spirito non è la vita, ma il suo rottame, e lo spirito senza la vita non è lo spirito, ma la sua caricatura. Ciò che è proprio dell’uomo maturo è l’accettazione totale della vita e della morte. Egli non le sceglie. Nascita e scomparsa si pongono per lui al di là della sua libertà.

Se è lucido, contempla, con un sorriso beffardo, le contorsioni degli esistenzialisti che pretendono «farsi da loro stessi», in una specie d’incesto da cui un Aristofane potrebbe trarre, se scrivesse delle nuove Nuvole, i suoi più sicuri effetti scenici.

Quanto alla morte, l’essere umano la può scegliere soltanto apparentemente.

Anche riflettendo poco, il suicidio non è un atto che emanerebbe dell’uomo in cui lo spirito e la vita fanno una cosa sola, ma dall’uomo che non è già più uomo, che ha già rotto i ponti con la vita, che si è fatto puro spirito e che, troncando con la condizione umana, non esercita più la sua libertà di uomo.

Acconsentire alla nascita, significa molto semplicemente acconsentire all’irrevocabile relazione che ci unisce a una determinata famiglia, a un determinato ambiente, a una determinata civiltà.

Questo è un dono ricevuto in deposito che possiamo accettare, rifiutare, sprecare, dissipare. L’uomo di Destra lo investe e lo fa fruttare nel profondo dell’anima sua. Se ne sente radicalmente responsabile e tanto più in quanto si sente incaricato di trasmetterlo con la stessa liberalità usata nel riceverlo. E la sola ricchezza che possa tenere per tale e che è così incorporata al suo essere totale che si confonde con lui e egli stesso con tutti coloro che l’hanno ricevuta in retaggio. In questo caso, l’uomo di Destra è infinitamente più socialista e comunista di qualsiasi seguace di Marx, infinitamente più ricco di tutti i banchieri e i grossi industriali del mondo.

Sottrarsi agli imperativi della nascita è il segno infallibile della mentalità di Sinistra, come della plutocrazia che le è intimamente apparentata, perché ciò che è proprio della ricchezza in valori monetabili è sostituire l’avere all’essere, in quanto indice del Sacro.

«In ogni Stato civile», scrive sarcasticamente Anatole France, «la ricchezza è cosa sacra; nelle democrazie, è la sola cosa sacra». L’uomo di Sinistra, come il finanziere puro, esclude dal suo campo visivo tutti i valori gratuiti legati alla nascita e tiene in considerazione soltanto quei valori convertibili in cifre e in statistiche. Per questo la Finanza è quasi sempre complice del socialismo che aborre in apparenza.

Tutta la sua storia, nel corso di questi ultimi due secoli, è quella delle sue opposizioni e delle sue concessioni coniugate al socialismo. Essa ricerca ostinatamente un terreno d’intesa con esso perché ha la sua stessa struttura. Fin quando non si sarà compreso ciò non si comprenderà nulla della politica americana in Europa e nel mondo, che consiste nel sostenere superando ogni ostacolo, i governi socialisti o che mostrano tendenze socialiste, e nell’invitare la Russia alla competizione per «la felicità» del genere umano.

L’uomo di Destra è incapace di entrare in questa dialettica quantitativa. I valori della nascita, che gli sono cari, sono per lui valori ontologici che fanno parte del suo essere. Invitarlo a metterli sullo stesso piano dei valori economici, significa spingerlo a trasformarsi in uomo di sinistra, a negare se stesso. Non più di qualunque essere umano, egli disprezza i valori economici. Ma, per lui, essi sono strettamente e rigorosamente subordinati ai valori della nascita, della famiglia, della patria, della cultura e della civiltà, da cui il suo essere non si separa mai.

Ciò vuol dire che l’uomo di Destra trova estreme difficoltà vivendo nel mondo attuale lasciato in balìa del primato economico.

È bene che egli le subisca. Si effettua allora una scelta tra gli autentici uomini di destra e gli altri che fanno finta o sono persuasi di essere tali. L’enorme confusione che colpisce attualmente la Destra politica e sociale, le divisioni che la dilaniano derivano dal vaglio che si sta compiendo sotto i nostri occhi, laboriosamente, ma necessariamente. La cosa buona, ottima che il vero uomo di Destra possa approfondire nella prova la propria condizione umana determinata dalla nascita e dalla morte. Holderlin cantava già profeticamente: «E’ la nascita che decide, in maggior parte».

L’uomo di Destra, oggi, non ha più che una sola scelta possibile: o trasmettere ai suoi discendenti un’eredità intatta di cui avrà illuminato la sostanza, trionfando così della morte, o iscriversi al partito dei suoi carnefici, « passare ai Barbari».

Questa presa di coscienza della condizione umana e del dono gratuito che essa presuppone può condurre soltanto a Dio, alla Divinità che veglia indefettibilmente sulla Casa, sulla Patria e su questa Civiltà che suo Figlio ha eletto come luogo di nascita.

Armato in questo modo, l’uomo di Destra può resistere, invincibile, a tutti gli assalti di una Barbarie che finirà per distruggere se stessa.

L’uomo di Destra è così l’uomo della Speranza pura, quella che rimane in noi quando tutte le illusioni sono svanite. Bisogna riconoscerlo: se la Sinistra è ossessionata dal mito, la Destra ha continuato a cullarsi nella candida illusione che la sua funzione essenziale sia riconciliare il mondo antico e il «mondo nuovo». La vediamo, prendendo in esame la storia recente aggrapparsi con accanimento a valori transitori o estasiarsi davanti a valori detti «nuovi».

L’uomo dì Destra è ormai costretto a aderire ai soli valori eterni. Non ha più altro ruolo che di incarnare l’eterna condizione umana nel temporale in modo da distinguere tutto ciò che, nell’antico e nel nuovo, è capace di nutrirla e di favorire la sua perennità, lasciando cadere tutto ciò che è morto, nel vecchio e nel nuovo. Egli sa ormai che è una creatura limitata e che l’approfondimento del suo essere limitato lo pone di fronte a Dio Creatore. Cercando di conoscere la propria definizione, incontra l’Indefinibile. Accettandosi come creatura contingente, si articola fortemente all’Assoluto. Senza Te, non posso far nulla…

E’ dunque il senso nudo, liberato da ogni mitologia, il senso mistico e sacro, spogliato da ogni accidente, ridotto alla sua sostanza purissima, che egli deve ormai riconoscere alla Casa, alla Patria, alla Civiltà, alla Tradizione. Il grande albero sotto il quale si riparavano i suoi padri è stato abbattuto dai Barbari. Ma lui, l’uomo di Destra, ne conserva il seme prezioso, imperituro. Non c’è altro modo d’integrare il passato e l’avvenire che la presenza di questo piccolissimo germe che li contiene.

Occorre un carattere temprato, virile, incrollabile per imbarcarsi in questa avventura, per essere oggi semplicemente un uomo nella propria condizione d’uomo, costretto a scoprire ciò che il passato trascina in sé di eterno e di sempre nuovo. Rendersi inaccessibili all’angoscia, rifiutare le delizie dell’inquietudine, non interrogare l’avvenire deserto come suor Anna dall’alto della sua torre o come la Pizia sul tripode, avere semplicemente fiducia e incarnarla in tutta la propria condotta, fermamente di fronte ai deboli, intelligentemente di fronte agli sciocchi, sontuosamente di fronte ai ricchi, divinamente di fronte agli idoli di questo mondo, sapendo con una certezza assoluta che chiunque rinuncia alla propria condizione umana è un morto che vive, «buono per il letamaio» come diceva Eraclito; ecco ciò che d’ora in avanti è richiesto all’uomo di Destra.

In una parola: non sembrare, ma essere. Non tollerare attorno a sé, né soprattutto in sé alcuna apparenza, alcuna chimera, alcuna utopia, alcun miraggio. Dissipare tutte le suggestioni del mondo artificiale che ci circonda. Non basta forse uno sguardo calmo e diritto gettato su un fantasma perché questo svanisca?

Recuperando la propria realtà, la propria pura condizione umana, l’uomo recupera il vincolo nuziale che lo unisce costitutivamente all’universo reale: nella misura, nella sola misura in cui saremo uomini reali, potremo percepire e comprendere la realtà accessibile all’uomo. Ciò è di un’evidenza solare: per raggiungere l’altro, è necessario essere se stessi.

Ma come essere se stessi senza affermare se stessi con una tranquilla e ferma sicurezza? Operari sequitur esse. Odio da parte mia, quei sedicenti uomini di Destra che si vergognano di esserlo. L’autentico uomo di Destra è colui che ripugna a quella «Destra» la cui caratteristica principale è di cedere a tutte le pressioni sociali del rispetto umano, della paura, della moda e del conformismo. L’uomo di Destra è l’uomo che affronta, che capisce le umili realtà della Nascita malgrado tutti i sarcasmi della plebe e delle «élites», che traccia il suo solco, dritto davanti a sé. È l’uomo del progresso umano, perché è l’uomo della realtà umana, della sua definizione d’uomo.

Gli altri? Dalla Sinistra a questa Destra, dei retrogradi.

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