Il filo rosso si fa cappio al collo

Il Timone n.169 Gennaio 2018

Che cosa unisce le leggi su divorzio, contraccezione, aborto, fivet, unioni civili e eutanasia? Un unico comune denominatore fatto di autodeterminazione, volontà di potenza, egoismo, desideri-diritti e odio per la vita

 di Tommaso Scandroglio

Se decidete di iniettarvi un virus non potete poi lamentarvi del fatto che il virus si diffonderà in tutto il vostro corpo. Accettate alcune premesse, occorre accettarne anche le conclusioni. È ciò che è avvenuto con alcune leggi italiane che hanno fatto strame dei principi non negoziabili.

Varata la legge sul divorzio nel 1970 (898/70) si sono fatti propri alcuni presupposti che hanno portato dritti dritti al varo della legge sull’eutanasia licenziata dal nostro Parlamento il dicembre scorso, passando per la promulgazione, in ordine di tempo, della norma sui consultori familiari che ha legittimato la contraccezione (405/75), della legge sull’aborto (194/78), di quella sulla fecondazione artificiale (40/2004) e sulle Unioni civili (76/2016).

Ciò a dire che esiste un filo rosso che lega tra loro tutte queste pratiche e al cui capo estremo troviamo annodata l’eutanasia. Questo filo rosso sangue, come ogni altro filamento, è composto da altri innumerevoli fili più sottili. Andiamo quindi a scoprire quali sono questi fili, ossia quali sono i medesimi principi che innervano tutte queste pratiche.

L’errore dell’autodeterminazione

Partiamo dal trinomio volere-potere-dovere, iniziando dalla volontà. Tutte le sei leggi prima indicate si incardinano sul principio di autodeterminazione, però erroneamente inteso. Nel divorzio l’autonomia del singolo coniuge vince sulla famiglia, ossia sulle relazioni familiari. In particolare la libertà assoluta del coniuge prevale sul vincolo coniugale, che per sua tura appunto vincola la persona a un bene più grande dell’egoismo. La contraccezione esprime appieno volontà della donna e dell’uomo eli contrastare la finalità propria dell’atto sessuale.

Nell’aborto l’autodeterminazione della donna è l’unico criterio da seguire, dimentichi del fatto che se è lecito predicarlo a suo favore altrettanto dovrebbe essere in merito al nascituro. Proseguendo, abbiamo la fecondazione artificiale in cui le tecniche di fertilizzazione sono asservite ai desideri delle coppie, ossia alla volontà costi quel che costi di diventare genitori.

E così nella contraccezione la volontà è quella di non diventare genitori, nell’aborto è quella di negare, nonostante i fatti, di essere già diventati genitori e nella fecondazione artificiale è quella di diventarlo. Il tema della volontà è anche presente nella legge sulle Unioni civili: è il semplice desiderio della persona omosessuale di sposare una persona dello stesso sesso a legittimare il riconoscimento di questo istituto. Analogamente nell’eutanasia il mero fatto di volere la morte rende lecito il suicidio e l’omicidio.

Potere è volere.

Passiamo al secondo termine del trinomio prima indicato: il potere. Per una certa ideologia nemica dell’uomo davvero volere è potere. Se non riconosci per legge la possibilità (potere) al coniuge di divorziare, alla coppia sposata di usare della contraccezione, alla donna di abortire, alla coppia sterile di avere un figlio, alla persona gay di sposarsi, al sofferente di essere ucciso, la volontà di compiere tutte queste scelte rimarrebbe sterile, un mero enunciato di principio, un semplice anelito ma inefficace sul piano pratico.

E così per legge abbiamo consegnato al coniuge il potere di sfasciare le famiglie e uccidere la felicità dei figli, alla coppia il potere di rifiutare la vita con la contraccezione e a quella in cerca di prole il potere di uccidere il figlio, alle persone omosessuali il potere di stravolgere il significato morale e antropologico non solo del matrimonio ma anche dell’essere maschio e femmina, ai pazienti il potere di darsi la morte e ai medici il potere di uccidere i più indifesi anche senza loro consenso.

Queste norme quindi confermano giuridicamente la legge della giungla: vince il più forte sul più debole, che di volta in volta è il bambino {aborto fecondazione artificiale e unioni civili se pensiamo ai danni psicologici che subiscono i minori educati da coppie omosessuali), i figli e il coniuge abbandonato (divorzio), il disabile, l’anziano, il minore, etc. (eutanasia).

I desideri diventano diritti

Ma l’ordinamento giuridico non solo ha l’iniqua facoltà di assegnare tale potere, bensì ha il dovere di farlo L’elevazione di ogni desiderio a rango di diritto comporta che laddove c’è un diritto esista anche un dovere in capo allo Stato di rispettarlo, ossia di soddisfare le esigenze espresse dal singolo. Secondo questa prospettiva liberista, lo Stato ha il dovere di promulgare tutte queste leggi altrimenti – così si afferma – la libertà dei cittadini subirebbe una grave offesa.

Il No alla vita

Ma vi sono altri minimi comun denominatori in queste sei leggi che hanno portato il nostro Paese, nell’arco di soli 47 anni, a correre a rotta di collo lungo il burrone scosceso della dissoluzione della morale naturale. Ad esempio, una costante di queste leggi è il “No” alla vita.

Palese nella contraccezione, nell’aborto e nell’eutanasia: rifiuto di una vita possibile nella prima ipotesi e di una vita già o ancora palpitante negli altri due casi. Ma si dice “No” alla vita anche nel caso della fecondazione artificiale, dato che ben più del 90% degli embrioni prodotti sarà destinato a morire con l’uso di questa tecnica. L’opposizione alla vita è una sottotraccia presente pure nel divorzio: ad oggi sono ancora le coppie sposate che mettono al mondo più figli, rispetto alle coppie conviventi. Far morire il matrimonio compromette seriamente la possibilità di far nascere nuovi figli. Il divorzio quindi ha contribuito noi poco all’attuale inverno demografici In merito poi alle unioni civili, queste celebrano la sterilità di coppia, dato i che i rapporti carnali omosessuali sono per loro natura infecondi.

L’utile prima di tutto

Costante in queste leggi è lo spirito utilitarista che le anima. La norma positiva dovrebbe guardare al vero bene della persona, non assecondare le sue voglie magari animate solo dal proprio tornaconto personale. Ciò a dire che le scelte di divorziare, abortire, etc. nascono sempre da un mero calcolo di utilità, inteso come soddisfazione di un piacere-desiderio o come volontà di evitare un danno.

Sul primo fronte abbiamo le unioni civili, riconosciute per legittimare un mero sentimento. Sul secondo fronte abbiamo il divorzio che evita una convivenza ritenuta sopportabile, la contraccezione che vuole sfuggire all’ipotesi di una futura gravidanza intesa come un vulnus alla propria serenità, parimenti nel caso dell’aborto che esprime la decisione di liberarsi di un fardello gravoso.

Analogamente potremmo dire per il caso dell’eutanasia, invocata per non soffrire più fisicamente o psicologicamente. La fecondazione artificiale invece rappresenta sia il tentativo di eludere la sofferenza di non poter essere genitori, sia la ricerca della soddisfazione di diventarlo.

L’utilitarismo che quindi struttura negativamente tutte queste norme e ancor prima queste condotte ci fa comprendere come a monte la persona sia intesa, in tutte queste fattispecie, non come centro di imputazione morale, ossia soggetto titolare prima di doveri da cui discendono poi diritti, bensì come centro di riconoscimento di esigenze. In parole povere: l’uomo diventa un fagogitatore di piaceri, voglie e desideri, un essere solo senziente che rifugge il dolore, la responsabilità, l’impegno e la prova. L’uomo assomiglia sempre di più ad un animale.

Una società di egoisti

Questo comporta che la persona lotta solo per sé e diventa incapace di superare il proprio egoismo: nel divorzio non morendo a se stesso per amor del proprio coniuge; nella contraccezione non donando all’altro anche le sue facoltà riproduttive, nell’aborto non accogliendo il figlio anche se non voluto, nella fecondazione artificiale non accettando la propria condizione bensì esigendo il figlio come diritto e quindi reificandolo, ossia considerandolo come oggetto di soddisfazione dei propri desideri, nelle unioni civili non riconoscendo che assecondare l’attrazione omosessuale è assecondare spesso una spinta narcisistica e solipsistica, nell’eutanasia non volendo mantenere vive le relazioni con parenti e amici anche in uno stato di sofferenza.

Il baricentro dunque di tutte queste condotte e leggi è l'”io”. Se il focus è perciò centrato sull’io, non c’è posto per il “tu”, ossia l’altro da sé, che in queste pratiche viene spesso inteso come nemico. Nel divorzio il nemico è il marito, nella contraccezione il figlio che potrebbe nascere, nell’aborto il figlio già concepito, nella fecondazione artificiale madre natura che arcigna impedisce di concepire, nelle unioni civili coloro che non accettano l’omosessualità, nell’eutanasia il medico che non vuole dare la morte su richiesta.

Torniamo allo spunto iniziale. Come abbiamo visto tutti questi sottili fili rossi sono già presenti nella legge sul divorzio. Solo che di volta in volta tali fili si sono intrecciati in modo diverso e hanno prodotto diversi abiti, ma sempre fatti della medesima stoffa.

Accettando quindi il divorzio, si sono accettati anche tutti i principi in esso contenuti. E così dalla morte della famiglia siamo arrivati, con assoluta coerenza logica, alla morte per eutanasia.

Il filo rosso intessuto nel lontano 1970 oggi è diventato una robusta corda con cui impiccare l’uomo e la legge naturale impressa nel suo cuore

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