Cardinale della fede. Il mio lungo inverno nei gulag di Stalin

Gulag-UrssPubblicato su Avvenire 11 novembre 2003

«Con un accanimento davvero satanico venivano perseguitati tutti quelli che credevano in Dio e cercavano di seguire i riti religiosi» La lunga indifferenza dell’Occidente, che pure sapeva

di Kazimierz Swiatek

Ai tempi di Stalin tutto il territorio dell’Unione Sovietica non era altro se non un enorme gulag, un recinto col filo spinato, dove migliaia di reclusi nei vari singoli lager morivano a causa delle disumane condizioni d’esistenza e di lavoro. Dopo essere stato incarcerato per due volte nelle prigioni sovietiche, inclusi due mesi nella cella per condannati a morte, venni mandato al lager dei lavori forzati a regime speciale. Dapprima nella taiga siberiana, successivamente nella tundra del lontano nord.

Sono stato recluso in un estremo isolamento e ciò non mi ha permesso né d’incontrare alcun sacerdote cattolico né d’amministrare il sacramento della confessione. Soltanto negli ultimi anni di lager sono riuscito ad avere l’ostia e il passito per celebrare di nascosto la santa messa. Come calice usavo una tazza di ceramica, mentre tenevo l’ostia consacrata da portare ai cattolici in una scatola di fiammiferi. Mi ricordo la messa in occasione della Pasqua celebrata per alcuni reclusi cattolici nel locale di lavanderia tra le nuvole di vapore. Di tutta la mia vita sacerdotale fu la Pasqua più cara.

L’Occidente, pur conoscendo la situazione della Chiesa nell’Unione Sovietica, spinto da certe ragioni, forse anche politiche, non è intervenuto in difesa dei credenti, oppressi e perseguitati dal regime. Eppure la Chiesa in Bielorussia, pur senza le sue strutture ecclesiastiche, sofferente, talvolta anche sanguinante, rimaneva viva ed attiva. Nel 1954, dopo dieci anni passati nei gulag, mi diressi non senza difficoltà verso Pinsk. Entrai nella cattedrale dove nel 1939, all’atto del conferimento dei voti sacerdotali, avevo giurato obbedienza e fedeltà a Dio. Quel giuramento comprendeva tutta la mia vita futura.

Era domenica. Nelle prime file c’erano una trentina di donne anziane. All’altare principale si affaccendava un omino anziano e claudicante. Io stavo fermo sotto il coro, appoggiato alla colonna. Non è difficile immaginare lo stato d’animo che regnava nel mio animo colmo di gioia e gratitudine. Quell’ omino invece stava preparando l’altare per la santa messa e lo faceva in uno strano modo. Aveva posato sull’altare la pianeta e il calice, acceso le candele, suonato il campanello della porta di sacrestia…. ma davanti all’altare non si vedeva nessun prete. Le donne si erano alzate, una di loro facendo il segno di croce ad alta voce annunciò il nome della domenica ed iniziò con tutte le altre a dire le preghiere introduttive della santa messa. Dunque, era una messa senza il sacerdote!

Una delle donne si alzò e prese a leggere il Vangelo. Non potevo più trattenermi. Scoppiai a piangere. Com’è possibile, dicevo tra me e me: il sacerdote sta qui, appoggiato alla colonna, in incognito, e un’altra persona legge il Vangelo! Finita questa straordinaria santa messa sono entrato nella sacrestia per parlare con il vecchietto.

Ne risultò che già 6 anni fa il parroco della cattedrale era stato arrestato e condannato a 25 anni di reclusione. Ho chiesto se volessero un prete. Sì, ma non sapevano dove cercarlo. Allora dissi che ero sacerdote e che sono stato liberato dal lager sovietico. Potevo iniziare il mio servizio di pastore delle anime. Insieme iniziammo le pratiche presso le autorità affinché mi registrassero come parroco della cattedrale.

Da quel momento venni fermato più di una volta per strada, fatto salire in macchina e portato nella sede del KGB, dove mi trattenevano fino all’alba. Cercavano di convincermi di abbandonare il sacerdozio, promettevano in cambio delle sistemazioni vantaggiose. Ai miei categorici rifiuti rispondevano minacciando di mandarmi di nuovo in prigione. Dopo cinque mesi rinunciarono finalmente ai loro tentativi e mi diedero il permesso di svolgere le funzioni di parroco a Pinsk. La parrocchia si estendeva in linea retta ad ovest dal fiume Bug e ad est fino al Pacifico.

Non di rado la cattedrale veniva visitata dai fedeli residenti a migliaia di chilometri da Pinsk. Nelle campagne e nei villaggi i fedeli si radunavano nelle case, con le persiane chiuse, per celebrare insieme la messa. Sempre di sera si radunavano al cimitero per cantare i canti religiosi, ma senza alzare troppo la voce, per non essere sentiti nell’ufficio amministrativo della contrada. Il più delle volte recitavano il rosario coi grani fatti di pane. Ho sempre ritenuto la loro testimonianza di fede come una delle cose più preziose.

Sono loro, proprio queste proverbiali “babushke”, che sono riuscite a conservare la fede in Dio negli anni della persecuzione, quando mancavano sia le chiese che i sacerdoti. È a loro che dobbiamo essere grati per la fede che non è scomparsa per sempre da queste terre così pesantemente oppresse, per i nipoti e pronipoti ai quali esse hanno insegnato perlomeno il Padre Nostro e l’Ave Maria. Anche se loro non hanno pagato con il sangue per la loro fede, tuttavia la loro vita portava i segni del martirio. Sono figure eroiche, anche se nessuno innalzerà loro un monumento. Onore e gloria a voi, care, amate babushke d’oro!

Dopo il 1991, con l’incarico di Arcivescovo, mi sono messo a percorrere lo sterminato territorio della Bielorussia, qualche volta facendo oltre mille chilometri al giorno, trovando la conferma di innumerevoli testimonianze di fede. In una parrocchia mi venne incontro un giovane sacerdote venuto dalla Polonia per lavorare come pastore delle anime in Bielorussia.

La chiesa era un edificio semidistrutto, senza tetto nè porte. Davanti alla parete frontale c’era un gruppo di circa 20 donne. Mi si avvicinarono di corsa e con il mio massimo stupore si buttarono per terra ai miei piedi. Io ne ero sconvolto: per la prima volta nella loro vita incontravano un vescovo cattolico proprio davanti alla loro chiesa distrutta. Quindi sono tornate al punto dove stavano prima e con le voci tremanti hanno intonato un canto mariano.

Potevo io vescovo trattenere le lacrime vedendo questa testimonianza di fedeltà verso Dio e verso la Chiesa? Poi ho chiesto al giovane sacerdote che cosa gli aveva fatto abbandonare la sua terra per venire in questo luogo desolato. «Padre, appartengo alla categoria dei pazzi di Dio», fu la sua risposta. L’ho abbracciato, baciato e gli ho sussurrato all’orecchio: «Allora, caro padre, sia pazzo fino in fondo». E lo fu! Ha già rialzato dalle rovine tre chiese che non sono ancora riuscito a riconsacrare. Nel frattempo abbiamo visto la caduta dell’Unione Sovietica e la formazione della Repubblica indipendente di Bielorussia.

Durante un’udienza speciale ai pellegrini provenienti dalla Bielorussia il Santo Padre ha voluto rendere omaggio a tutti coloro che, a prezzo d’indicibili sofferenze ed anche del martirio, sono riusciti a conservare la propria dignità di credenti. Giovanni Paolo II ci ha mostrato la memoria che redime! I templi vecchi e i nuovi si riempiono di fedeli, tra i quali sono sempre di più i bambini e i giovani che partecipano attivamente al catechismo.

Ringrazio infinitamente Dio perché mi ha concesso la grazia di sopravvivere ai lunghi anni di persecuzione e di essere ancora un testimone partecipe alla liberazione, alla rinascita ed allo sviluppo della Chiesa in Bielorussia.

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