Quando la paura si colorò di rosso

partigianiAvvenire 16 maggio 2008

Con un romanzo storico Giampaolo Pansa torna sul lato oscuro della Resistenza. Stavolta dalla parte della «gente comune»

di Andrea Galli

Glielo aveva detto una ragazza, a Roma, durante uno degli infuocati dibattiti dopo l’uscita de Il sangue dei vinti, nel 2004: «Lei deve scrivere il Via col vento della guerra civile italiana».

Consiglio seguito, in un certo senso:  I tre inverni della paura, l’ultimo la­voro di Giampaolo Pansa, in libreria tra pochi giorni per i tipi di Rizzoli, è qualcosa di più un corposo ro­manzo storico: è l’epopea di una piccola provincia del nord Italia, quella di Reggio Emilia, dilaniata tra sogni e speranze di liberazione, do­po l’8 settembre del ’43, e una realtà fatta di sangue e terrore. Terrore troppo spesso «partigiano».

Pansa, perché la scelta di Reggio E­milia come ambientazione?

«Perché Reggio mi è sempre sem­brata lo sfondo di una tragedia ita­liana che lì si coglieva meglio che altrove. Una zona cruciale a cavallo di altre altrettanto cruciali, Bologna e Modena a est, Parma a ovest. A quel tempo era poi una terra molto povera, piena di mezzadri, dove nelle campagne si conduceva una vita di stenti e fatiche, durissima. Ma soprattutto era la sede di un Partitone Rosso che, sia durante la guerra civile che dopo, è stato asso­lutamente egemone sulla vita della gente, anche per gli aspetti più bru­tali di quegli anni. Un partito comu­nista pesante – nel dopoguerra, per molti anni la federazione del Pci di Reggio ha conteso a quella di Siena la primazia in Italia – le cui vicende sono da manuale per capire quanto fosse falsa la retorica sull’unità della Resistenza. Certamente c’era un o­biettivo comune fra le varie forze antifasciste, quello di liberare l’Italia dai tedeschi e dai fascisti. Ma le for­mazioni garibaldine, che erano straripanti, con il 95% della poten­za bellica partigiana, volevano al­tro: non solo regolare i conti con tutti quelli che non erano stati con loro, ma cominciare a sgomberare il terreno da quelli che potevano, in qualche modo, mettersi di traverso al loro programma rivoluzionario».

E cosa volevano, una nuova rivoluzione d’ottobre?

«Diciamo che volevano fare dell’Italia un’Ungheria del Mediterraneo ».

Questo è il suo sesto libro sull’argomento, partendo da «I figli dell’Aquila». Non aveva già raccontato tutto il raccontabile?

«Mancava una cosa. Avevo il deside­rio di parlare, accanto alle vicende di partigiani e tedeschi, di quello che è stato il protagonista silenzioso di quegli anni: la gente comune. Quella che si trovava tra le due parti in lotta come un vaso di coccio. Donne che avevano perso i figli e i mariti in guerra e che se li vedevano portare via, a guerra finita, per motivi spesso incomprensibili o abietti: sete di denaro, desiderio di dare una lezione al nemico di classe, al piccolo padroncino, al benestante, o a chi semplice­mente contestava a voce alta la vio­lenza dei ‘rossi’. Gente terrorizzata: l’assassinio dell’avvocato liberale, di don Pessina, del sindaco socialista di Casalgrande, del capitano Mirotti, che aveva combattuto con gli alleati, A Reggio Emilia due voci cattoliche sfidarono il «terrore comunista»: quella di Giorgio Morelli, partigiano e giornalista, morto per i postumi di un attentato, e quella del vescovo Socche la provincia disseminata di fosse piene di morti – ‘necropoli clande­stine’ per usare l’espressione di uno storico reggiano di cui sono debito­re, Sandro Spreafico – ecco, tutto questo diffondeva una paura che è difficile immaginare per chi non l’ha vissuta».

Nel libro torna una figura eroica, di cui lei aveva già parlato in altre due opere. Un partigiano cattolico, Giorgio Morelli, del tutto dimenti­cato dopo la sua morte. 

«Sì, Morelli, il ‘Solitario’, è stato se­polto due volte. La prima quando è morto a soli 21 anni, per le ferite di un attentato subito dai partigiani garibaldini. La seconda volta per­ché poi nessuno ne ha più parlato. È caduto nell’oblio. Prima di scrive­re questo libro sono andato a trova­re sua sorella, una donna di ferro, che oggi ha più di 80 anni. Mi ha dato tutti i numeri de La Nuova Penna, il giornale che Morelli curò con il suo compagno di battaglie Eugenio Corezzola, e dove docu­mentò il dilagare della violenza co­munista a Reggio e dintorni. Un do­cumento impressionante: quello che il sottoscritto ha cominciato a capire con 40 anni di ritardo, Morel­li e Corezzola l’avevano capito subi­to. Due giovanotti di vent’anni sec­chi, che con un coraggio fuori dal comune, e una rara lucidità, hanno sfidato i padroni di Reggio e gli squadroni della morte comunisti».

Lei parla anche di monsignor Be­niamino Socche, «l’ultimo vescovo principe di Reggio» come lo chiamò un suo biografo.

«È un altro personaggio del mondo cattolico che mi ha molto colpito. Era un combattente, Socche. Aveva una profonda devozione mariana, ma nemmeno la Madonna era riu­scita ad addolcire la sua grinta. E non accettava quello che stava ac­cadendo nella sua diocesi. Uno che dopo l’omicidio di don Pessina va direttamente da De Gasperi, a Ro­ma, per dirgli: ‘Caro De Gasperi, tu sei al governo con i comunisti però sappi che a Reggio Emilia ci am­mazzano i preti’. E De Gasperi, con quella sua aria un po’ fredda, da au­stroungarico, che gli ribatte: ‘Eccel­lenza, la linea è già tracciata: oggi con i comunisti, domani senza i comunisti, dopodomani contro i comunisti’».

Leggendo degli assassinii com­messi dai partigiani nel reggiano, di cui si perde il conto, uno si chie­de che fine abbiano fatto i tanti re­sponsabili.

«Sono quasi tutti rimasti legati al Partitone Rosso, il Pci, e hanno ob­bedito alla regola numero uno: non parlare mai, assolutamente mai, di quello che era successo. Dopo la guerra hanno fatto un mestiere, hanno messo su famiglia, sono in­vecchiati e poi sono morti. Qualcu­no è ancora vivo, però. Erano con­vinti di essere nel giusto: il Partito gli aveva chiesto di fare certe cose, loro hanno ammazzato, hanno se­polto le vittime in luoghi che non hanno mai rivelato, hanno conti­nuato la loro vita. Il che può fare impressione, ma l’ideologia politica può essere una corazza che ti difen­de per tutta la vita. E loro si sono di­fesi in questo modo».

(A.C. Valdera)

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Giampaolo Pansa Il sangue dei vinti Ed Sperling & Kupfer  2005

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