Evoluzione per salti

Il Tempo sabato 23 aprile 1994

 Dubbi sulla teoria di Darwin

di Giuseppe Sermonti

RICORRONO vent’anni dalla enunciazione della teoria degli «equilibri punteggiati» (puntctuated equilibria) e la comunità scientifica celebra la maggiore età di questa riformulazione del darvinismo. La rivista Nature pubblica nell’occasione un articolo dei due autori della teoria, il famoso Stephen Jay Gould e il meno noto Nils Elderedge.

Diciamo subito che raramente una teoria ha avuto una denominazione più infelice e nebulosa. La traduzione «equilibri intermittenti», che è talvolta adottata, dice forse qualcosa di più, ma non è fedele.

La teoria si dovrebbe chiamare «Evoluzione a salti» ma si è preferito un nome meno comprensibile perché esso non turbasse troppo la pace dei neo-darvinisti, anzi i loro sonni.

Benché gli stessi autori della teoria si siano adoperati per salvare Darwin, l’evoluzione a salti sovverte completamente il darvinismo e i suoi presupposti. Un processo governato dal puro caso deve essere graduale. Il caso può aggiungere una macchia al mantello del leopardo ma non può trasformarlo in leone.

I genetisti hanno sostenuto il gradualismo sino alla noia. Scrive per esempio Jacques Monod: «…qualsiasi evoluzione sensibile… è il risultato di un grande numero di mutazioni indipendenti, accumulate successivamente nella specie originale».

Il processo di modifica delle specie è stato confrontato alla modifica di un testo dattiloscritto, in successive copie, a causa di «errori di battitura». Benché la pretesa fosse assurda, veniva insegnato che, se tutti i fogli con errori insensati fossero stati cestinati, alla fine, un po’ per volta, un testo migliore sarebbe emerso.

Era sufficiente la pazienza della natura, e gli «errori di copiatura» e la «selezione naturale» (il cestinamento del mal riuscito) avrebbero fatto tutto. C’era da piangere di fronte al trionfo di simili idiozie, che non reggevano al più semplice calcolo matematico, ma la scienza ufficiale, all’estero e in Italia, ha sostenuto questa tesi assurda, premiandola di Nobel, di cattedre, di elezioni ed accademie. I pochi che se ne discostavano erano trattati con sufficienza e posti nel novero dei creazionisti e dei vitalisti.

Io confesso che ho sempre avuto difficoltà nel combattere il neo-darvinismo per quell’imbarazzo che si prova nel contrastare ciò che è eccessivamente futile.

Scrisse, disperato, De Santillana (nel suo superbo Il Mulino di Amleto, che la cultura moderna ha ignorato), a proposito del gradualismo evoluzionista: «Forse gli storici dei secoli a venire ci chiameranno tutti pazzi per non aver scoperto subito e confutato con la necessaria energia questa Incredibile cantonata».

Per ora è invece lui il pazzo.

L’argomento più ripetuto degli oppositori del gradualismo neo-darviniano era la faccenda degli anelli mancanti. Ma com’è, se tutto avviene passo passo, che i fossili non ci mostrano la balena incipiente, il mezzo pipistrello, il semi-uccello?

La risposta rituale è sempre stata che quelle creature intermedie erano certamente esistite, ma i documenti fossili erano così manchevoli che esse non avevano lasciato traccia. Dopo un secolo di ricerche paleontologiche si è arrivati alla conclusione che quegli esseri Intermedi non sono mai stati trovati perché non sono mai esistiti. Quello che si osserva nei reperti è la stabilità.

«La stasi — si legge su Nature — è il più comune di tutti i processi paleontologici». Per milioni di anni non succede niente, la specie rimane la stessa, e poi improvvisamente scompare ed è sostituita da nuove forme, dello stesso genere, ma nettamente diverse. Eppure In quei milioni di anni di monotonia e stabilità le mutazioni ci sono state e la selezione ha operato. Evidentemente mutazione e selezione non fanno l’evoluzione, si elidono a vicenda.

Perché una specie possa saltare in un’altra specie simile, è necessario che l’evoluzione si muova su percorsi prestabiliti. Che le specie future siano in attesa come potenzialità che improvvisamente si realizzino.

Che il felino primigenio abbia in sé, come intenzioni inespresse, il gatto, la tigre, il leopardo, il giaguaro e il leone, e queste «esplodano» improvvisamente nella loro forma completa. Che, per metafora, Il paleofelino entri nella caverna e ne escano ruggendo e miagolando un branco di realtà biologiche compiute.

Come ciò accade non è facile spiegarlo, ma certamente non lo spiega Darwin, né il neodarvinismo, né la biologia molecolare.

La vita sulla Terra è come acqua che scenda per un declivio percorso da canaloni che via via si biforchino.

Ai punti di biforcazione l’acqua compie una scelta, un arbitrio, un gioco: rifiuta un canale e ne sceglie un altro, ma non va per un percorso qualunque. I percorsi sono quelli, prestabiliti nell’inventario del possibile. Per milioni di anni la specie percorre il suo monotono canale, sinché incontra una biforcazione o una multifurcazione, e lì sceglie, si trasforma, si spezza.

Massimo Piattelli Palmerini, che dedica, su La Repubblica (18 novembre), un articolo a tutta pagina alla celebrazione dell’evento, cerca di salvare Darwin dal naufragio. Il pezzo è intitolato «La noia di Darwin», non si capisce se per dire che il defunto gradualismo darviniano era noioso, o che la nuova evoluzione, in cui per la maggior parte del tempo non succede nulla, è noiosa.

Gould, che è uomo di sinistra, confessò un giorno che la sua «evoluzione per salti» gli suggeriva un progresso sociale per rivoluzioni e la «evoluzione graduale» un lento riformismo. Tra i sistemi biologici proposti manca il progresso per «rivoluzione permanente», che invece la nostra società ha adottato, con esiti disastrosi.

Se vogliamo proprio imparare dalla paleontologia, dopo un secolo di rivoluzioni sociali, religiose e tecnologiche, ci spetterebbe di tirare un po’ il fiato, giusto per capire chi siamo.

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