Albania anno zero

Il Venerdì supplemento di Repubblica

6 Ottobre 2017

La sede della polizia segreta diventa un museo, i suoi archivi resi pubblici, i campi di concentramento saranno dei memoriali. Il Paese delle aquile fa i conti col passato. Troppo tardi?

di Matteo Tacconi

TIRANA. Si entra da un cancello arrugginito e ammaccato. Appena oltre c’è un cane, incatenato, che sonnecchia davanti a una palazzina grigia fatiscente, senza tetto né finestre. E così sono tutte le altre lì vicino. Sono sdraiate intorno a un grosso rettangolo d’erba secca, dove ci sono una mucca e un gregge di pecore al pascolo, e galline che saltellano. Sembra una fattoria, certo improvvisata, ma è il campo di concentramento di Tepelene. E questi ruderi erano le baracche dei prigionieri e il comando delle guardie.

Situato nel sud dell’Albania, rimase attivo dal 1949 al 1954 ma tanto bastò per farlo passare alla storia come uno dei luoghi più infami del regime comunista. Ci finivano soprattutto mogli e figli di uomini invisi al regime. Le condizioni erano terribili, ricorda Lek Pervizi, che da ragazzo qui trascorse degli anni. «C’era sempre un gran vento e d’inverno faceva molto freddo, ma nei rifugi non avevamo nulla per coprirci. Il lavoro era massacrante. Si dovevano portare al campo tronchi o pesanti fastelli di legno». Li si andava a prendere sulle montagne alle spalle del campo e per farlo si attraversava il fiume che passa qui vicino, nei suoi punti guadabili.

Vi morirono in tanti. Anche bambini. «Trecento persero la vita, per la fame, il freddo e la dissenteria causata dalle condizioni igieniche terribili. La dittatura provava soddisfazione nel farci soffrire», sostiene Simon Mirakaj. Lui era bambino quando finì qui con la famiglia. «Mangiavamo una specie di minestra, e sopra ci ballavano i vermi», ricorda una terza sopravvissuta, Rudina Dema. Tutti e tre sono venuti a Tepelene a piantare degli alberelli: il primo, simbolico passo di un percorso che in futuro porterà alla costruzione di un memoriale per le vittime. Ora a ricordarle c’è solo una lapide di marmo bianco.

Sovrintende al progetto l’Autorità per le informazioni sui documenti della Sigurimi (Aidssh), i famigerati servizi segreti del regime. È nata pochi mesi fa, perché soltanto adesso l’Albania ha reso pubblici i fascicoli, a quasi trent’anni dal crollo della dittatura, avvenuto nel 1991, e in netto ritardo rispetto agli altri Paesi dell’Est. Ma è comunque un passaggio importante. Pur se tardivamente, si è cominciato a scavare in un passato denso di tragedie.

Il dittatore comunista Enver Hoxha, che restò al potere fino alla morte, nel 1985, aveva creato un apparato di sorveglianza e repressione efficiente e violento. «L’Albania era una grande prigione» spiega Gentjana Sula, la direttrice della Aidssh, che oltre a gestire i file della Sigurimi promuove il “Percorso per la buona memoria”. «C ‘erano campi ovunque, la gente vi restava per anni, persino decenni. È triste che dopo il 1991 nessuno abbia mai pensato seriamente di preservarli. Dobbiamo farne dei luoghi per la coscienza. Il progetto su Tepelene è una nostra priorità, serve a svelare il vero volto del regime».

Nella sede dell’Autorità, a Tirana, Sula ci concede di visionare rapidamente alcuni documenti. E poi parla del primo dossier aperto, e delle cose che ha rivelato. «È stato quello di Musine Kokalari, la prima dorma a pubblicare un romanzo in Albania. Fondatrice del Partito socialdemocratico, fu incarcerata e in seguito costretta ai lavori forzati fino alla morte, nel 1981. Dalle carte, richieste dalla sua famiglia, abbiamo constatato che prima dell’arresto fu controllata da una rete di ventotto persone tra agenti e informatori, e sottoposta a pressioni psicologiche. Ma abbiamo trovato anche quello che scrisse in carcere, soprattutto appunti sulla sua idea di Albania. Malgrado tutto, non smise mai di immaginare un Paese diverso».

Dunque i fascicoli possono raccontare non solo l’oppressione, ma anche la resistenza morale. E la società civile ha voglia di sapere. «Si è creato un momento favorevole per lo studio del passato. Gli albanesi, i giovani in particolare, lo ritengono un fatto che rafforza la democrazia. E ogni giorno, leggendo i giornali, si viene a sapere di mostre, dibattiti e varie iniziative». Tra le ultime, e più importanti, c’è la Casa delle Foglie (vedi box a lato, ndr): nell’ex sede operativa della Sigurimi, nel cuore di Tirana, è stato inaugurato a maggio un centro documentazione su tecniche e strumenti di sorveglianza.

Le aperture sul passato si spiegano in vari modi. Tra questi, la trasparenza richiesta dall’Europa, al cui tavolo l’Albania vorrebbe in futuro sedersi, e il fattore tempo: ne è passato ormai tanto e difficilmente salteranno fuori grossi scandali. l politici che ebbero o hanno un legame con il vecchio regime, più o meno diretto, si sentono ormai tranquilli. Non c’è più ragione di tenere i dossier nella polvere.

Questo lungo silenzio, voluto dalla politica e accettato da tanta gente compromessa per aver spiato o denunciato, «ha creato una vera e propria amnesia storica. C’è da credere che la ricerca della verità non sarà un fenomeno così potente» ragiona il regista Fabian Kati, ex detenuto politico. Un altro ex dissidente, l’intellettuale Fatos Lubonja, teme invece che la discussione sul passato resti ostaggio di una tendenza che attraversa tutta la storia contemporanea albanese: il giudizio “clanico”. «Sotto il comunismo, quando veniva scoperto un “nemico del popolo”, tutta la sua famiglia veniva condannata. Adesso funziona più o meno allo stesso modo. Si delegittima qualcuno tramite la biografia dei suoi parenti. Ma la questione non è vedere da dove viene una persona, né limitarsi a verificare cosa fece durante il comunismo. Bisogna capire come funzionava il sistema, per far sì che certe cose non si ripetano».

Kati, per soli due anni, e Lubonja, per nove, furono detenuti a Spac, a nord di Tirana. Altro posto terribile. Carcere e lavori forzati. I prigionieri venivano impiegati in una miniera di rame e pirite. «Lì dentro era caldissimo, dovevamo stare a torso nudo» racconta Kati. «Fuori invece, d’inverno, il clima era molto rigido. Spac era un mondo indescrivibile, un vero inferno». «Senza una distanza razionale, se la vivi solo emotivamente, una vita come quella ti distrugge», aggiunge Lubonja, che ha trovato proprio nella missione di scrivere di Spac il distacco che lo ha salvato. Come Tepelene, anche Spac è in rovina. Oltre all’incuria, ha subito il saccheggio. Dopo il 1991 la gente si portò via di tutto: ferro, legno, mattoni. Vigeva l’anarchia. Spac è stato dichiarato monumento nazionale nel 2007 e pure qui c’è l’idea di fare un museo, o qualcosa del genere.

È già passato molto tempo, ma forse ne serve ancora. «Dobbiamo far luce negli angoli della storia, e questo espone sia gli ex detenuti, sia chi li opprimeva.

L’Albania ha iniziato solo ora a fare i conti con il passato, quindi la strada è lunga», riflette Lejla Hadzic, responsabile di Cultural Heritage Without Borders, ong svedese che coordina l’iniziativa per Spac. Da poco sono partiti i lavori, i primi in assoluto, di restauro conservativo. E poi resta ancora aperta la questione della miniera, non esaurita. La sfrutta una compagnia privata. «Le attività si svolgono fuori dallo spazio dichiarato monumento nazionale, ma di fatto ricadono all’interno dell’area dove lavoravano i prigionieri, e questo innesca una tensione storica», dice John Eaton, collega di Hadzic. Accanto ai ruderi passano camion ribaltabili carichi di minerali, e sollevano un gran polverone.

VISITA GUIDATA NELL’EX CLINICA DEGLI SPIONI

(Guido Votano)

TIRANA. Si tirava dritto a testa bassa senza parlare, passando davanti ai mattoni rossi di questa bella villa degli anni 30, in pieno centro. Tutti sapevano che dietro quella coltre di edera c’era un segreto, pochissimi sapevano quale. Il mistero si è sciolto negli anni 90, dopo la caduta del regime comunista: la Casa delle Foglie, nata come clinica ostetrica, dal 1945 era la sede tecnica operativa della Sigurimi, l’onnipresente polizia segreta di Enver Hoxha, e dalle sue stanze venivano spiati tutti i “nemici del popolo” o supposti tali.

Chilometri di cavi da qui si snodavano fin dentro le stanze degli alberghi per stranieri e delle ambasciate, chilometri di nastri magnetici e di pellicole raccoglievano chiacchiere, sussurri, le “vite degli altri” di un intero Paese che gli spioni di stato passavano al setaccio nella loro paranoica caccia al nemico interno. Dalla scorsa estate la casa è diventata un Museo della sorveglianza, voluto dal premier Edi Rama e affidato al progetto dell’architetta italiana Elisabetta Terragni.

«La difficoltà è stata preservare i pavimenti, gli infissi, i segni del tempo, garantendo però il clima e l’efficienza di un museo contemporaneo» dice Terragni. «Gli albanesi demolirebbero e ricostruirebbero tutto da zero». Così la Casa delle Foglie, schiacciata tra una banca, una moderna cattedrale ortodossa e un grattacielo in costruzione, oggi è davvero uno dei pochi luoghi intatti in una Tirana fuori controllo urbanistico. Cinque euro di ingresso e la macchina del tempo parte già in giardino con l’immancabile bunker. Poi trentatré stanze su due piani: centinaia di registratori, teleobiettivi e microspie di ogni genere di fabbricazione prima sovietica, poi cinese, poi anche fatti in casa, sono esposti assieme alle loro fatture d’acquisto, a segnare un uso di risorse che prescindeva dalle evoluzioni politiche del regime negli anni.

C’è la camera oscura, il laboratorio dove venivano aperte le lettere destinate al dittatore nel timore contenessero agenti chimici letali. Ci sono gli schermi con le testimonianze filmate degli albanesi torturati nelle galere del regime e quelli con i film “artistici” di propaganda. C’è persino un finto bagno, che ricorda come fosse quello uno dei pochi luoghi sicuri per parlare al riparo da orecchie indiscrete.

«Leggendo sui libri non ci credevamo, poi qui ti accorgi che invece era tutto vero, e magari da qualche parte succede ancora»: agli studenti di Zurigo in visita scappa da ridere davanti a scarpe, orologi, bamboline e cappotti che nascondevano microfoni. Poi il sorriso si spegne nella stanza degli interrogatori, attiva nei primi anni, con i verbali esposti sulle lightbox e le tecniche di tortura disegnate sui muri. Uran Kostreci faceva il maestro: fu preso nel ’61, mentre tentava di scappare dal paese, e si è fatto vent’anni di campo di concentramento e sei di internamento. A ottant’anni è venuto a visitare la Casa: «A me non interessa, io queste cose le ho vissute ogni giorno. Ma questo posto serve ai giovani e agli stranieri, che non sanno niente di quel regime macabro, peggiore del nazismo, che ha ucciso e schiavizzato il nostro popolo».

Il nome di Uran è stampato sui muri di una delle stanze del museo, insieme a quelli di tutte le venticinquemila vittime di quasi mezzo secolo di comunismo. Albanesi ammazzati, imprigionati, internati da un sistema totalitario di controllo ideologico che aveva proprio qui dentro uno dei suoi snodi essenziali. E che ha lasciato ferite aperte: in tanti, prima che il museo aprisse, hanno protestato convinti si trattasse di una glorificazione del regime. Dopo averlo visitato hanno chiesto scusa.

 

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