Garantiamo ai figli una vita felice? Se li accettiamo come sono

downAvvenire 23 settembre 2007

Teresa, mamma di Sofia, bimba Down

Ho letto con molto interesse l’editoriale di Marina Corradi pubblicato da Avvenire il 29 agosto sul caso delle gemelline abortite. Mi chiamo Teresa, ho 2 bambini: Luca, di 5 anni, e Sofia, di 1 anno.

Durante un controllo ecografico alla dodicesima settimana della gestazione di Sofia, la dottoressa ci disse che c’erano problemi: la traslucenza nucale aveva dati alterati, il rischio era di un bambino Down, solo l’amniocentesi avrebbe potuto darci una risposta certa.

Se avessimo deciso per un esame così invasivo, dopo che cosa avremmo deciso di fare? Un aborto? Di solito segue la parola terapeutico: ma terapeutico per chi? Ho sempre ritenuto la vita un dono da rispettare: embrione, feto o bambino.

Io e mio marito abbiamo deciso di amare la nostra bambina comunque.

Il 14 settembre 2006, alla trentesima settimana di gestazione, è nata Sofia, 890 grammi di vitalità e voglia di vivere. Sofia è affetta da trisomia 21. Non è facile, il dolore è tanto. Il confronto con i parenti e i conoscenti è stato devastante. Erano a disagio, qualcuno ha sostenuto che è da incosciente far nascere un bambino con problemi.

Per fortuna tanti amici ci hanno aiutato e sostenuto. Durante i 70 giorni di ricovero di Sofia ho conosciuto una realtà fino ad allora sconosciuta: i reparti di neonatologia. In essi, le mamme accudiscono con amore infinito i loro bambini, medici e infermieri curano questi bambini come fossero loro.

Non possiamo garantire ai nostri figli una vita sana, perché questo non è nella capacità dell’uomo. Felici? Forse, se impariamo ad amarli per quello che sono e non per come li vorremmo.

Un grande abbraccio a tutte le mamme.

(A.C. Valdera)

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