Ricollocando la Chiesa nella Tradizione il Papa ridà gioia ai cattolici che hanno sofferto la Babele postconciliare

Benedetto XVITempi, 29 maggio 2008

di Gianni Baget Bozzo

La politica è piena di fatti, persino troppi e tutti incerti. Il Partito democratico precipita in una crisi profonda, con il sorriso di Silvio Berlusconi che offre a Walter Veltroni solo dolcezza e luce, l’ira funesta del grande giustiziere Antonio Di Pietro e lo spavento della sinistra antagonista che vede privo di parola Fausto Bertinotti, il flauto magico che l’aveva incantata.

Commentare queste cose è certamente una bella prospettiva, ma il tempo non mancherà: lunga è la storia della fine della sinistra come alternativa di governo, mentre si è vissuta per decenni, e si vive tutt’ora, come regime.

Preferisco invece occuparmi di una realtà che mi dà gioia: i discorsi di papa Benedetto XVI sui padri della Chiesa. Cioè sulla Tradizione, su quella lunga catena di verità e di autorità che fa della Chiesa di Pietro il Corpo di Cristo, da cui riceviamo sia la Scrittura che la Tradizione.

Chi, come me, ha vissuto Concilio e postconcilio come il maggior tentativo di autodemolizione della Chiesa, con grande partecipazione vede tornare, nelle parole del Papa, la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, tradizione vivente e persona mistica.

È ancora nell’aria, specie nei teologi e nei liturgisti, l’influenza protestante secondo cui la fonte della Rivelazione è solo la Sacra Scrittura e la tradizione è subalterna ad essa. Ma papa Ratzinger è là, e dà voce come Papa alla lunga schiera dei costruttori del nostro linguaggio, dei nostri dogmi, della nostra capacità di accedere con le parole al Mistero.

Se la parola della Chiesa fosse solo la Scrittura, saremmo comunque diversi dagli islamici che hanno solo il Corano, vista la diversità dei testi sacri, ma vorrebbe dire che i cristiani accedono alla vita divina solo mediante le parole di altri, che l’esperienza che ha reso possibile la Chiesa apostolica è terminata con essa, che lo Spirito Santo non opera più, è chiuso nelle pagine di un libro e nelle parole dei predicatori.

Invece la Chiesa cattolica annunzia che la Pentecoste continua e che lo Spirito Santo parla ancora nei cristiani e consente a loro di vivere la stessa esperienza della fede che ha animato la Chiesa alle origini. È perché la vita della Chiesa respira l’eterno che le parole dette nei secoli vanno oltre il tempo: e ogni cristiano nella Chiesa cattolica è partecipe della medesima esperienza che hanno vissuto gli apostoli. Il Mistero della vita divina, comunicata nel giorno della Pentecoste ai testimoni della passione e della resurrezione, continua in ogni credente.

Chi, come me, ha vissuto gli anni babelici della polifonia discorde in cui ogni teologo era una sentenza e ogni esegeta un’autorità biblica, sente con questo pontefice fluire al vertice della sede di Pietro la Chiesa come persona che dà a ogni cristiano la possibilità di vivere il Mistero divino che annunzia. È un grande fatto storico che abbiamo sotto gli occhi: la Chiesa, una nei tempi e negli spazi, in cui il Papa di Roma esprime con autorità il corpo mistico di Cristo.

È una particolare gioia ascoltare il commento papale su Dionigi Areopagita, il quale mostrò l’ineffabilità del mistero divino che è oltre la ragione ed è raggiungibile dall’esperienza di fede pienamente vissuta nella concretezza della vita umana. Questa è vera storia, e solo chi ha sofferto la grande mancanza può sentire in atto oggi come un intervento divino.

Molti cristiani l’hanno atteso con poca fiducia ma con una grande speranza. Quella che non confonde, infusa in noi dallo Spirito Santo nella carità che ci unisce.

(A.C. Valdera)

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