Che è accaduto a Freedom Flotilla

Fredom_flotillaragionpolitica.it martedì 01 giugno 2010

Israele è caduta nella trappola mediatica preparata dalla Turchia di Erdogan, che ha allestito la flottiglia “umanitaria” rifiutando qualsiasi mediazione con il governo Olmert e cercando deliberatamente il confronto

di Stefano Magni

segue:

Tempi (Editoriale) 3 giugno 2010

Il blitz nel Mediterraneo

Lo scriteriato assalto israeliano non assolve il pacifismo guerrafondaio

Gli israeliani hanno attaccato di punto in bianco un convoglio di otto navi passeggeri che trasportavano aiuti umanitari per Gaza, uccidendo almeno 9 pacifisti che erano a bordo?La marina israeliana (proprio come la nostra marina e tutte quelle della Nato) non ha regole di ingaggio che permettono l’uccisione indiscriminata di civili. I soldati israeliani stavano conducendo un’operazione di polizia, con armi non letali, nel momento in cui sono stati aggrediti. Hanno rischiato il linciaggio e solo in quel momento hanno aperto il fuoco. Si parla dei 9 attivisti uccisi, quasi mai dei 6 militari feriti, di cui due gravemente.

Le notizie che si susseguono sulla tragedia consumatasi al largo di Gaza parlano di un confronto fra Davide e Golia, dove il giovane armato di fionda è questa volta incarnato nelle Ong pacifiste e il gigante nella più grande potenza militare del Medio Oriente. Quel che non si vede (leggasi: quello di cui si parla molto meno nei media) è il braccio di ferro fra Israele e la Turchia. Erdogan ha teso una trappola mediatica a Israele. E il governo di Gerusalemme ci è cascato.

Il convoglio umanitario è stato assemblato in Turchia. E’ stato organizzato da associazioni internazionali, fra cui, in prima fila si schierava l’Ihh, una Ong islamica turca, nel mirino dei precedenti governi laici di Ankara, ma pienamente legittimata da quando alla guida dell’esecutivo c’è Erdogan. L’Ihh è accusata da Israele di avere legami con Hamas. La sua missione, sbarcare aiuti umanitari direttamente a Gaza, violando il blocco navale israeliano, è stata identificata immediatamente da Israele come un atto ostile. Soprattutto perché avviene a poco più di un anno dal durissimo scontro fra Olmert ed Erdogan sulla guerra a Gaza. La Turchia è stata la base dell’organizzazione di tutta la spedizione. L’esecutivo israeliano aveva chiesto ad Ankara di non far partire il convoglio, ottenendo solo un secco rifiuto. L’11 maggio, Erdogan ha espresso pubblicamente il suo sostegno personale alla missione delle Ong, a favore di Gaza. Nel lungo braccio di ferro fra la «Freedom Flotilla» (questo il nome dato al convoglio umanitario) e il governo di Gerusalemme si sono presentate numerose alternative, ma alla fine gli organizzatori hanno optato solo per la soluzione più radicale: il forzamento del blocco, cercando esplicitamente lo scontro con Israele.

La proposta di Israele era: uno sbarco degli aiuti umanitari al porto di Ashdod, poi l’organizzazione di un convoglio via terra per far affluire tutto il materiale a Gaza. Per dimostrare che non ci sono problemi nell’invio di beni di prima necessità alla popolazione palestinese, la settimana scorsa gli israeliani avevano fatto transitare oltre 14mila tonnellate di aiuti umanitari attraverso i valichi della Striscia di Gaza, più del tonnellaggio trasportato dalla «Freedom Flotilla». Gli organizzatori, però, hanno rifiutato la proposta di una rotta alternativa da Ashdod, dimostrando di non voler avere a che fare con i controlli alla frontiera israeliana. E di non considerare prioritaria la consegna degli aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. Anche in questo caso la Turchia ha giocato un ruolo ben preciso: il 24 maggio Ankara ha inviato una missiva al governo israeliano, minacciando rappresaglie se la flotta con la stella di David si fosse opposta al passaggio della «Freedom Flotilla».

Il 27 maggio Noam Shalit, padre del caporale Gilad Shalit, prigioniero di Hamas dal 2006, ha proposto una sua mediazione personale. Ha promesso di intercedere presso il governo a favore di un passaggio del carico umanitario. In cambio chiedeva la consegna a suo figlio di un pacchetto di aiuti e di alcune sue lettere. Gli organizzatori della missione «umanitaria» hanno però rigettato anche questa proposta di mediazione. Sul forum di Al Manar, quel giorno, era apparso un commento più che esplicito di un lettore militante: «Sono d’accordo con la decisione di non includere aiuti a Shalit, perché distrarrebbe dallo scopo principale della missione: spezzare l’assedio di Gaza imposto da Israele, dall’Ue e dagli Usa». Lo scopo era sfondare il blocco, dunque, non tanto portare aiuti a un popolo affamato. La marina israeliana si è così trovata con le spalle al muro.

Il governo israeliano aveva avvertito: non avrebbe permesso il passaggio. Se il convoglio non avesse deviato su Ashdod, gli israeliani sarebbero intervenuti per arrestare gli attivisti. Alle intimazioni dell’alt, la flottiglia non ha risposto. E la marina ha dovuto mandare dei commando per abbordare la nave di testa, la turca Mavi Marmara. A giudicare dai filmati e dalle testimonianze dei militari, i commando con la Stella di David sono arrivati sulle navi senza attendersi alcuna resistenza, per condurre un’operazione di polizia. Non erano dotati di proiettili veri, ma di vernice. Contrariamente a quel che si aspettavano, però, i primi soldati calatisi dall’elicottero della marina hanno dovuto affrontare una folla inferocita armata di bastoni e armi da taglio. Un soldato è stato gettato fuori bordo.

Un altro è svenuto dopo essere stato colpito da un proiettile. C’è chi dice che sia stato sparato da un fucile trafugato agli israeliani nel corso del linciaggio, chi da un’arma non identificata posseduta da qualche attivista a bordo. Sei militari israeliani sono stati feriti nello scontro, due dei quali versano in gravi condizioni. E’ solo a questo punto che il commando hanno aperto il fuoco. Avrebbero potuto reagire diversamente? Forse sì, se avessero mantenuto i nervi più saldi o fossero stati preparati, sin da subito, ad affrontare una folla ostile e non un gruppo di pacifisti pronti ad arrendersi. Fatto sta che, aprendo il fuoco, gli israeliani hanno fatto esattamente quello che si aspettava chi aveva teso loro la trappola mediatica. E forse anche molto di più: nessuno si aspettava i morti.

A scontro avvenuto, è sempre la Turchia di Erdogan la prima a protestare. Su 800 persone a bordo del convoglio, 350 erano cittadini turchi, così come turche sono quasi tutte le vittime. Ankara ha richiamato l’ambasciatore in Israele per consultazioni, mentre una folla di manifestanti (fra cui spuntavano anche bandiere di Hamas ed Hezbollah) marciava contro le sedi diplomatiche dello Stato ebraico a Istanbul e nella capitale. Per il governo islamico di Erdogan è un momento d’oro. A una settimana dalla conclusione di uno pseudo-accordo sul nucleare iraniano, di cui si è fatto promotore, può ora mettersi alla testa dell’indignazione anti-israeliana di tutto il mondo musulmano.

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Tempi 3 giugno 2010 (Editoriale)

Il blitz nel Mediterraneo

Lo scriteriato assalto israeliano non assolve il pacifismo guerrafondaio

Quella che nella notte fra il 30 e il 31 maggio nel Mediterraneo orientale si è trasformata in un tragico massacro non era una missione umanitaria pacifista. Le otto navi abbordate dagli israeliani a 90 miglia dalla costa non erano lì per andare in soccorso di civili palestinesi allo stremo per il blocco dei trasporti imposto da Tsahal, ma per attuare una meditata provocazione di militanti politici che avevano per obiettivo di far precipitare la situazione per legittimare la ripresa delle armi da parte di Hamas ed Hezbollah contro Israele.

L’imperizia con cui le forze di sicurezza di Tel Aviv hanno affrontato la crisi e l’uso scriteriato e sproporzionato della forza da parte delle stesse non può mettere in secondo piano – come fanno governi e organizzazioni internazionali, a iniziare dall’Onu – il senso politico dell’accaduto. Il radicalismo islamista aveva bisogno di un pretesto che legittimasse la ripresa della lotta armata, e negli attivisti dell’organizzazione turca Insani Yardım Vakfı e del Movimento islamico nei territori palestinesi (arabi israeliani) ha trovato i fiancheggiatori di una provocazione nella quale gli israeliani sono caduti come peggio non avrebbero potuto.

Se a spingere i “pacifisti” fosse stata una genuina preoccupazione per il benessere degli abitanti di Gaza, avrebbero accettato o almeno negoziato l’offerta israeliana: sbarcare gli aiuti nel porto israeliano di Ashdod e verificare il loro trasporto via terra, una volta esaminati, a Gaza. Gli organizzatori della spedizione si sono rifiutati perché il loro obiettivo era costringere Israele ad atti di repressione per lucrare vantaggi politici. Gli attivisti del Free Gaza Movement e della European Campaign to End the Siege of Gaza sono stati gli utili idioti di un’operazione che ha sparso e spargerà altro sangue e altra sofferenza fra i popoli del Vicino Oriente. Di fatto hanno spianato la strada a chi vuole far parlare le armi.

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