Ogm, un quasi feuilleton per l’estate

OgmArticolo pubblicato su Tempi n. 30
24 luglio 2003

Principio di precauzione, biologico, Ogm. Intervista a Francesco Sala, professore di Botanica e Biotecnologie a Milano, curata dal periodico univeristario “Tana del Re”

Da due anni a questa parte l’Osservatorio di Pavia sta svolgendo un monitoraggio dell’informazione relativa alle agrobiotecnologie. Siamo andati ad intervistare il professor Francesco Sala, Ordinario di Botanica e Biotecnologie presso l’Università degli Studi di Milano, che fa parte del comitato scientifico di questa ricerca.

Professor Sala, cosa emerge da questo studio?

La maggior parte dei media cerca di fare titoloni, c’è chi cita Nature o Science, ma poi trae le conclusioni che vuole. è raro trovare informazione seria e corretta.

“Principio di precauzione”. Cos’è e come viene applicato?

Il “principio di precauzione” si basa sulla ragionevolezza, si valutano i rischi e benefici che derivano da una attività che si prende in considerazione. Non esiste alcuna attività umana assolutamente esente da rischi. La penicillina ha salvato, e salva tuttora, milioni di vite da gravi infezioni, e la consideriamo per questo farmaco essenziale anche se ogni anno uccide decine di persone (solo in Italia) per shock anafilattico. Ma accettiamo anche la motorizzazione che provoca migliaia di lutti ogni anno, inquina l’aria delle città e ne danneggia il patrimonio architettonico: nella percezione comune i vantaggi dell’uso dell’auto supera abbondantemente i suoi rischi! Spesso mi chiedono “è sicuro che le piante transgeniche sono assolutamente esenti da rischi?”. La sicurezza assoluta non si può garantire. Il cibo tradizionale ha i suoi rischi e così il biologico (anzi, probabilmente sono superiori). E per il biotech? Quando lo possiamo accettare? Valutiamo sempre caso per caso, ognuno fa storia a sè; inserire un gene nel melo o un altro nell’insalata non è la stessa cosa. Quindi non si può dire sì agli Ogm, no agli Ogm; ma valutare rischi e benefici rispetto alla situazione attuale.

Facciamo un esempio: per coltivare il mais in modo tradizionale spruzzo insetticidi per contrastare il fungo della piralide; se voglio fare coltura biologica non spruzzo insetticidi ma, così facendo, troverò le aflatossine che mi provocano un tumore. Se metto il gene Bt (Bacillus thuringiensis) avrò la resistenza alla piralide. Confrontiamo i risultati: il mais Gm produce di più e questo è un vantaggio, mi dà meno funghi, altro vantaggio, potrebbe danneggiare l’ambiente, questo può essere uno svantaggio. Tiriamo le somme, se il rapporto rischi benefici migliora, lo accettiamo. Nel caso di ragionevoli dubbi, sono d’accordo a fermare tutto e a controllare meglio. Il “principio di precauzione” viene oggi inteso come “principio di blocco”. Questo è il primo caso nella storia dell’agricoltura in cui una pianta selezionata geneticamente deve essere controllata per gli effetti che può dare sull’ambiente e alla salute umana, prima di essere messa sul mercato. Viceversa, se faccio un incrocio o un mutante, lo registro a Roma, costa 1500 euro e lo posso vendere, nessuno mi chiede di verificare se ci sono tossine, se produce allergie o se il polline andando in giro può creare dei problemi. (…)

Un problema che viene sollevato in questo periodo è quello della normativa sui brevetti.

L’Italia sta recependo la direttiva europea sulle biotecnologie, per aprire la commercializzazione, ma sta inserendo delle varianti. Il primo emendamento dice che in Italia è proibito brevettare il Dna delle varietà tipiche italiane; ma come si fa a capire qual è il Dna del pomodoro? Sono d’accordo che il brevetto non debba diventare un monopolio, però il fatto di abolirli va bene solo in una società in cui è tutto controllato dallo Stato. Il brevetto è stato sempre considerato dalle economie liberali come il volano del progresso, il privato è interessato a fare una ricerca se con il brevetto può tutelare il proprio lavoro. Si parla tanto dei brevetti delle piante transgeniche, perché bisogna comprarle solo da chi le ha brevettate; per le piante non transgeniche la registrazione c’è già ed è, di fatto, oggi un brevetto. Ad esempio, il riso Carnaroli è registrato così certifico che la varietà nuova è mia. Se registro un pomodoro mutante resistente al virus esso non può essere riprodotto se non con i semi che produco io. I problemi che vengono oggi sollevati dalle piante Ogm, sono già problemi generali dell’agricoltura. è un errore contrassegnare l’“agricoltura biologica” o quella “tradizionale” come le uniche di qualità, le uniche che offrano un prodotto sano e “naturale”, contrapposto al “biotecnologico”. Non vi è fondamento scientifico in tale affermazione.

Una domanda ingenua. Perché la scienza non riesce a comunicare con i cittadini nella misura in cui dovrebbe?

Io faccio parte dell’Associazione di genetica agraria che conta 400 iscritti; al potere politico conviene dire che la scienza è divisa perché ce ne sono 3 che in pubblico sono contro. Questi sono contro perché devono mantenere degli interessi privati. Nel caso del transgenico si vuol far passare l’idea che i rischi siano maggiori dei benefici. è un modo subdolo per dire che non li vogliamo. Gli scienziati che non stanno al gioco della demonizzazione di solito sono considerati pazzi o al soldo delle multinazionali.

Com’è in Italia la situazione a livello politico in materia di agrobiotecnologie?

L’obiettivo è difendere i prodotti tipici, e su questo sono d’accordo. Però, secondo me, la strategia del ministro Alemanno non funziona perché si basa sull’utilizzo dell’agricoltura biologica per difendere il prodotto tipico, invece, in questo modo, li sta perdendo uno ad uno. Si è quasi perso il pomodoro San Marzano, si perderà il melo della Val d’Aosta, il Nero d’Avola della Sicilia. La posizione del ministro ora è chiara. All’Italia conviene puntare sul biologico, perché è un settore in cui si ha un elevato valore aggiunto. Invece l’agricoltura Ogm promette di produrre di più e a basso costo tutelando gli interessi dei consumatori ma non quelli degli agricoltori.

Invece queste varietà potrebbero essere difese dalle biotecnologie?

Il problema di queste colture è che io non posso incrociare il San Marzano con un altro pomodoro per dargli resistenza alle malattie, perché dopo non è più San Marzano. Bisogna mantenere il genoma costante e inserire solo il gene della resistenza. E il pomodoro San Marzano resistente è già pronto: l’ha messo a punto la Metaponto Macrobios che è una società pubblica in Basilicata; l’ha già provato in campo, va bene ma non si può usare. E oggi la percentuale di San Marzano sul totale dei pomodori prodotti in Campania è scesa dal 30% al 3%. Quello che noi compriamo non è più San Marzano: è un ibrido F1 americano, un buon pomodoro, simile al San Marzano che usano per fare la salsa; quando non gli bastano i pomodori italiani, usano bidoni di salsa già pronta fatta arrivare dalla Cina. Se questo è il modo per salvare il tipico non sono d’accordo.

Paesi come gli Stati Uniti hanno una politica molto diversa dai paesi europei in materia di Ogm. Ormai da sei, sette anni hanno liberalizzato il mercato del cibo biotech…

Gli Usa hanno cominciato 15 anni fa e dicono che non c’ è nessun rischio. Oltretutto, le associazioni dei consumatori sono molto più agguerrite che in Italia, eppure il transgenico l’hanno accettato. Perché? In novembre in Oregon i Verdi hanno promosso un referendum per chiedere se la gente voleva l’etichettatura che distinguesse Gm e non Gm. Risultato: il 79 % ha votato contro l’etichettatura. Il principio americano è: ci deve proteggere l’ente pubblico. Spetta all’Fda (Food and Drug Administration) accertare la sostanziale equivalenza, gli organi di controllo cioè devono stabilire se il mais transgenico è equivalente a quello non Ogm. Se sì, si vende; altrimenti no. Come posso io consumatore capire se l’Ogm è tossico? Deve esserci una struttura superiore che mi dica se va bene o meno, come si fa con i farmaci. Per me è più valido il sistema americano, perché l’etichettatura ti dice se c’è o meno Ogm, ma quanti sanno capire se Ogm può essere dannoso per la salute o meno? Essa serve solo a Greenpeace e agli altri per fare il banchetto fuori dai supermercati e dire: “non comprate i prodotti che hanno questa etichettatura perché sono velenosi”. Quindi non ha nessun significato sociale, è un altro punto della campagna anti Ogm. Seppure in Italia sia già vigente questa normativa, non viene in realtà rispettata dal momento che io non ho visto così tante etichette.

Sono presenti invece molte etichettature che evidenziano prodotti provenienti da “agricoltura biologica”.

Diffido molto dell’agricoltura biologica. Fa bene alla grande distribuzione, ho i miei forti dubbi che faccia bene al consumatore. Primo costa di più, secondo ci riporta ai metodi di agricoltura della fine del 1800 quando la gente moriva per intossicazioni alimentari, intossicazioni fungine, salmonella sull’insalata. Secondo me, la vera agricoltura biologica sarà quella Ogm. Sembra una bestemmia, ma se io ho un riso Carnaroli, sensibile ad un fungo, non posso produrlo biologico perché diventa pericolosissimo in quanto contenente aflatossine, che provocano tumori. Al contrario se io lo faccio Ogm non ha bisogno di essere spruzzato con fungicidi, divenendo così veramente adatto all’agricoltura biologica. Il piretro o altre sostanze simili non funzionano.

È una menzogna dire che si lascia al pubblico la possibilità di scegliere, perché a me sembra che spesso la scelta sia a senso unico. Nella regione Emilia tutti gli asili nidi sono dotati di mense in cui si servono solo prodotti biologici; ecco, se avessi una nipotina io non la manderei in quegli asili perché lì non viene garantita la libertà di scelta, le viene imposto il cibo biologico. Da una parte mettete le etichette per dare libertà di scelta e qui, invece, mi imponete solo un cibo su cui io ho i miei seri dubbi. Non che debba venire per forza un tumore, ma visto che le sostanze sono cancerogene, per il principio di precauzione non dovremmo darle sempre.

Lei farà parte di una commissione che dovrà stilare una legge per regolare il rilascio di microrganismi che sono venuti in contatto con piante Ogm.

Farò parte di una commissione che dipenderà direttamente dal consiglio dei ministri, quindi direttamente da Berlusconi. Il presidente sarà Leonardo Santi e la commissione composta da sei persone nominate dal ministro Alemanno e sei scienziati indicati da Santi. Abbiamo litigato dal primo giorno. Ci è stato chiesto di mettere a punto i protocolli per la sperimentazione in campo. Abbiamo steso una dichiarazione in cui diciamo che è impossibile fare un documento unico per le sperimentazioni in campo. Chiediamo la formazione di una commissione che dovrà essere composta solo da esperti con curriculum vitae certi e documentati, altrimenti ci arriva gente che… non fatemi dire, su, lasciamo perdere…

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