A vent’anni dalla la caduta del Muro di Berlino

Alleanza Cattolica

Centro cattolico di documentazione

Chiesa del Carmine Pisa 23 ottobre 2009

Relatori

prof. Roberto Pertici, docente di storia contemporanea all’Università di Bergamo

Giovanni Cantoni, direttore della rivista Cristianità

Hanno aderito:

il Centro Culturale “San Ranieri”, gli Amici del Timone di Viareggio, la Compagnia del Lago di Bientina e Laboratorio 99.

Roberto Pertici: Per preparare questa conversazione ho fatto qualche lettura, costatando una cosa che per il mio mestiere è importante. Sono nato negli anni Cinquanta e nell’Ottanta sono stato uno spettatore, spettatore partecipe, di quello che succedeva e attraverso le analisi che si facevano allora sui giornali ho seguito il corso degli eventi. Una cosa però è seguire gli eventi attraverso la cronaca quotidiana e una cosa è ritornarci con la riflessione e la ricomposizione storica. Mi sono infatti reso conto di quante cose avevo dimenticato e di quanti eventi e nessi non avevo capito l’importanza e mi erano sfuggiti. Questo, per chi fa lo studioso di storia, è un insegnamento importante.

Il 9 novembre 1989, vent’anni fa, è una data che per la storia tedesca per certi aspetti è profetica. Il 9 novembre 1918 cadde l’impero guglielmino con l’abdicazione di Guglielmo II; il 9 novembre del 1938 è la Notte dei cristalli, la Pogromnacht, come si chiama oggi e il 9 novembre 1989 cadde il Muro di Berlino. E’ una data simbolica, perché l’Unione sovietica finì tre anni dopo: il 31 dicembre 1991; anche se non si può dire che il 9 novembre segna la fine del comunismo perché ancora oggi esistono al mondo regimi comunisti, come la Cina popolare, Cuba, il Vietnam e la Corea del Nord.

Il fenomeno comunismo dunque esiste ancora in alcuni residui, però il 9 novembre 1989 è una data simbolica perché sostanzialmente segna la fine del comunismo in Europa e soprattutto il quel paese, la Germania Orientale, che era stata il più macroscopico frutto della fine della seconda Guerra Mondiale, della pace che era stata attuata e delle caratteristiche della Guerra Fredda, che ha caratterizzato i successivi quarant’anni. Berlino e la Germania Est, bene o male, di questo quarantennio sono uno dei simboli più evidenti.

Quando si parla della fine del comunismo in Europa bisogna stare attenti a quell’atteggiamento secondo il quale “le cose umane finiscono” e “anche il comunismo prima o poi doveva cadere”. Credere insomma nella inevitabile caducità dei regni, degli imperi, delle costruzioni umane. Si tratta, per carità, di una posizione rispettabile ma per i comunisti il comunismo non doveva finire; non era sottoposto a questa vicenda, perché faceva parte di una visione dell’uomo secondo la quale la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 aveva aperto una fase nuova della storia dell’umanità, destinata non a concludersi ma ad affermarsi con l’avvento in tutto il mondo di una società nuova.

La fine del comunismo in Europa dunque è stato un evento che ha avuto effetti devastanti su tutta una serie di impostazioni mentali che avevano trionfato durante il XX secolo. Bisogna anche guardarsi dal determinismo, secondo il quale era inevitabile che il comunismo cadesse, perché è vero che c’erano elementi di fragilità, sopratutto negli ultimi quindici – venti anni, nei regimi sovietico e dei Paesi del Blocco, però non è detto che finisse allora, in quel modo e con quegli sviluppi.

Un’altra cosa da cui guardarci è un certo minimalismo, che si è diffuso negli ultimi anni, secondo cui il comunismo è stato tutto sommato un fenomeno del Novecento, come tanti altri con tanti comunisti che oggi dicono di non esserlo mai stati o di esserlo stati in un certo modo diverso da come era la maggioranza. Il comunismo nella storia del XX secolo è stato un fenomeno grandioso, anche se negativo. Nel senso che la Rivoluzione bolscevica ha prodotto – e cito la frase di uno storico marxista, Edi Hofbaun – «il più formidabile movimento rivoluzionario organizzato della storia moderna», ed ha avuto una espansione mondiale, continua Hofbaun, «paragonabile soltanto alle conquiste dell’Islam nel primo secolo della sua storia».

Se si parte dalla Rivoluzione russa del ’17, dalla diffusione nell’Europa orientale e in Cina, fino alla diffusone nel Su Est asiatico negli anni Quaranta e Cinquanta è evidente il dilagare del comunismo nel pianeta. Ne derivarono delle conseguenze dirompenti negli equilibri interni dei vari paesi anche non comunisti, perché è indubbio che l’affermarsi del comunismo in Russia provocò una radicalizzazione della lotta politica in tutto il resto del mondo. Il fatto che questa rivoluzione aveva messo all’ordine del giorno in tutto il mondo la Rivoluzione bolscevica fece si che la lotta politica, anche nei paesi dell’Europa Occidentale, assumesse un carattere ultimativo e di guerra civile. Basta pensare all’Italia negli anni dopo il 1919 o alla Germania.

A metà del Novecento in tutto il mondo e anche in Europa occidentale tutta una serie di assiomi sembravano scontati. Ad esempio, dopo la crisi del 1929, era dato per scontato che ci fosse bisogno di più Stato in economia, dal laburismo britannico alla socialdemocrazia tedesca; come era indubbio che la vittoria sul fascismo avesse dato all’antifascismo e al comunismo, come forza più antifascista di tutte, una visibilità e una centralità. Stessa centralità per la forma partito; in Italia abbiamo avuto una repubblica basata sui partiti ma il più partito di tutti era certamente il partito Comunista. Questo fatto genera una diffusa mentalità e soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta anche gli avversari, sotto sotto, ammettono che la storia va in quella direzione e ormai si tratta solo di frenare, patteggiare, creare dei paletti all’interno dei quali far procedere la storia. Anche in campo cattolico.

Ormai sappiamo che il Concilio Vaticano II partì già con l’idea di non ribadire la condanna del comunismo, anche perché fu l’unico modo per avere la presenza delle chiese ortodosse come partecipanti esterne. Questo fatto fu patteggiato in un incontro tra il cardinale decano Tisserand e il rappresentante dell’Unione sovietica a Metz nel settembre 1962. Questo è il quadro all’interno del quale dobbiamo considerare il fenomeno.

Detto questo è indubbio che furono gli anni dal 1935 al 1956, il ventennio centrale del Novecento, gli anni in cui il boslcevismo ebbe una centralità cui contribuirono diversi ingredienti. Ho già accennato all’antifascismo. La vittoria di Hitler in Germania nel 1933 e il grande allarme che questo fenomeno preoccupante che fu il nazionalsocialismo creò nelle coscienze democratiche di buona parte del mondo dette una centralità nuova al comunismo staliniano, che molto abilmente si presentò come un bastione contro il nazionalsocialismo e il fascismo. L’antifascismo diventò il comune denominatore di tutti gli atteggiamenti democratici e il comunismo ne era al centro. La crisi economica del 1929, che sembrava la crisi definitiva del capitalismo, la vittoria militare contro i tedeschi nel 1945 con l’Armata Rossa che arrivò fino a Trieste e fin sull’Adriatico; tutto questo generò il prestigio immenso di cui godette il comunismo sovietico anche in ambienti, lo ripeto, che comunisti non erano.

La prima crisi si ebbe nel 1956, con il XX Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica, in cui Krusciev in un rapporto segreto disse che più o meno tutto quello che gli anticomunisti occidentali andavano dicendo da decenni. Le purghe staliniane, i crimini e gli errori giganteschi di Stalin in campo economico e militare, era tutto vero e il trentennio dal 1924, anno della morte di Lenin, al 1953, anno della morte di Stalin, era stato per l’Urss un periodo di successi e di sviluppo ma anche di tragedie incommensurabili. E’ qui che il mito di Stalin va in pezzi ma anche quello del comunismo vacilla e comincia molto lentamente a franare.

Oggi, col senno di poi, possiamo vedere nel ’56 una svolta; come una parabola che ha raggiunto l’apice e comincia gradualmente a scendere. Ma a quel tempo non sembrò così, perché negli anni Sessanta sembrò, per usare una espressione un po’ banale, che il comunismo potesse rifarsi una verginità. Furono gli anni dei grandi fermenti riformatori – almeno così fu creduto – di Krusciev ma furono anche gli anni dei primi dissensi, fino allo scontro armato, fra Unione sovietica e Cina popolare. Furono anche gli anni in cui queste volontà riformiste si scontrarono con limiti invalicabili, pensiamo a Praga nel 1968 e all’esperimento polacco nel 1970. Queste due esperienze dimostrarono che il sistema era riformabile solo fino ad un certo punto e che i suoi leader, quando arrivavano ad una svolta che potesse segnare l’effettiva democratizzazione dello Stato si arrestano.

Le considerazioni le farà dopo Giovanni Cantoni; qui mi limito al mestiere di storico e vi sottopongo alcuni fatti che secondo me sono stati determinanti nell’arrivare all’89.

Si può cominciare, credo, proprio dai primi anni Settanta. Il riformismo sovietico è andato in crisi, a Mosca regna Breznev circondato da una gerontocrazia che ha fossilizzato la situazione. Quello che era stato l’appeal del movimento sovietico sta ormai franando anche nell’Europa occidentale. Il primo momento è la pubblicazione avvenuta a Parigi il 28 dicembre 1973 di Arcipelago Gulag, il grande libro di Solzenicyn. Direte che non fu quello il primo libro a parlare di dissidenza e fin dagli anni Trenta altri scrittori avevano fatto capire cos’era il comunismo e lo stalinismo, perché questa volta Arcipelago Gulag ha questo impatto? Perché è la prima volta che si crea un contraccolpo all’interno della cultura francese, e la sinistra francese era un po’ il maìtre à penser dell’intellettualità europea.

Nasce, dopo la pubblicazione del libro, un movimento che ebbe una notevole importanza negli anni Settanta: i nouveau philosophe, i nuovi filosofi, alcuni dei quali sono ancora oggi seguiti e sulla breccia, come Bernard Levi o Andre Gluksman. Qual è il passaggio di questi personaggi che erano stati maoisti e che venivano dalla sinistra? La loro trasformazione fu dovuta in parte ad una figura interessante di filosofo maoista convertito al cattolicesimo: Maurice Clavel. Il discorso che entrambi cominciarono a fare fu che il Gulag, il campo di concentramento, non era una deviazione dal sistema, un tradimento del marxismo, bensì la realizzazione del sistema, lo sbocco inevitabile del marxismo. Questo fu un passaggio mentale che faceva saltare tante cose. Non si trattava più di deviazioni prodotte dalle circostanze, dai rapporti di forza o dai vizi umani ma secondo costoro nella filosofia marxista, nel sistema di pensiero hegheliano-marxista erano già impliciti tutta una serie di tratti che si sarebbero realizzati nello stato totalitario dittatoriale e nel Gulag.

Capite bene che saltava un modo di concepire le cose. Saltava anche un modo tipico di fare politica nell’Occidente europeo, secondo cui la storia era maestra di politica e tutti i movimenti storici erano basati su una certa visione della storia.

Ovviamente corro ma cerco di illustrarvi i passaggi. Questa crisi culturale della sinistra europea e soprattutto francese – tralascio l’Italia, dove la diffusione di Arcipelago Gulag fu molto più limitata ed ebbe molti meno effetti – fece si che gli ambienti intellettuali cominciarono a pensare a quali altre tematiche potessero sostituire quelle hegeliano–marxiste che avevano rigettato e ritennero di poterle sostituire – banalizzo ma avvenne così – con quelle dei diritti umani.

Siamo a metà degli anni Settanta e negli ambienti di sinistra compare in maniera massiccia la tematica dei diritti e dei diritti umani. Se foste andati vent’anni prima a parlare con un marxista di diritti umani questi vi avrebbe riso in faccia perché secondo lui i diritti umani non esistevano; esisteva il diritto borghese e il diritto proletario ma i diritti umani erano solo un’astrazione.

Il recupero di questa tematica è molto importante perché a metà degli anni Settanta accade un altro fatto e anche qui viene da pensare all’eterogenesi dei fini di cui parla Hegel, poiché nella storia talvolta avvengono cose che hanno conseguenze assolutamente non previste.

Un grande successo della politica estera sovietica era stato che dal 1973 al 1975 a Helsinki, capitale della Finlandia, ci fosse stata una lunga conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa alla quale parteciparono tutti gli Stati europei con Stati Uniti e Canada. L’Urss sperava di avere la definitiva accettazione dei confini come erano stati definiti alla fine della seconda Guerra Mondiale; quindi il confine tra Polonia e Germania, l’esistenza della Germania Est come stato autonomo e l’inglobamento delle Repubbliche baltiche.

In effetti tutto ciò le venne concesso però nel programma di Helsinki vi erano anche due punti: il settimo e l’ottavo, che l’Unione sovietica firmò ritenendoli assolutamente irrilevanti. Il settimo punto, che tutti firmarono, diceva: «(…) Gli stati partecipanti rispettano i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo (…)». Il principio numero otto parlava anche di «eguaglianza dei diritti dei popoli e degli Stati» e di «autodeterminazione dei popoli», ovvero i popoli devono decidere autonomamente quale regime politico vogliono scegliere.

Se voi prendete la Costituzione sovietica del 1936 è la più democratica che esiste e ricorderete che tutti i Paesi dell’Est erano “repubbliche democratiche”, quindi l’Urss firmando il documento finale della conferenza pensò di sottoscrivere una delle solite dichiarazioni di principio che restano poi senza effetti pratici. Invece non fu così, perché i primi movimenti di dissenso che nacquero nei paesi europei comunisti dopo Helsinki ebbero buon gioco a richiamarsi proprio ai principi che i rispettivi paesi proprio lì sottoscrissero.

Questo è ciò che fece Charta 77, il primo movimento di dissenso che nacque in Cecoslovacchia ad opera del commediografo Vàclav Havel e del filosofo Jan Pavloska, che oltre ad accogliere l’adesione del Paese alle risoluzioni di Helsinki ricordava anche come una quantità di diritti civili fondamentali erano lì applicati soltanto sulla carta. Lo stesso avvenne in Polonia e mentre a Charta 77 aderirono circa 200 intellettuali su circa 15 milioni di cecoslovacchi in Polonia avvenne subito una saldatura tra alcune elite intellettuali e il mondo operaio. Ciò fin dal 1976, cioè da quando il governo decise di alzare il prezzo della carne innescando i primi scioperi operai. Da questa saldatura nacque il Kor, il comitato che riuniva intellettuali e operai.

Lo stesso accadde in Unione sovietica, dove sono gli anni di Andrej Sacharov, che nel 1975 vinse il premio Nobel per la pace, e della moglie Yelena Bonner.

In questa situazione, che è già di movimento, arriva in Vaticano una svolta epocale: il 16 ottobre 1978 viene eletto per la prima volta un Papa polacco, uno che ha vissuto le tragedie di quel secolo: prima l’occupazione nazionalsocialista e poi quella sovietica. La Chiesa polacca nei confronti dello Stato socialista ha avuto un comportamento diverso rispetto a quella ungherese, non uno scontro frontale, ma fin da subito, fin dagli inizi degli anni Cinquanta, un atteggiamento di confronto quasi alla pari, tra “poteri” che si riconoscono reciprocamente e che si dividono la situazione. Karol Wojtyla conosce questa situazione e la sua elezione ebbe un significato simbolico enorme e da quel momento in poi il movimento polacco ebbe un garante con una visibilità internazionale come quella che può avere un pontefice.

Wojtyla negli anni successivi fece tre viaggi in Polonia, il primo dei quali, trionfale, fu nel giugno 1979. Non è un caso che proprio in Polonia si rompono per la prima volta gli equilibri. Ciò avviene nel 1980, quando per l’ennesimo aumento dei prezzi dei beni di prima necessità scoppiano gli scioperi nei cantieri Lenin a Danzica e nasce il movimento di Solidarnosc. Dopo un lunghissimo braccio di ferro il nuovo sindacato operaio venne finalmente riconosciuto. Siamo nel novembre 1980 ed è una data storica, perché è la prima volta che in un paese comunista viene riconosciuto un sindacato libero, dunque un centro di potere autonomo rispetto al partito, allo Stato, alle aziende.

Nel giro di poche settimane Solidarnosc conterà 10 milioni di iscritti e capite bene che una sorta di contro-potere inizia ad emergere dalla società e comincia a farsi sentire. In Polonia avviene anche l’ultimo tentativo di riprendere in mano la situazione, attraverso il colpo di Stato del generale Jaruzelski del dicembre 1981.

Sul ruolo che ha avuto la Polonia nelle vicende che porteranno all’89 c’è divisione tra gli storici, perché secondo alcuni Solidarnosc è l’ultimo episodio di rivolta operaia di cui è costellata la storia delle democrazie popolari, come si chiamavano: da quella di Berlino nel 1956 e Poznan in Polonia nel 1957 a Danzica nel 1970; ma questa non avrebbe avuto un impatto sull’intero sistema poiché l’impatto vero doveva arrivare dal centro, in Urss, e non da una agitazione periferica, per quanto importante. Secondo altri invece la rivolta polacca ebbe un effetto domino, ovvero avrebbe gradualmente coinvolto anche gli altri Paesi d’oltre cortina.

La svolta doveva effettivamente accadere nel centro dell’Impero sovietico, perché in Urss c’è innanzitutto un cambio di vertice. Breznev muore nel novembre 1982 e gli succede Yuri Andropof, il quale “regna” per quindici mesi morendo nel febbraio 1984. Al suo posto sale al potere un altro personaggio molto anziano e molto malato: Constantin Cernienko che “regna” per altri tredici mesi e finalmente nel marzo 1985 va al potere un uomo della generazione successiva: Mikhail Gorbaciov, nato nel 1931 e di 54 anni di età. E’ uno che si è formato sostanzialmente nel clima della destalinizzazione, perché aveva 25 anni nel 1956, e che mondo si trova davanti?

Dall’altra parte dell’oceano ormai c’è un uomo come Ronald Reagan, che ha impostato la sua presidenza su una politica di risposta alla sfida sovietica. In effetti già Jimmy Carter l’aveva fatto, perché già nel 1979, quando i russi collocarono i missili SS20 in Ucraina Carter coinvolse gli alleati europei per istallare sui loro territori i missili Pershing e Cruise. La maggioranza dei governi occidentali fu ben contenta di farlo, perché sentiva la minaccia sovietica, e pur con resistenze e cortei di pacifisti – specialmente nella Germania Ovest – alla fine i missili vennero dislocati.

L’altro enorme problema che Gorbaciov si trovò di fronte fu l’Afghanistan, una vicenda su cui si riflette poco e che invece ancora oggi è una vicenda centrale. Perché il ministro degli esteri sovietico Andrei Gromiko volle che i russi invadessero l’Afghanistan nel 1979? Ovvero che andassero a fare la guerra in un territorio assolutamente impervio e infido, nonostante gli americano pochi anni prima avessero fatto quella figuraccia in Vietnam? Perché i dirigenti sovietici erano preoccupati della rinascita islamica, anche all’interno dell’Unione sovietica: nelle repubbliche del Turkmenistan, Tagikistan Uzbekistan e Kazakistan. Queste repubbliche centro asiatiche avevano inoltre una crescita demografica del 25% rispetto al 4% dell’Ucraina. L’Afghanistan fin dai tempi dello zar era tradizionalmente il luogo da cui controllare tutta l’Asia centrale ma si rivelò una tragedia, di cui spesso dimentichiamo la portata.

L’impegno dell’Urss in quel Paese durò dieci anni e gli ultimi russi se ne andarono nel 1989 con la coda tra le gambe. Un enorme esercito fu sconfitto e umiliato dagli afgani, anche per l’aiuto avuto dall’Occidente. Fu un fatto di enorme portata, anche all’interno dell’Unione sovietica, e dopo la sconfitta la dirigenza capì che non erano possibili altre missioni militari all’estero. Questo significava che non era possibile intervenire neppure nell’Europa orientale. Detto ancora più chiaramente: se in Europa dell’Est si fosse ripetuta una situazione come quella ungherese del 1956 o cecoslovacca del 1968 i russi avrebbero avuto delle gravi difficoltà a ripetere le invasioni allora tranquillamente portate a termine.

Gorbaciov è una figura molto interessante ma gli storici sono abbastanza unanimi nel dire che era un comunista, cioè rientrava all’interno di quella categoria di comunisti riformatori che nella storia comunista è sempre esistita. Anche Lenin per certi aspetti lo è stato, quando fece la Nep nel 1921; in sostanza nel comunismo bolscevico c’è sempre stato quell’elemento machiavellico per cui pur di salvare il salvabile del sistema si rinnegano anche tutta una serie di principi e di ideali, come del resto hanno fatto anche i cinesi negli anni Settanta e Ottanta.

Intento di Gorbaciov è sempre stato quello di riformare il comunismo e per certi aspetti fu un apprendista stregone, resuscitando forze che poi gli sfuggirono di mano e che non seppe controllare. La Glasnost, trasparenza, significava mettere in crisi il controllo attento da parte del partito delle notizie e quindi dei fatti che era stata la caratteristica costante del sistema sovietico: i fatti esistono solo nella misura in cui sono certificati e ammessi dal potere.

Quale fu l’evento che fece saltare il coperchio? L’incidente nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986. Quella volta entrò nell’aria una quantità di materiale radioattivo cento volte superiore a quella sprigionata da Hiroshima e Nagasaki insieme, quindi non fu una cosa da poco. Non era il primo incidente nucleare in Urss; già nel 1957 ce ne fu un altro negli Urali, mai ammesso e quindi mai esistito, che aveva contaminato tutto il sistema del Volga e del Mar Caspio che dura tutt’oggi. Nell’86 la notizia di Chernobyl venne data dopo quattro giorni, quando in Occidente si era già visto l’enorme aumento della radioattività, ma alla fine Gorbaciov dovette pure chiedere aiuti all’estero per rimediare alla situazione.

L’incidente fu il segnale che anche il controllo delle notizie e quindi dei fatti non era più possibile e se non si controllano i fatti emerge lentamente un’opinione pubblica, che i fatti li verifica criticamente e in maniera autonoma. Se si cerca, come fece Gorbaciov, di rilanciare l’economia si pone il problema di evitare l’accentramento delle decisioni, tipico del sistema sovietico, ma per decentrare le decisioni occorre decentrare anche le strutture del partito e quindi si mette in discussione il monopolio del partito in campo politico ed economico. Insomma furono assunte una serie di decisioni che ebbero una ricaduta quasi automatica. Credo lo dicesse Tocqueville: quando si comincia a riformare un cattivo governo, il cattivo governo prima o poi salta. Infatti nella primavera del 1989 si arrivò alle prime elezioni dell’Unione sovietica.

L’89 fu in tutti i Paesi dell’Est e la transizione alla democrazia ha avuto caratteristiche e meccanismi molto diversi da Paese a Paese. Schematizzando rapidamente: in Polonia è la crescita della società civile che erode gradualmente l’impalcatura dello Stato socialista e quando la Polonia va alle urne per la prima volta in modo libero il 4 giugno 1989. I comunisti avevano fatto una legge elettorale ad hoc: metà dei deputati della Camera erano dei loro, i cittadini avrebbero eletto l’altra metà, invece i cento senatori sarebbero stati eletti liberamente. Solidarnosc ottenne novantanove senatori su cento e tutta l’altra metà della Camera: la società civile anno dopo anno aveva scavato il terreno sotto i piedi dello Stato e del partito.

In Ungheria invece avvenne una purga interna al partito, con l’eliminazione di Kadar e la socialdemocratizzazione di una parte del partito. La Germania dell’Est finì per emorragia. Quando l’Ungheria tolse elettricità ai fili che segnavano il confine con l’Austria il giorno dopo venticinquemila tedeschi dell’Est andarono in Ungheria per passare in Austria. Quando ai primi di novembre la Cecoslovacchia, che confinava con la Germania Est, fece altrettanto trecentomila tedeschi andarono in quel Paese per passare all’Ovest.

Davanti a questo fatto il 9 novembre il governo comunista tedesco dette il permesso di andare a Berlino Ovest senza permessi. La sera stessa cinquantamila persone invasero la parte libera della città “rompendo” il Muro. Nelle successive vacanze di Natale duemilioniseicentomila tedeschi dell’Est andò all’Ovest: un tedesco su sei. In Romania invece ci fu l’unico regolamento cruento di conti all’interno del partito con l’uccisione di Ceausescu e la moglie mentre in Bulgaria le cose andarono ancora diversamente.

Perché fu così veloce la fine del comunismo? A pensarci bene non c’è nella storia dell’umanità una vicenda così enorme che finisce nel giro di così poco tempo. Credo una risposta possa essere la teoria del domino, cui si è prima accennato. Gli scienziati della politica usano la categoria della legittimità: una persona obbedisce alla legge se ritiene che bene o male il potere che l’ha promulgata ha una sua legittimità, se questa legittimità non c’è si obbedisce perché obbligati ma quando il potere che obbliga è debole e ha una sua intima fragilità poco alla volta l’obbedienza svanisce. In molti Paesi dell’Est è accaduto proprio questo.

Ma c’è un altro fatto importante da considerare: il carattere pacifico dell’evento. Il comunismo è finito con un bassissimo numero di morti. E’ un fatto importante per due motivi: questa rivoluzione rispondeva al carattere del dissenso, nato negli anni Settanta, che era realistico e moderato e non voleva più ripetere gli errori del ’56 e del ’68, che avevano portato alla guerra civile e alla repressione violenta. I dissidenti sapevano che il loro atteggiamento cercava di corrodere dall’interno il mondo comunista ma sopratutto il comunismo aveva portato con se tanta violenza e tanta morte che l’essere anticomunisti doveva significare essere non violenti e pacifici. Anche da questo punto di vista i dissidenti degli anni settanta ebbero ragione.

Giovanni Cantoni: devo confessarvi che sono un utente felice di quanto ascoltato, perché almeno qualcuno ha saputo qualcosa. Non voglio far torto alla descrizione che il professor Pertici ha dato ma qualcuno ha saputo qualcosa e mi prendo la libertà di chiosare qualche notazione perché degna di attenzione. Per esempio il professore ha detto che la Francia ha fornito maìtre à penser per un certo itinerario ma noi non teniamo conto del fatto che il primo congresso del Partito comunista cinese è stato tenuto a Parigi. Che cosa ci facevano i comunisti cinesi a Parigi? Bella domanda, e tutte le volte che ci poniamo il problema del nostro colonialismo bisogna pensare che c’è stato anche un altro tipo di colonialismo. Zhou Enlai ha guidato il primo congresso del partito comunista a Parigi e lo stesso vale per tutta la classe dirigente albanese; ovvero i rami più aggressivi di un determinato albero.

Pertici diceva che L’Unione sovietica temeva la rinascita islamica ma questo non capitava soltanto negli anni Settanta ma aveva dei precedenti. Nel 1921, al congresso di Baku un signore di nome Sultan Galiev ha detto: voi sarete pure comunisti però siete sempre occidentali, il che evidentemente poneva le basi per una certa situazione tutt’altro che irrilevante. Per quanto riguarda il passaggio dal partito a qualcosa d’altro in Unione Sovietica con Andropov avviene un passaggio nodale: i “servizi”[il Kgb n.d.r.] diventano il partito, ovvero quelli che prima nel senso tecnico del termine erano i “servizi” – al servizio del partito – visto che questo non c’era più e che in termini di legittimità non aveva più niente da dire decidono di fare loro in diretta. E’ una vecchia storia già insegnata dai romani: i pretoriani che a un certo punto eleggono imperatore uno di loro, dato che senza quella guardia l’imperatore era niente. Il buon Gorbaciov è un soggetto di transizione, un uomo d’apparato, certamente comunista, ma dei servizi.

Andropov, che guidò la repressione in Ungheria, si rese conto che il gioco era perduto perché c’era una reazione chiamiamola popolare. Quella società polacca, che era stata centoventicique anni senza uno Stato ma aveva continuato ad esistere, predisposta ad essere autonoma anche con uno Stato aggressivo come quello comunista.

Le mie considerazioni sono più valutative ma sono lieto perché il quadro appena descritto cade proprio in queste considerazioni. Il quadro di un itinerario interno ad un mondo con due fuochi e nell’89 cade uno dei fuochi di questa enorme ellissi imperiale socialcomunista. Il fuoco Occidentale patisce un grave smacco, ma la domanda, alla quale non darò risposte è: noi che abbiamo la ventura di essere qui dopo il 1989, abbiamo profittato di quello che è allora accaduto?

Nel 1920 Lenin raccontava agli esponenti dei partiti comunisti occidentali come l’Armata Rossa si stesse proiettando vero il centro dell’Europa allo scopo di congiungersi con i moti spartakisti e fare la Rivoluzione in Germania, per evitare di vederla realizzata in un solo paese per di più sottosviluppato. La Rivoluzione doveva essere infatti fatta là dove l’avevano immaginata Marx ed Engels e non certo solo in Russia.

Ma Lenin aveva fatto il conto senza l’oste e 20 agosto 1920 l’Armata Rossa è stata fermata sulla Vistola dal neonato esercito polacco: un po’ di truppe che avevano fatto parte dell’esercito austroungarico e un po’ che avevano fatto parte dell’esercito tedesco fortunosamente tenute insieme da Pilduski. Straccioni, sia pure di una qualche qualità, secondo una certa ottica ma come sapete la nascita dell’Armata Rossa è la messa a frutto di anni di studio di tattica e strategia militare da parte di Trotzky quando era in esilio.

Qualcuno pensava Trozky fosse scemo perché leggeva testi militari ma non era scemo: si preparava. Poteva anche succedere che diventasse un grande campione di scacchi ma invece diventò un signore capace di muovere degli eserciti. I polacchi lo chiamano il miracolo della Vistola, noi la chiamiamo la battaglia della Vistola, però siamo solo un pugno perché per i nostri libri di testo possiamo solo immaginare che sulla Vistola sia andato qualcuno a pescare.

Al di la delle boutade il senso del discorso è che è accaduto qualcosa di impensato. Come abbiamo risposto a questa magnifica occasione che ci è stata offerta dell’Armata Rossa che nel 1920 non è riuscita ad arrivare al centro dell’Europa? Abbiamo risposto producendo nel ventennio che ci è stato concesso dal 1920 al 1945 il nazionalsocialismo. Devo dire che è una gioia, minore ma pur sempre una gioia, sentire il professore che non ha usato il termine “nazismo”, che confonde; perché nessuno sa che nazista si scioglie in nazionalsocialista e questi due termini hanno un senso molto profondo, sia l’uno che l’altro.

La storia qualche volta parla – ma va ascoltata e bisogna avere la capacità di capirla – e in quell’occasione ci ha detto: avete 25 anni di tempo. Come li abbiamo usati? Ve l’ho detto, ed è stata una tragedia incredibile. Così nel 1945 l’Armata Rossa è arrivata nel cuore dell’Europa; lo ha fatto tranquillamente, con quella combinazione diciamo profetica del Patto Molotov – von Ribbentrop del 1939, di cui non è bon ton parlare.

Come hanno fatto a mettersi d’accordo? Beh, solo l’enunciazione nazismo uguale nazionalsocialismo ci aiuta un po’ e ci dà qualche spunto.

Tutti noi abbiamo vissuto il 1989, anche se vedo che una parte consistente dell’uditorio era nato da poco, e come minimo serve qualcuno nato nel ’70. Questi avvenimenti quindi sono stati poco apprezzati. Certo, chi abitava a Berlino ricorderà la confusione che c’era la notte tra il 9 e il 10 novembre ma tutti gli altri bambini non stavano certo alzati davanti alla Tv per vedere cosa stesse succedendo a Berlino. Qualcuno penserà: speriamo nella scuola, ma qui la risata si fa pantagruelica. Nelle scuole, ma quelle fatte molto bene, nessuno è arrivato mai oltre la Prima Guerra Mondiale…

Nel 1989 sono venuti a maturazione tutti quei fenomeni illustrati, di cui sono state date letture talora ancipiti; perché lo storico lo fa di professione e dice: si può leggere così, e ci sono buoni argomenti, o si può leggere in quest’altro modo, e ci sono altrettanti buoni argomenti. Lo storico di cui occorre diffidare è quello “monocausale”: è successo così perché è così che doveva succedere. La storia, nonostante il proverbio, è fatta di se e di ma e di scelte fatte di fronte ai se e ai ma.

Da questo punto di vista mi preme leggervi una frasetta tratta da Quaderni dal carcere, di un certo Antonio Gramsci: «La filosofia della prassis» – è il nome col quale il pensatore sardo indica il materialismo dialettico e storico – «presuppone tutto questo passato culturale: la rinascita e la Riforma, la filosofia tedesca e la Rivoluzione francese, il calvinismo e l’economia classica inglese, il liberalismo laico e lo storicismo che alla base di tutta la concezione moderna della vita. La fisolofia della prassis è il coronamento di tutto questo movimento di riforma intellettuale e morale: Corrisponde al nesso Riforma protestante + Rivoluzione francese» “più” è scritto nel testo proprio con il segno che usiamo nelle addizioni.

Se tutto questo lo interpretiamo come lettura monocausale degli avvenimenti siamo fuori strada, ma lo possiamo interpretare – e mi sembra corretto – come una linea di tendenza, anche se non tutti gli avvenimenti stanno in questa lettura, e ciò è inevitabile perchè i fatti ostano. Ma le variazioni sul tema non tolgono autorità al tema.

Gramsci dice: noi siamo questo; e lo dice in carcere, non è uno che mette la dottrina al servizio della prassi ma un signore che cerca di interpretare una certa linea interpretativa. I termini che usa sono molto importanti, perché sono di fatto ripresi in un documento bellissimo – non nel senso estetico ma interpretativo, come chiave di lettura – del 1998, quando viene tenuto un sinodo dei vescovi speciale per l’Europa.

In esso di legge: «Oggi in Europa il comunismo come sistema è crollato ma restano le sue ferite e le sue eredità nel cuore delle persone e nelle nuove società che stanno sorgendo. Le persone hanno difficoltà nel retto uso della libertà e del regime democratico, i valori morali radicalmente sovvertiti devono essere rivivificati, allo stesso tempo la Chiesa, resa povera nelle sue strutture e nei suoi mezzi ha imparato più prontamente a confidare soltanto in Dio. Il crollo del comunismo mette in questione l’intero itinerario culturale e sociopolitico dell’umanesimo europeo, segnato dall’ateismo non solo nel suo esito marxista, e dimostra con i fatti oltre che in linea di principio che non è possibile disgiungere la causa di Dio dalla causa dell’uomo».

Per vostra informazione, questo documento non è presente nel sito della Santa Sede. E’ presente lo strumentum laboris di questa assemblea, che è indubbiamente un bel documento ma è il palinsesto di ciò che verrà fatto. Mi direte: che cosa vuoi insinuare? Io non voglio insinuare niente, semplicemente voglio che lorsignori si rendano conto di come è fatto il mondo. Prima il professore ha puntualmente ricordato un avvenimento tutt’altro trascurabile che è l’incontro di Metz, quando qualche d’uno immaginò fatale qualcosa che fatale non era e gli uomini dovrebbero sapere che tutto è fatale meno la storia.

L’8 aprile 2005 è morto papa Giovanni Paolo II. In quell’occasione il feretro è stato deposto nelle grotte vaticane e prima della tumulazione il maestro delle celebrazioni ha dato lettura del rogito, che è una specie di breve sunto della vita del pontefice. Il maestro depone nella bara le monete coniate durante il pontificato e il tubo del rogito dopo averlo sigillato.

Cosa si legge nel testo latino? Non tento di tradurre a braccio e leggo: «Il pontificato di Giovanni Paolo II è stato uno dei più lunghi della Chiesa, durante questo periodo vi sono stati molti mutamenti in diversi Paesi, tra questi si contano la disgregazione dei regimi comunisti di alcune nazioni alla quale ha molto contribuito lo stesso sommo pontefice. Per annunciare il Vangelo ha intrapreso numerosi viaggi presso diverse Nazioni». Qui finisce il rogito.

Ebbene, le traduzioni correnti diffuse, diciamo ufficiosamente poiché non c’è una ufficialità da questo punto di vista, hanno mutato il “finis comunistarum quarundam nationum regiminum dissolutionis ad numerandum” – tra questi si annoverano la disgregazione dei regimi comunisti … – In buon italiano tradotto: “si annovera la caduta di taluni regimi alla quale egli stesso contribuì”. I regimi comunisti sono diventati “taluni” e questo, badate bene, è stato tradotto in francese, portoghese, spagnolo e via dicendo. Non ho potuto vedere, perché all’epoca non furono fatte, la traduzione in polacco e in tedesco.

Tutto questo per dirvi che cosa? Che quell’itinerario che Gramsci ci illustra, che quell’itinerario che il sinodo speciale dei vescovi per l’Europa ci dice è che è messo in questione tutto l’itinerario della cultura e dell’umanesimo europeo.

La domanda attorno alla quale costruisco queste mie modestissime considerazioni, che però hanno un senso, è: non possiamo dire di aver assistito alla sconfitta miliare del socialcomunismo. Abbiamo assistito al crollo di un regime di cui è stato illustrato il carattere di straordinarietà. Jules Monnerot, diceva quello che il professore ha appena ricordato, ovvero: dopo l’Islam viene il socialcomunismo, che è l’Islam del XX secolo; così si esprimeva nel suo Sociologia del comunismo. Cosa vuol dire? Che questo quadro non ha spiegazioni esaurienti dal punto di vista naturale. Il pontefice stesso diceva di fatto nella sua autobiografia, e lo potete verificare: ho certamente portato il mio contributo ma non attribuitemi ciò che non ho potuto totalmente fare. Come a dire: non fatemi fare la causa, solo, nella migliore delle ipotesi, una concausa. Vogliamo allora celebrare questo intervento un po’ straordinario, diciamo così?

Un mondo è crollato su se stesso, ed è stata utilizzata una formula di una felicità tecnica tutt’altro che trascurabile: implosione. Ovvero, non è stato abbattuto il Muro di Berlino ma è caduto il regime socialcomunista su sé stesso, nei vari modi che sono stati a grandi linee evocati. Ma ciò ha bisogno di una integrazione.

Ci troviamo di fronte ad un fatto di grandissime dimensioni, rispetto al quale la sommatoria delle concause non è sufficiente a spiegare il tutto. Io sono credente non solo di genere ma anche di specie e la Madonna a Fatima ci ha detto che sarebbe successa una cosa straordinaria; non che sarebbero stati risolti tutti i problemi e che sarebbe arrivato San Michele con un suo piano Marshall a dar da mangiare a tutti ma che sarebbe arrivato qualcuno che ci avrebbe rimesso nelle condizioni potenziali di far fronte a una determinata situazione. Come se non avessimo sbagliato dal 1945 al 1989 o come se non avessimo sbagliato dal 1920 al 1945. Non è mica da poco; è come dire: ho perso la partita, ridiamo le carte.

Abbiamo descritto i fatti, come prescriveva l’antico diritto romano: da mihi factum: dammi prima i fatti, dimmi cosa è successo e poi ti dirò chi ha ragione. Il professore si è mirabilmente sforzato nel tempo a disposizione di descriverci cosa è successo e come sono andate le cose, ma ci sono delle letture che ci vengono suggerite. Il brandello di Gramsci e il brandello dell’assemblea speciale dei vescovi che vi ho letto cosa dicono? Attenzione, non limitatevi a considerare l’ultimo passaggio ma tenete conto di tutto gli atri elementi. Se andate dal medico la prima cosa che vi spettate è che vi chieda quali malattie avete avuto prima di oggi, ovvero un po’ di anamnesi. Ebbene, in questo anni ci siamo posti questo problema? Ci siamo posti e ci poniamo questo problema? Non dall’89 ma dal dopo ’89 dipende il nostro futuro. Il nostro presente è il 10 novembre 1989 quando abbiamo potuto dire: anche questa volta ci è andata bene! Ma da lì in avanti cosa succede?

Uno storico uomo politico, discusso come tutti i politici e discutibile anche come storico, Winston Churchill, diceva che tanto più si va indietro, tanto più si vede avanti. Non è una boutade: c’è un punto dal quale un quadro si vede meglio e non è andando con la testa appoggiata alla tela che si vede bene. Pensate a quello che ci è stato proposto nelle nostre riforme scolastiche: studiamo di più il ‘900. Ma senza l’800 non si capisce il ‘900 e senza il ‘700 non si capiscono ‘800 e ‘900, perché tutto quello che succede ha dei precedenti e se questi precedenti non appaiono immediatamente è perché sono troppo remoti. Qualche volta chiamiamo novità qualche elemento del passato che abbiamo dimenticato.

Con questo non vi sto dicendo con George Santayana che chi non tiene conto degli errori del passato è destinato a ripeterli – una frase che peraltro ha un suo senso – perché nella storia niente è uguale, però c’è una certa verità in questa affermazione. Cosa abbiamo fatto? Lo dico ai nostri uomini politici i quali stanno morendo e stanno facendoci morire di emergenze. Oggi ci sono uomini politici che vivono solo di ciò che è stato seminato in passato, perché loro non hanno mai seminato niente, per inettitudine e incapacità. Quando i latori di questa seminagione saranno morti dove li trovano gli elettori? Perché gli elettori si costruiscono e non si inventano. Questi uomini praticano la più elementare delle tecniche agricole: la criet. Sapete cos’è? Vuol dire arrivare in un posto, guardarsi attorno, vedere una mela, una pera, coglierle e andarsene. Quando l’anno dopo si torna non ci sono più; ti sei forse fermato a seminare, a innaffiare, potare? No, e allora cosa pretendevi di trovare?

Ebbene, cosa è stato fatto dal punto di vista dell’informazione, della messa a disposizione del materiale di riflessione? Io sono disposto a celebrare il ventennale ma il ventennale che ci ha liberati, può liberarci ancora? Può liberare anche quelli nati dopo o no? Diversamente dove è stato messo in questione l’intero “itinerario culturale e sociopolitico dell’umanesimo europeo”? Non dal 1917 in avanti e neppure dal 1848. Si tratta di un percorso con una sua logica intrinseca e lo abbiamo noi ripercorso a ritroso? Siamo arrivati, se non a delle cause a qualcosa che vi assomiglia? Ci siamo sforzati di rimuovere quelle cause? Perché se non lo abbiamo fatto abbiamo solo una grande fortuna: avere una certa età e sperare tra un po’ di morire. Ma noi collettivo, comunità, possiamo davvero festeggiare senza fare questa operazione di ritorno alle cause almeno prossime? Per le cause remote vi invito ad un incontro sul peccato originale.

Perché è proprio così che si fa; lo storico è un profeta del passato, un signore che si guarda indietro per conto della comunità, e non per suo gusto personale, cercando di capire di causa in causa cosa è successo. Se capiamo almeno un po’ quello che è successo vediamo di evitare che si ripeta ancora.

Avete avuto un cenno in questo senso?

Non voglio farvi torto ma prima di questa sera avete sentito raccontare i fatti da qualcuno? A me è capitato proprio quest’anno di avere di fronte 125 giovanotti la cui età media era 28 anni, cioè nati nel 1980, e volevo cominciare a parlare loro a cominciare dall’89 ma ho finito per parlare dell’89, perché avevano nove anni. E’ un esperimento che ho già fatto con il mio figlio maggiore, al quale raccontavo il Concilio ecumenico Vaticano II, quando mi sono reso contro che lui era nato nel 1966 e quindi o gli raccontavo la storia o cosa gli potevo raccontare?

Bisognava lo mettessi al corrente dei fatti. Davanti a quei 125 giovani ho fatto quello che abbiamo fatto stasera e ho fatto anche la parte del professor Pertici, ovvero un poco di illustrazione dei fatti e il più impegnato di questo gruppo mi ha detto: «Io sono laureato in economia e commercio e nella mia vita non ho mai letto un libro di storia». Evidentemente mi ha dato una martellata in fronte e allora mi è venuta in mente una tesi con due fonti. La prima fonte è Bela Kun, capo dei consigli operai ungheresi nel 1920, una cui parola d’ordine era: aboliamo la storia. Nel 1919, con eco un po’ minore, un futurista a Fiume usò la stessa espressione.

Dovete perdonarmi, ma Nostro Signore è entrato nella storia, quindi prima di tutto cos’è la storia? La storia è obbligatoria, è il dato di fatto su cui si costruisce il resto. Il Pontefice ha scritto e ha detto: si costruisce la posizione della Chiesa, si costruisce la posizione della comunità umana, si costruisce pressoché tutto.

La storia è la spiegazione di tutto? No, questo si chiama storicismo, non si chiama storia.

Se avete avuto qualche vantaggio, qualche flash da quanto vi è stato detto questa sera, soprattutto dalla descrizione storica, non dimenticate la tesi di uno psichiatra mai convertito al cristianesimo – ma di fatto recitava il Salterio tutti i giorni – , Viktor Frankl, che diceva: il regalo più bello che un uomo può fare ad un altro uomo è aiutarlo a scoprire la sua vocazione e io posso dirvi, in minore, che il più bel regalo che potete fare al prossimo è aiutarlo a scoprire la sua storia.

Moderatore Andrea Bartelloni: Prendendo spunto da queste ultima parole ricordo che un po’ di anni fa, forse un po’ tanti ahimè, un gruppo di studenti che non aveva mai letto un libro di storia, se non quelli di scuola – ma la storia non è quella che si legge a scuola – si imbatterono in un giovane professore che era Marco Tangheroni e da lì diventarono amanti della storia, anche se poi hanno preso strade diverse: chi è diventato medico, chi avvocato e nessuno di loro ha intrapreso percorsi umanistici. Solo per Grazia di Dio ci imbattemmo in quella persona; la moglie del professor Tangheroni questa sera è con noi e ogni volta che parliamo di storia mi sembra doveroso ricordare questo messaggio.

Domanda: Vorrei approfondire un attimo il discorso sui diritti individuali e i diritti della persona. Da un punto di vista cattolico come si possono mettere a paragone col comunismo, che i diritti individuali li negava.

Cantoni: se non ho capito male quanto ha detto il professore è proprio un esempio di eterogenesi dei fini, nel senso che nel trattato di Helsinki compaiono due frasi che a giudizio di soggetti formati in un certo modo erano “irrilevanti”. Il tallone d’Achille però ce lo abbiamo tutti e anche il trattato di Helsinki aveva il suo. Non era una “trappola”, o almeno possiamo immaginare che non lo fosse. L’opinione pubblica vive bersagliata da un certo numero di tesi, le quali finiscono per essere prese sul serio e utilizzate per rendere a la page determinati comportamenti. Dal punto di vista sostanziale mi sembra di poter dire che non c’è nessuna concessione al cristianesimo e neppure nella Dichiarazione universale dei diritti umani c’è alcuna concessione al cristianesimo in quanto tale; vi è semplicemente un riecheggiare…

Pertici: Io facevo notare come i dissidenti degli anni Settanta facessero leva su quegli articoli del trattato di Helsinki per costringere i governanti, dato che lo avevano firmato, a metterli in pratica, dato che le loro società erano lontanissime da quelle situazioni. E’ interessante secondo me un’altra questione – sulla quale però non sono preparato come vorrei – ed è che fu Giovanni Paolo II a introdurre il tema dei diritti umani anche nel linguaggio della Chiesa cattolica. Questo fatto credo sia piuttosto importante. Detto molto brutalmente, tradizionalmente la chiesa dei decenni precedenti e tra le due guerre aveva messo l’accento sulla libertà del cristiano e della Chiesa e a parte alcuni testi conciliari su cui però non sono informato, di fatto chi introduce nel linguaggio delle encicliche il problema dei diritti dell’uomo in quanto tale è Giovanni Paolo II, che aveva una formazione filosofiche che derivava da un’antropologia che lo rendeva sensibile a questo discorso.

Cantoni: Ad integrazione di quanto ha detto il professore si tenga presente che il primo pontefice che prende sul serio la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 è Giovanni XXIII, in cui si trovano i primi cenni di un dialogo con questa prospettiva, mentre precedentemente non vi era certo un disinteresse per i diritti dell’uomo ma un disinteresse per la fonte e la messa in dubbio della sua bontà. Credo che il dubbio per la bontà della fonte non sia mai venuta meno ma credo sia subentrato un pensiero alla “dissidente”, ovvero: visto che ci sono usiamoli.

 

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