Dov’è finito il diavolo? Appunti sul male (e non solo)

demonioVita e Pensiero n.3 maggio-Giugno 2017

 La nostra epoca sceglie di non parlarne eppure, quanto più viene estromesso dalla fede, tanto più imperversa nella superstizione. Ma molti oggi ammettono che l’oblio del demonio ci rende più assuefatti di fronte agli orrori del male.

di Raniero Cantalamessa

Dov’è finito il diavolo? Più radicalmente: esiste ancora il diavolo? Per rispondere a queste domande, premettiamo qualche cenno sulla situazione attuale circa la credenza nel demonio. Dobbiamo distinguere, a questo riguardo, due livelli: il livello delle credenze popolari e il livello intellettuale, rappresentato da arte, letteratura, filosofia e teologia. A livello popolare, o di costume, la nostra situazione attuale non è molto diversa da quella del Medioevo, o dei secoli XIV-XVI, tristemente famosi per l’importanza accordata ai fenomeni diabolici.

Non ci sono più, è vero, processi dell’inquisizione, roghi per indemoniati, caccia alle streghe e cose simili; ma le pratiche che hanno al centro – sia esorcizzato sia ado­rato – il demonio sono ancora più diffuse che allora, e non solo tra i ceti poveri e popolari. È divenuto un fenomeno sociale (e commerciale!) di proporzioni vastissime. Si direbbe, anzi, che quanto più si cerca di scacciare il demonio dalla porta, tanto più egli rientra dalla finestra; quanto più viene estromesso dalla fede, tanto più imperversa nella superstizione.

L’epoca di Origene nell’antichità e di san Tommaso d’Aquino nel Medioevo (i due maggiori artefici di una vera “teologia” sul demonio) furono le epoche relativamente più libere di “demonismo”.

Ben diversamente stanno le cose in quello che ho chiamato il livello intellettuale e culturale. Possiamo riassumere il processo che ha portato alla situazione attuale in tre fasi. Il primo passo, nel processo di distacco dalla visione tradizionale, avviene nel campo estetico. Il demonio che nelle arti figurative e nella poesia (per esempio in Dante) era stato rappresentato in chiave grottesca o mostruosa, a partire da una certa data comincia a essere rappresentato come bello, o almeno malinconico e poetico.

satanismoAlcuni pittori (per esempio Lorenzo Lotto, in un dipinto conservato al Museo di Loreto) dipingono il demonio come un bellissimo giovane, più “lucifero” (cioè astro luminoso), che “angelo delle tenebre”, con san Michele che lo scaccia dal Paradiso con una mano, mentre con l’altra sembra quasi volerlo proteggere. Anche in poesia, a partire da Milton, il demonio assume un aspetto di decaduta bellezza.

Se in questa fase il nemico comincia a diventare “simpatico”, nella fase successiva, che ha nell’Ottocento il suo acme, le parti sono addi­rittura invertite: il “dio dei sacerdoti” è, semmai, “il nemico”, Satana è l’alleato e l’amico, colui che sta dalla parte dell’uomo. Il demonio vie­ne assimilato a Prometeo, colui che, per amore dell’uomo, fu castigato da Dio e precipitato sulla terra. Si compongono, in questo clima, inni e poemi per celebrare il riscatto di Satana.

Bisogna dire che, in ciò, non tutto era “diabolico” e satanismo puro e semplice. C’erano delle ragioni culturali e religiose che avevano, per lo meno, facilitato questa involuzione. Come non tutto l’ateismo, a un esame attento, appare “ateo”, così non tutto il satanismo appare satanico. Molta parte dell’ateismo non era negazione del Dio vivente della Bibbia, ma dell’idolo che si era introdotto al suo posto in molti settori del pensiero e della vita.

 Allo stesso modo, molta parte del satanismo non era culto del male per se stesso, ma di quello che, secondo i rispettivi autori (e non sempre, a dir vero, senza fondamento), la Chiesa condannava come male e come “diabolico”: la scienza, lo spirito criti­co, l’amore per la libertà e la democrazia. Lo si vede dai noti, ingenui, versi del Carducci nell’Inno a Satana:

Salute, o Satana,

o ribellione,

o forza vindice

della ragione.

Arriviamo poi alla terza fase, quella attuale. Essa si può riassumere così: silenzio sul demonio. Un silenzio però che non è lodevole discrezione, ma negazione. Nessuno è più contento di questo esito che il demonio stesso, se è vero, come ha scritto Charles Baudelaire, che «la più grande astuzia del demonio è di far credere che non esiste». Il nemico, dunque, non esiste più. Meglio, esiste, ma si riduce a quello che san Paolo chiamava «la carne e il sangue» (Ef 6,12), cioè il semplice male che l’uomo porta in sé.

infernoIl demonio è simbolo dell’inconscio collettivo o dell’alienazione collettiva, una metafora. L’autore della demitizzazione ha scritto: «Non si può usare la luce elettrica e la radio, non si può ricorrere in caso di malattia a mezzi medici e clinici e al tempo stesso credere al mondo degli spiriti» (R. Bultmann, Nuovo Testamento e mitologia, 1970).

Non è questo il luogo adatto per discutere queste posizioni. Solo alcune osservazioni. Perché oggigiorno molti intellettuali, perfino fra i teologi, trovano impossibile credere nell’esistenza del demonio come entità non solo simbolica, ma reale e personale? Io credo che uno dei motivi principali sia questo: si cerca il demonio nei libri, mentre al demonio non interessano i libri, ma le anime, e non lo si incontra frequentando gli istituti universitari, le biblioteche e le accademie, ma, appunto, le anime, specialmente certe anime.

La prova più forte dell’esistenza di Satana non si ha nei peccatori o negli ossessi, ma nei santi. E vero che il demonio è presente e operante in certe forme estre­me e “disumane” di male e di cattiveria, ma qui egli è di casa e può celarsi dietro mille sosia e controfigure. Avviene come con certi insetti, la cui tattica consiste nel mimetizzarsi, posandosi su un fondo del loro stesso colore. Per questa via, è praticamente impossibile giungere, nei casi singoli, alla certezza che si tratta proprio di lui, non conoscendo noi fin dove giungono le possibilità di male insite nell’uomo.

Al contrario, nella vita dei santi egli è costretto a venire allo sco­perto, a mettersi “contro luce”; la sua azione si staglia netta, nero su bianco. Nel vangelo stesso la prova più convincente dell’esistenza dei demoni non si ha nelle numerose liberazioni di ossessi (dove a volte è difficile distinguere la parte che svolgono le credenze del tempo sull’origine di certe malattie), ma si ha nell’episodio delle tentazioni di Gesù. Chi più chi meno, tutti i santi e i grandi credenti (alcuni dei quali intellettuali di prim’ordine), testimoniano della loro lotta con questa oscura realtà, e non si può onestamente supporre che fossero tutti degli illusi o semplici vittime dei pregiudizi del loro tempo.

San Francesco d’Assisi ruppe quasi tutti i pregiudizi dell’epoca, ma non questo; a un suo intimo compagno egli un giorno confidò: «Se sapessero i frati quante e che gravi tribolazioni e afflizioni mi danno i demoni, non ci sarebbe alcuno di loro che non si muoverebbe a compassione e pietà di me».

Quelli che passano in rassegna i fenomeni tradizionalmente con­siderati diabolici (possessione, patti con il diavolo, caccia alle streghe…), per poi concludere trionfalmente che è tutta superstizione e che il demonio non esiste, somigliano a quell’astronauta sovietico che concludeva che Dio non esiste, perché lui aveva girato in lungo e in largo per i cieli e non lo aveva incontrato da nessuna parte. Entrambi hanno cercato dalla parte sbagliata.

Un altro equivoco va menzionato in questo campo. Si discute sull’esistenza di Satana fra teologi, filosofi e uomini di cultura atei, come se vi fosse una base comune per il dialogo. Non si tiene conto che una cultura “laica”, che si dichiara non credente, non può credere nell’esistenza del demonio; è bene, anzi, che non vi creda. Sarebbe tragico che si credesse nell’esistenza del demonio, quando non si crede nell’esistenza di Dio. Allora sì che ci sarebbe da disperarsi.

Che cosa può sapere di Satana chi ha avuto a che fare sempre e solo, non con la sua realtà, ma con l’idea e le rappresentazioni di lui, con le tradizioni etnologiche su di lui? Costoro sono soliti trattare questo argomento con grande sicurezza e superiorità e liquidare tutto con l’etichetta di “oscurantismo medievale”. Ma è una sicurezza senza fondamento, come quella di chi si vantasse di non aver paura del leone, solo perché lo ha visto tante volte dipinto o in fotografia e non si è mai spaventato di esso.

infernoAlcuni interpretano la linea di maggior discrezione adottata dal magistero della Chiesa in questo campo come una prova che anche la Chiesa ha rinunciato alla credenza nel demonio o che almeno non sa più bene cosa fare di questo punto tradizionale della sua dottrina. Ma non è vero. Paolo VI ha riaffermato con forza la dottrina biblica e tradizionale intorno a questo «agente oscuro e nemico che è il demonio». Scrive tra l’altro: «Il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa» (discorso Liberaci dal male, 15 novembre 1972).

È vero che in passato si è spesso esagerato nel parlare del demonio, si è visto dove non era, si sono commessi molti torti e ingiustizie, con il pretesto di combatterlo; è vero che in questo campo occorrono molta discrezione e prudenza per non cadere precisamente nel gioco del nemico. Vedere il demonio dappertutto non è meno fuorviarne che non vederlo da nessuna parte. Diceva Agostino: «Quando viene accusato, il diavolo ne gode. Addirittura, vuole che tu lo accusi, accoglie volentieri ogni tua recriminazione, se questo serve a non farti fare la tua confessione!» {Sermoni, 20,2).

Nonostante tutto questo, resta però fermo il dato biblico che parla del demonio come di una potenza personale, dotata di intelligenza e volere, contro cui Cristo ha lottato, che ha vinto definitivamente sulla croce, al quale è ancora «concesso di fare guerra ai santi» (Ap 13,7), per la loro purificazione, e che tenta in tutti i modi di “sedurre” gli uomini. Si afferma a volte che la credenza nel demonio sarebbe qualcosa di tardivo e secondario nella Bibbia, derivato dal contatto con altri universi religiosi. Si dimentica che l’idea di un “nemico” e di una lotta senza quartiere tra esso e l’umanità, fino alla sua sconfitta finale («egli ti schiaccerà il capo»), è presente fin dalla prima pagina della Bibbia, nel racconto della caduta (cfr. Gen 3).

Ma anche in questo campo la demitizzazione non è passata invano e senza portare anche frutti positivi. Caduto il polverone creatosi intorno al demonio, oggi siamo forse in una situazione più vantaggiosa per riscoprire il vero nucleo biblico di questa credenza e il suo profondo impatto esistenziale. Sottratto al folclore, il demonio appare un elemento di spiegazione importante del mistero dell’esistenza umana. Sono molti oggi, anche tra gli intellettuali, ad ammettere che l’oblio del demonio non ha reso più serena e razionale la vita degli uomini, ma al contrario ci rende più ottusi e assuefatti di fronte agli orrori del male.

Ammettere l’esistenza di un tentatore e della tentazione non significa vanificare la libertà umana, perché resta vero che ognuno è tentato «dalle proprie passioni» (Gc 1,14), cioè da se stesso. Anche Adamo ebbe la causa principale della sua colpa in se stesso, non nel tentatore; altrimenti non si giustificherebbe la condanna pronunciata da Dio anche contro di lui e contro Eva, oltre che contro il serpente. Nessuna tentazione, da sola, può indurre al male, senza il concorso della libertà.

Alla domanda «in che modo i demoni possono qualcosa contro di noi?», un Padre del deserto rispondeva con un apologo: «I cedri del Libano dissero un giorno: Noi che siamo così alti e forti, un pezzettino di ferro ci abbatte! Ma se non gli diamo nulla di nostro, neppure quello potrà abbatterci. Poiché è per mezzo del legno che gli uomini fabbricarono le asce con le quali abbatterono gli alberi. Gli alberi sono le anime, il ferro dell’ascia è il demonio e il manico è la nostra volontà. E questa che ci fa cadere» (Vite dei Padri, VII, 25,4).

simbolo_satanismoL’ultima parola da dire sul demonio è quella che riguarda il suo posto nella fede cristiana. Esso non ha nel cristianesimo un’importanza pari e contraria a quella di Cristo. Cristo, sulla croce, ha vinto il male e il demonio; egli è l’unico “Signore” e nessuno può nuocere a chi si tiene unito a lui nella fede. Non è neppure del tutto giusto dire che noi crediamo “nel” demonio, se credere significa fidarsi di qualcuno e affidarsi a qualcuno. Crediamo “il” demonio, non “nel” demonio; esso è un oggetto e, per giunta, negativo della nostra fede, come lo sono il peccato e l’inferno.

Dio e il demonio non sono due principi paralleli, eterni e indipendenti tra di loro, come lo sono in certe religioni dualistiche, per esempio nella religione di Zarathustra. Per la Bibbia, il demonio non è che una creatura di Dio “andata a male”; tutto ciò che esso è di positivo viene da Dio, solo la malizia viene dalla sua libertà. Tutto quello che ha di proprio è il suo voler essere indipendente da Dio e tutto quello che egli cerca nel mondo è trascinare l’uomo in questo voler essere indipendente da Dio. E bisogna dire che egli ha un largo seguito in ciò, nel mondo in cui viviamo.

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Raniero Cantalamessa, dell’ordine dei Frati Minori Cappuccini, è predicatore della Casa Pontificia. Ordinato sacerdote nel I9S8, si è laureato in Teologia a Friburgo, in Svizzera, e in Lettere classiche all’Università Cattolica di Milano. Già professore ordinario di Storia delle origini cristiane e direttore del Dipartimento di Scienze religiose dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è stato membro della Commissione teologica internazionale dal 1975 al 1981. È autore di libri scientifici scritti come storico delle origini cristiane e ha pubblicato numerosi altri libri di spiritualità

 

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