La storia degli strani rapporti economici con l’Italia. 1 / Gli sponsor del tiranno

carroarmato

carro M 47 venduto alla Somalia

Avvenire 4 gennaio 1991

Un business militare sotto gli aiuti per lo sviluppo

di Carlo Pasotti

Di dittature feroci e di regimi militari nati da colpi di Stato antidemocratici nel mondo ce ne sono tanti, ma quello del somalo è stato l’unico ad essere «premurosamente» tenuto in vita dai soldi e dai politici italiani Non si sa bene per quali ragioni Bettino Craxi sia rimasto ammaliato dal dittatore Siad Barre in occasione della sua prima visita in Somalia nel 1985. Si può dire che da allora il Partito socialista italiano sia diventato lo sponsor quasi ufficiale del tiranno di Mogadiscio.

Questo forzuto padre padrone della Somalia parla un italiano quasi perfetto e, almeno a parole, ha sempre dimostrato di voler mantenere con l’ltalia rapporti privilegiati considerandosi egli stesso italiano d’adozione. In realtà dell’Italia ha preso soprattutto i soldi e gli aiuti della cooperazione, spesso prodigati senza limiti razionali e senza discernimento. Ma si è ben guardato dal voler imitare la nostra Repubblica nel campo delle istituzioni democratiche e delle libertà civili.

Quando nel 1968 si fece issare al potere da un colpo di Stato militare nelle prigioni somale non c’erano più di duemila detenuti, nessuno dei quali per reati politici o di opinione. Dieci anni dopo i detenuti erano diventati 24.000. di cui 18.000 imprigionati senza processo perchè la pensavano diversamente. Quelli che hanno «avuto la fortuna» di comparire davanti ad un Tribunale, sono stati generosamente condannati a morte e fucilati

Per quanto riguarda il nepotismo tribale del presidente, basta precisare che sui 210 funzionari delle 39 ambasciate somale nel mondo. 130 provengono dalla tribù di Siad Barre. I membri della famiglia del capo dello Stato hanno acquistato ventidue ville in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Le otto ville che possiedono a Washington sono costate, ciascuna due milioni di dollari Le autorità somale sono affette da una vera paranoia per lo spionaggio che rende la vita irrespirabile e pericolosa per qualsiasi straniero che voglia viaggiare nel Paese, frequentare i locali pubblici e aver contatti con la gente. Ancora prima che una persona dica che Siad Barre è un tiranno la milizia in armi accerchia già tutto il quartiere! Agli europei ed agli americani non rimane che vivere il periodo contrattuale in un cerchio socialmente chiuso, come facevano i consiglieri e gli esperti russi e cinesi con le loro famiglie.

Statistiche internazionali alla mano, è dimostrato che per le autorità somale e per il presidente gli aiuti di urgenza ai profughi e i crediti dei Paesi amici come l’Italia sono una manna permanente che copre il 60% del bilancio statale, la cui fetta maggiore va all’acquisto di armamenti per mantenere in piedi un esercito sconfitto ma su cui si appoggia Siad Barre per non cadere.

L’opposizione, quella che rimane all’interno della Somalia (la maggior parte degli «uomini liberi» sono in esilio) rimprovera appunto l’ltalia di sborsare ogni anno qualcosa come 200 miliardi di lire per la Somalia e di non muovere un dito per indurre il dittatore a maggior umanità e tolleranza nei confronti dei suoi avversari.

La Somalia è diventato il pozzo di san Patrizio della cooperazione italiana dove sono affluiti e scomparsi fiumi di denaro che in qualsiasi altro Paese, povero e poco abitato come la Somalia, sarebbero bastati per trasformarlo in un mini Eldorado.

Invece la Somalia resta una dei cinque Paesi più poveri del mondo, con un reddito procapite inferiore ai 200 dollari annui e una mortalità infantile che l’Unicef ha calcolato nel 1988 vicina al 240 per mille.

Non solo Roma non diffida Mogadiscio sul piano politico, ma addirittura lo puntella sui piano militare.

Sono infatti ottimi i rapporti di cooperazione tra le forze armate dei due Paesi. L’ammontare delle vendite di armi italiane alla Somalia è pari a circa 600 milioni di dol­lari per gli ultimi sei anni. La Somalia si colloca cosi ai terzo posto fra i clienti dell’industria bellica italiana, preceduta soltanto dalia Libia e Venezuela. Senonchè Libia e Venezuela sono due Paesi ricchi che certe spese se le possono anche permettere, la Somalia che muore di fame no.

Molti giovani somali hanno ottenuto borse di studio del ministero degli esteri italiano per frequentare l’Accademia militare di Modena e dal 1985, data dell’idillio fra Craxi e Siad Barre, è stata riattivata la Delegazione italiana assistenza tecnica militare aeronautica (Diatma) creata col fine di sviluppare maggiormente la cooperazione tecnico-militare tra Roma e Mogadiscio.

L’ltalia si è impegnata ad addestrare anche delle forze di polizia e dei servizi di sicu­rezza interni della Somalia, alcuni membri dei quali frequentano le scuole dei carabinieri italiani. I nostri «consiglieri» militari in Somalia sono circa un centinaio. Evidentemente l’Italia trae il proprio interesse commerciale da questa cooperazione militare, vendendo alla Somalia molto materiale bellico «made in ltaly».

L’industria bellica italiana ha fornito a Mogadiscio un vero e proprio arsenale: 100 carri armati M-47, veicoli blindati M-113, 300 auto blindo Fiat Oto-Melara 6616 e 6614, aerei da controguerriglia Siai Marchetti SF260W. 4 aerei da trasporto G-222. 4 Piaggio P-166 da ricognizione, elicotteri Agusta AP-204 e AP-212 e 4 aerei da addestramento SF260, camion Fiat-Iveco ed armi leggere.

Era prevista anche la commessa di aerei da controguerriglia Siai S211 ed elicotteri Agusta. Con quali soldi la Somalia pagherà tutte queste armi?

Resta il fatto che intorno a questa mangiatoia di lire italiane si è agitata in questi anni una camarilla clientelistica di faccendieri operatori economici di fantomatiche aziende o camuffate con nomi di comodo, di «amici di vecchi tempi» che hanno fatto da tramite a da intrallazzatori con la ristretta e onnipresente cerchia familiare del satrapo di Mogadiscio.

(1. continua)

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