Naturale o transgenico (purché non sia il gasato di Seattle)

No_OgmArticolo pubblicato su Tempi n.16 anno 6

I nuovi fideisti sognano di rivedersi tutti insieme a Seattle, per attizzare la rivolta ecologista e l’utopia di un mondo in armonia con la natura. Credono ciecamente nelle colture biologiche, aborriscono prodotti chimici e multinazionali, difendono le specie vegetali con più generosità che quelle umane. E, come nel caso dei cibi transgenici, fanno leva su paure ancestrali per diffondere nell’opinione pubblica l’idea che la scienza è buona solo quando non è industria. Ma per esempio: sono proprio vere le uguglianze “naturale=buono”, “chimico o transgenico=cattivo”? Qualche (fondamentale) pregiudizio delle nuove religioni (un po’ rosso-verdi, un po’ new-age) all’esame della ragione laica. Prima di una serie di indagini

di Piero Morandini 

Ricercatore, docente del corso di Biotecnologie, Università di Milano.

OGM sì, OGM no. La questione esiste e le polemiche intorno alla normativa europea che impone di indicare nelle etichette dei prodotti alimentari eventuali ingredienti trasgenici (se presenti in quantità superiore all’1%) è il segnale che saremo sempre più chiamati a giudicare nel prossimo futuro.

Ma per giudicare occorre innanzitutto avere un’idea seppur vaga di cosa vuole dire OMG. In secondo luogo occorre avere un concetto di naturale (e quindi di natura). Terzo, bisogna avere un criterio per operare una scelta tra i due.

Tralascio in questa sede di trattare il primo punto e mi soffermo brevemente sulla questione di cosa è naturale e di cosa non lo è. La prima scienza è l’esperienza Come metodo di fondo vorrei richiamare un principio che appartiene alla nostra tradizione e cultura e che viene  descritto superbamente da una frase di Leonardo Da Vinci (1452-1519) e cioè: “Mi sembra che tutte le scienze che non nascono dall’esperienza, madre di ogni certezza, siano vane e piene di errori”. A me la frase dice che il giudizio è intimamente collegato con l’esperienza. Ad altri consiglia il cosiddetto “dubbio sistematico”.

Personalmente preferisco la prima proposizione perché mi sembra più consona e più rispettosa della nostra natura umana, ma se preferite l’altra, essa non mi crea particolari problemi in questa sede. Immergiamoci subito nella questione: abbiamo dei prodotti “naturali” e dei prodotti “non naturali”. Quante volte vi capita di leggere sulle confezioni di cibo: “contiene solo prodotti naturali” oppure “non contiene conservanti o coloranti”?

Se volete l’espressione estrema di questa mentalità, essa è ben descritta in un libro che nel 1994, quando è arrivato nelle mie mani, aveva già venduto 6 milioni di copie ed era stato tradotto in 16 lingue: “Mia madre, (…), teneva a far crescere noi figli in modo naturale e lontani da ogni influenza chimica” (M. Treben, “La salute dalla farmacia del Signore”, pag. 4, ediz. Ennsthaler, Steyr Austria; distribuito in Italia da Athesia, Bolzano).

Siete sicuri che naturale significhi buono e chimico cattivo? Io deduco che c’è in giro un concetto di “Naturale=Buono di per sé”. Quanti di voi sono d’accordo con questa affermazione? Immagino molti. Mi sembra che, quasi come un corollario, valga anche la frase: “Chimica di sintesi=innaturale=cattiva o almeno potenzialmente nociva (da guardare con sospetto)”. Questa seconda idea quando è nata? Non so bene, e questo potrebbe essere oggetto studi, ma credo che sia sorta in seguito all’uso di alcuni pesticidi come il DDT (vedi box 3), che nel dopoguerra sono stati adoperati anche in Italia per combattere gli insetti portatori di malattie come la malaria.

L’uso di questi pesticidi ha portato in certi casi ad un deterioramento ambientale visibile e quindi ad un certo timore nei riguardi della loro potenza a cui è seguita una certa avversione per questi composti e, come capita spesso, si è fatta d’ogni erba un fascio. Quindi esiste almeno una parziale giustificazione per l’asserto “chimica di sintesi=cattivo”. Vediamo adesso più in dettaglio se possiamo dire qualcosa di più sull’eguaglianza “Naturale=buono”. Possiamo indagare la sua fondatezza? Se è possibile dimostrare la verità di questa frase, allora ne consegue che l’altra sarà più facilmente vera. Cibi tossici? Dipende dalla quantità.

Che criterio usiamo per dire che una cosa è buona? Potremmo ad esempio dire che è buono ciò che non fa venire il mal di pancia. Gli scienziati, che è risaputo sono pignoli e pretendono di essere rigorosi, si sono dati vari strumenti per indagare la bontà di un prodotto o, detto altrimenti, se una certa sostanza sia pericolosa o meno. Alcuni di questi strumenti sono i test di mutagenicità, carcinogenicità, tossicità, etc, che sono molto rigorosi e che richiedono conoscenze ed  attrezzature

Il test di mutagenicità di Ames (dal nome del suo ideatore, il prof. Ames, un’autorità mondiale del campo) prova una cosa molto interessante: che molte sostanze non sono mutagene di per sé ma lo diventano solo dopo che sono introdotte nel corpo. Per cui risulta evidente che il concetto di mutagenicità (tossicità) di una sostanza non è più una cosa assoluta e intrinseca di una particolare sostanza. Inoltre una regola cardine della tossicologia è “the dose makes the poison” cioè è la quantità che fa il veleno, in altre parole una certa sostanza in certe dosi può dare poco o nessun effetto e a dosi più alte provocare una certa malattia.

Detto altrimenti, la tossicità di una sostanza non dipende dalla quantità della sostanza in modo semplicemente lineare. Per cui ritorniamo al concetto che la tossicità non è una cosa assoluta! Anche la mela è cancerogena. E il 99,9% dei pesticidi sono naturali Tramite test si è visto che molte sostanze mutagene sono spesso anche cancerogene, il che non è stupefacente vista la forte base genetica del cancro: ogni volta che una sostanza è capace di mutare la struttura del DNA, questo è un pericolo forte per la cellula. Allora esaminiamo adesso i dati sulla carcinogenicità delle sostanze di sintesi: secondo questi test oltre il 50% delle sostanze di sintesi è cangerogena (il dato è 271 su 451 sostanze sintetiche esaminate, fonte: Ames e Gold, 2000, vedi box 2).

Attenzione!! Questi dati si riferiscono a test fatti intorno alla MDT. Allora molta gente si sente autorizzata a saltare subito in piedi a dire: “Ecco, noi l’avevamo detto! Non avevamo forse ragione a dire che queste sostanze, non essendo naturali, sono pericolose?”. La soddisfazione di questa gente dura relativamente poco perché, guardando ai risultati degli stessi test sulle sostanze naturali viene fuori che oltre il 50% delle sostanze naturali è cangerogena!! (il dato è 79 su 139 sostanze naturali esaminate; fonte: Ames e Gold, 2000).

Attenzione!! Ripeto che questi dati si riferiscono a test fatti intorno alla MDT e sono stati eseguiti su ratto e topo. Detto altrimenti, non sembra che la tossicologia delle sostanze naturali e di quelle di sintesi sia diversa. Volete un esempio: Allil isotiocianato. È un composto chimico che potete comprare dalle ditte che trattano i prodotti chimici, ma che si trova come prodotto naturale in quantità notevoli, per esempio, nei seguenti alimenti: mela, broccolo, cavolini di Bruxelles, mostarda.

L’allil isotiocianato presenta le seguenti caratteristiche: è carcinogeno (nel ratto provoca papilloma alla vescica a concentrazioni bassissime), clastogeno (rompe i cromosomi) di nuovo a basse concentrazioni: E così via per decine di sostanze naturali (vedi box 2). Quindi o questi test non dicono la verità oppure, se ci crediamo, dovremo preoccuparci di quelle sostanze a cui siamo più esposti.

Dunque dobbiamo porci chiaramente la domanda: “Quanto noi siamo esposti alle sostanze naturali e quanto a quelle sintetiche?”. Facendo un rapido calcolo si arriva alla conclusione che il 99,99% dei pesticidi che noi mangiamo sono di origine naturale e solo lo 0,01% è di origine sintetica (vedi box 2). È la natura che è velenosa Come si risolve la contraddizione? La spiegazione potrà sembrare naif ed in verità lo è. La maggior parte dei test di carcinogenesi sono fatti a dosi molto alte, per cui hanno degli effetti pesanti che non si riscontrano alle basse dosi a cui noi siamo esposti.

In pratica quelle sostanze che risultano cancerogene nei test realizzati con elevate dosi della sostanza medesima, non sono cancerogene a basse dosi, quelle cioè a cui siamo cioè esposti. Ricapitolando: 1) i test ci dicono che le sostanze naturali sono pericolose quanto quelle di sintesi; 2) se crediamo ai test, allora dobbiamo preoccuparci innanzitutto delle sostanze naturali perché ne ingeriamo in quantità molto più elevate. Se invece al contrario diamo ai test un valore relativo, in quanto falsati dalle condizioni particolari (concentrazione elevata), possiamo tirare un sospiro di sollievo, ma la conclusione è una sola: siamo comunque costretti a ricrederci sull’affermazione “naturale=buono”.

Anzi, spesso i veleni più potenti sono proprio quelli di origine naturale come ad esempio la tossina contenuta nel seme del ricino. L’uomo ha imparato a convivere con questi veleni, selezionando le cose commestibili o trattando il cibo in maniera opportuna, come ad esempio le arachidi (che vengono tostate altrimenti sono velenose) o la soia (che va tostata o bollita). L’uomo nel corso dei millenni ha continuamente selezionato, tra la varie specie che la natura gli proponeva, quelle che avevano le migliori caratteristiche di commestibilità e di resa.

Inoltre con metodi tutto tranne che naturali, come gli innesti, gli ibridi e tutte le altre tecniche (alcune delle quali vecchie di circa 50 anni e che sono da considerarsi manipolazione genetica a tutti gli effetti anche se non sono fatte tramite ingegneria genetica), l’uomo ha generato egli stesso nuove specie o varietà “innaturali”. In pratica le specie che noi mangiamo non sono naturali, e quindi ne deduco che anche ciò che non è naturale può essere buono. Sceglietevi il pesticida preferito (e occhio alla dose)

Un’altra osservazione che mi sembra molto pertinente è la seguente: le piante non sembra possano fare a meno dei pesticidi, naturali o sintetici che siano. A meno che noi non si possa fare a meno di una parte del raccolto, cosa che forse non tutti possono permettersi. Volete buoni raccolti ma preferite i pesticidi naturali? E allora ascoltate questo aneddoto, considerando che se ne possono raccontare molti.

La pressione per eliminare l’uso dei pesticidi sintetici ha portato una ditta che vende sementi a lanciare sul mercato una nuova varietà di sedano molto resistente agli insetti. Dopo il lancio è seguita un’ondata di lamentele perché chi maneggiava molto di questo sedano (principalmente coltivatori e commercianti) sviluppava eczemi e bruciature in seguito ad esposizioni alla luce.

Questa varietà era certamente resistente agli insetti, ma a motivo delle 6200 ppb di psoraleni, invece delle 800 della varietà commerciale normale. Gli psoraleni sono molecole interessanti, in quanto si legano irreversibilmente al DNA (causando mutazioni) in seguito all’esposizione a luce e per questo sono buoni carcinogeni. Morale della favola: questa varietà era ancora sul mercato vari anni dopo che era stata scoperta la causa della sua tossicità. Se allora non si può fare a meno dei pesticidi, decidete voi quali preferite (naturali o sintetici), ma attenti alla dose e alla tossicità!

Considerate inoltre che la maggior parte dei pesticidi sintetici sono molecole che colpiscono processi specifici delle pesti (insetti, batteri, funghi…), che sono stati sviluppati con questa finalità e con un controllo sulla salute, se non direttamente sull’uomo, almeno su quella di animali a noi simili, mentre invece molti pesticidi naturali non sono stati studiati per gli effetti sulla salute.

Il sintomo più eclatante di questa attenzione esagerata verso i prodotti di sintesi, è lo sbilanciamento notevole nel numero dei test eseguiti (451 su quelli di sintesi e solo 139 su quelli naturali). Per ragioni di completezza, è opportuno puntualizzare che bisogna anche considerare eventuali effetti ambientali (che io non mi sento competente a discutere) quando si tratta di sostanze che vengono poi usate su grandi estensioni di terreno e quindi in quantità massicce.

Purtroppo degli effetti negativi di molte malattie di origine alimentare (come l’ergotismo) o dovute a parassiti (come la malaria) si è persa la memoria storica: molti ragazzi e adulti sono nati in città e non hanno molto contatto con la natura, intesa come ambiente contro cui l’uomo deve lottare, e in cui è importante saper discriminare il bene dal male. Bisogna fare attenzione: non si va nel bosco o nei campi a mangiare qualsiasi cosa.

Oggi si idealizza la campagna perché è luogo di vacanze e tutto sembra buono perché naturale e si immagina che basti spargere una manciata di semi per poter raccogliere a piene mani. Vagliate tutto e mangiate il meglio Facciamo ancora un passo avanti. Se vi ho convinti che “naturale=buono” non è vero e che “sintetico=cattivo” non è vero, allora non possiamo più ricorrere a “naturale” come criterio di scelta, perché naturale può essere cattivo. Il criterio che io ritengo sia più adeguato è il discernimento operato con tutti i mezzi a disposizione e cioè la tradizione alimentare, la scienza degli alimenti e l’esperienza (che è già insita nelle prime due).

Sulla base di questi tre pilastri, si sono trovate cose che fanno bene e cose che fanno male e anche i mezzi per trasformare anche quest’ultime, quando possibile, in cibi buoni (come le arachidi, ad esempio). Quindi sottoponiamo anche il nuovo prodotto, che sia da agricoltura biologica o da OMG, ad attenta analisi e poi vediamo se è buono o cattivo. Se avete fatto attenzione, io non sostengo che gli OMG siano buoni a priori; saranno gli strumenti che abbiamo accumulato nei secoli a decidere. Attenzione però che un discorso analogo va fatto per qualsiasi nuovo alimento.

Se decidete, comunque e a priori, che preferite i pesticidi naturali, è probabile che questo comporti un’aumento del costo dell’alimento (i prodotti biologici costano in genere di più). Voi che comprate “Tempi” potrete probabilmente permettervelo, ma non è detto che tutti lo possano. Siccome una dieta bilanciata, ricca di frutta e di verdura, fa bene alla salute, allora il fatto che il costo sia contenuto, permette alle persone più povere di accedere ad una dieta bilanciata.

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