Considerazioni sull’islam / 5 – rubrica Vivaio

Islam_dhimmiAvvenire – rubrica Vivaio –

Martedì 27 novembre 1990

 Vittorio Messori

Sembra certo che Maometto non abbia previsto la diffusione del suo messaggio al di là dell’Arabia e degli arabi. Furono probabilmente i suoi successori che, di fronte alle conquiste, si convertirono alla prospettiva dell’islamismo come religione universale. Ritoccando, a tal fine, quel Corano che Maometto non scrisse (pare fosse analfabeta) né scrissero i suoi discepoli limitandosi a qualche appunto preso su foglie di banano, pietre o addirittura ossa di cammello, “Corano” significa “recitazione orale”, nacque “a voce” e per essere imparato a memoria. Soltanto alcuni decenni dopo la morte del Profeta, i Califfi fecero fissare per scritto il testo tramandato. Non mancarono, così, gli “adattamenti”, tra i quali sembra anche quello di considerare diretto a tutti i popoli — e non solo all’arabo — quel messaggio, mantenendone però immutabile la lingua originale.

Ciò che il Profeta probabilmente si proponeva era solo strappare il suo popolo al politeismo, per condurre anch’esso al monoteismo dei giudei e dei cristiani che vivevano numerosi in Arabia. Per far questo, collegò abusivamente ad Abramo la sua religione, entrando così in contrasto con gli ebrei, dai quali sperava di essere riconosciuto come profeta legittimamente inserito nella genealogia di Israele.

È proprio sui rapporti tra islamismo e giudaismo che oggi vorremmo concentrare la nostra attenzione, n problema ha una bruciante attualità, visto ciò che quasi ogni giorno si verifica in Israele tra le due comunità. Ma è una questione importante anche dai punto di vista dei cristiani. Contro di essi si appunta spesso la polemica ebraica, convinta che il Vangelo stesso (con quella sua vicenda di passione e morte di Gesù anche per responsabilità del Sinedrio) costituisca una tonte perenne di ostilità antigiudaica. Per dirla con la brutale sincerità di uno scrittore ebreo: «Fino a quando qualcuno prenderà come storico il racconto evangelico della passione di Gesù, vi sarà pericolo per noi».

L’islamismo non è invece considerato altrettanto “rischioso” e si tende ad attribuire solo alle particolari circostanze storiche lo scontro tra stella di David e mezzaluna musulmana in quella che per gli uni è ancora Palestina e per gli altri è di nuovo Israele. Anche al di fuori dell’ambiente ebraico, predomina il pregiudizio — alimentato anche da quasi tutti i testi scolastici — di un fecondo incontro, nella storia, tra le due fedi semitiche: e non manca chi, ad esempio, dipinge la Spagna islamica come una sorta di paradiso per gli ebrei, bruscamente finito quando la riconquista cristiana venne a interrompere l’idillio.

Anche qui ci troviamo di fronte a uno dei tanti miti della vulgata dell’uomo medio occidentale. A contrastare questa mentalità, c’è adesso una fonte insospettabile, l’Associazione per l’amicizia ebraico-cristiana, che ha curato una “Cronologia delle persecuzioni anti-ebraiche nei Paesi arabi”, dall’inizio sino ai giorni nostri. Ecco le parole testuali con cui si apre: «La presenza ebraica nei Paesi arabi risale a 500 o 600 anni avanti l’Era Volgare. Per mille anni, sino alla comparsa di Maometto, gli ebrei vivevano in condizioni di parità con le popolazioni locali. Ma, con il Profeta, le cose cambiarono in modo tragico. Già nel 625-627 Maometto e i suoi annientarono le tribù ebraiche che rifiutavano la nuova fede. Da quel momento, insopportabili balzelli, umiliazioni, saccheggi, distruzioni e omicidi hanno costituito il filo con­duttore della storia ebraica nel mondo islamico».

È una storia sanguinosa che inizia, dunque, con il Profeta stesso che proprio qui si macchiò di uno dei crimini peggiori. Fuggito a Medina da La Mecca, si scontrò con l’opposizione delle popolose tribù ebraiche locali che non trovavano traccia nella Scrittura delle interpretazioni che quell’arabo voleva darne o degli episodi che voleva aggiungervi. Da qui, prima espulsioni e poi il massacro. La tribù giudaica medinese dei Quraiza (che pure lo aveva aiutato nel respingere l’assalto dei meccari), l’ultima rimasta in città, fu sterminata a freddo. I suoi discepoli impie­garono parecchie ore per sgozzare tutti i maschi adulti (oltre 600) mentre le donne e i bambini furono venduti schiavi.

Come scrive uno dei nostri maggiori arabisti, Francesco Gabrieli, «questo inutile bagno di sangue resta come la più perturbante macchia sulla carriera religiosa del Profeta. Non condividiamo le disinvolte spiegazioni di chi se la sbriga sentenziando che “l’etica di Maometto non è la nostra” (…) È anche da quell’episodio che ne consegui che chi, allora e poi, sparse sangue umano per la causa dell’Islam, non agì affatto contro lo spirito di Maometto, mentre chi lo sparse in nome della fede cristiana ha sempre agito contro lo spirito di Gesù. Il principio “l’etica di Maometto non è la nostra ” può bastare a spiegare l’aspetto guerriero dell’Islam, ma non gli assassini individuali e i massacri di inermi di cui il Profeta si macchiò».

La storia che seguì fu degna del massacro di Medina. Quanti sanno che fu un capo islamico, El Mutawakil. che nell’anno 845 “inventò” l’obbligo per i giudei di portare un abito giallo? Non dunque i cristiani — né i nazisti — ma i musulmani iniziarono la politica del distintivo umiliante, così come è araba un’altra “invenzione”, quella del ghetto (mellaha, in arabo) imposto in Marocco nel 1434, un secolo prima della sua istituzione a Venezia. Ma già nel 900 i musulmani avevano vietato agli ebrei di costruire case più alte delle loro, di salire a cavallo, di bere vino in pubblico, di pregare a voce alta.

In qualche parte ci si sbizzarrì in capricci sadici come al Cairo nell’XI secolo, dove i giudei, oltre all’abito colorato, dovevano portare al collo pezzi di legno di tre chili II tutto unito sempre in ogni Paese islamico alla “tassa di protezione” (cui erano tenuti anche i cristiani) a favore dei soli credenti in Allah i quali così, spesso, campavano oziosi sul lavoro dei discepoli di Mosè e di Gesù. Tassa che comportava la confisca della metà di ogni provento in denaro o in natura. Ogni tanto, qualche taglia straordinaria, tale da provocare la rovina economica. Quando non si procedeva alla confisca totale o ai progrom che, come nel Nord Africa o come, nel 1006, nella “felice” Spagna, a Granada, portarono a migliaia di morti  Talvolta la persecuzione era culturale: come, ancora nel 1934. in Iraq, dove il governo vietò, sotto pena di morte, lo studio dell’ebraico.

La lunga, impressionante catena di violenze aiuta a capire perché il mondo arabo, prima e durante il secondo conflitto mondiale, si schierò dalla parte del nazismo.  Molte testimonianze concordano sui fatto che sul tavolo di Himmler, il capo delle SS, stavano due soli libri: il Mein Kampf di Hitler e il Corano. Naturalmente, la violenza musulmana non giustifica di certo quella cristiana. Ma è comunque significativo che tutto ciò che in Occidente si fece contro il popolo ebraico non fu che una copia sciagurata di ciò che i credenti in Maometto iniziarono per primi. (392 )

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