Lituania e don Juozas: una nazione e un sacerdote esemplari.

Juozas ZdebskisSicilia cristiana 19 dicembre 2012

di Guido Verna

Le sofferenze e l’eroismo della nazione lituana sono ampiamente generalizzabili per essere assunti come esemplari descrizioni del rapporto tra regime comunista e mondo “religioso” in genere e cattolico in specie.

La patria di Romas Kalanta — il diciannovenne che a Kaunas, il 14 maggio 1972, aveva bruciato la sua giovane vita al grido «”Libertà alla religione, libertà alla Lituania, fuori i russi!”» — era profondamente cattolica. Per mantenere questa sua identità aveva già molto sofferto sotto le occupazioni zarista e nazionalsocialista; ma l’invasione comunista era ben più dura da sopportare: ora la Lituania aveva di fronte la massima organizzazione antidio prodotta dalla storia umana che non tollerava ostacoli nella costruzione del suo ’”uomo nuovo”, “pensato” e “progettato” ateo e totalmente terreno.

Per descrivere “quel” tempo racconterò la “storia” del reverendo Juozas Zdebskis, esemplare e paradigmatica. “Quel” tempo non era più quello del comunismo stalinista “cattivo” ma quello del comunismo finalmente autentico, e quindi “buono” e “giusto” e “pacifico“, secondo la vulgata occidentale, in particolare nella versione italiana.

Questo racconto, però, ha uno scopo soggiacente rispetto alla sola memoria: cercare di far cogliere, anche solo minimamente, come il comunismo — se è finito tanto per la sua parte economica, impresentabile e indifendibile a fronte degli esiti fallimentari ovunque conseguiti, quanto per il suo aspetto liberticida e violento ovunque praticato, sempre meno nascondibile agli occhi ancorché “miopizzati” del “mondo” libero — sia invece ancora ben presente, sebbene come “post” o anonimamente, con i suoi fondamenti materialisti e antireligiosi nel nostro “libero” Occidente. Che prima è stato debilitato, con la diffusione della “morale” che in tali fondamenti è implicita, attraverso l’opera paziente e capillare delle molteplici agenzie politico-culturali insediate nei vari paesi e coordinate dal centro. E che ora sembra quasi sul punto di essere conquistato nel “profondo”, perché tali agenzie hanno potuto notevolmente aumentare la loro pressione sul corpo sociale, essendo riuscite finalmente a fruire del moltiplicatore costituito da quelle forze laiciste e radicali che in passato, malgrado le tante consonanze, avevano avuto sempre qualche remora — almeno di carattere “democratico” — al loro abbraccio pubblico e continuo.

a) L’arresto e il rinvio a giudizio.

Nel luglio del 1971, nella sua chiesa di Prienai, don Juozas aveva raccolto i bambini della prima comunione, accompagnati dalle mamme, per verificare la loro preparazione catechistica, quando — come si legge nell’esposto firmato da 89 genitori e inviato inutilmente a Mosca — «improvvisamente irruppe nella chiesa un gruppo di uomini e di donne […] [costituito] dal presidente del Comitato esecutivo, dal segretario del Komsomol, da alcuni insegnanti, da miliziani ed altre persone […] [che] fecero interrompere tutto, poi si misero a fotografare i bambini ed a chiedere loro le generalità. Una bambina per la paura è persino svenuta!» (1).

La procura interrogò tutti, l’accusato, i bambini e i genitori. Poi, il 26 agosto, il sacerdote fu arrestato e a niente valse un nuovo esposto alla procura dell’URSS, firmato da 350 persone, in cui — posto che l’accusa rivolta al  «[…] rev. J. Zdebskis […] [era quella] di aver preparato i bambini alla prima comunione» — si chiedeva retoricamente ma logicamente: «se egli ha commesso un reato adempiendo ai propri precisi doveri sacerdotali, perché allora  la costituzione dell’URSS garantirebbe al libertà e di coscienza di culto?» (p.19).

A settembre, più di duemila fedeli firmarono — e Dio sa i rischi che si correvano firmando — un altro esposto in difesa del sacerdote, il cui ministero fu poi esplicitamente richiesto da oltre mille cattolici di Santaika che erano privi di parroco. Fu, ovviamente, tutto inutile. Il 12 novembre, a Kuanas, cominciò il processo.

b) Il processo e il ruolo degli ateisti.

Gli agenti della Sicurezza provvidero alla selezione degli spettatori. Le persone radunate all’esterno furono brutalmente disperse, molti cattolici furono arrestati e fu permesso l’ingresso solo agli “ateisti” (di cui dirò più avanti). Il regime non voleva “esterni” — tanto più se “esterni religiosi” — in quel processo che aveva anzitutto lo scopo di «[…] mantenere il paese in un’atmosfera di paura, affinché nessuno osasse chiedere maggiori libertà» (p.24).

Cominciarono a interrogare i testimoni, prima i bambini, poi i genitori, poi ancora i funzionari. Il testimone Kucinkas, funzionario, raccontò di quando, su alcune segnalazioni di “cittadini”, si recarono in chiesa e trovarono «[…] 50 bambini e altrettante donne [mentre] il prete Zdebskis stava spiegando […]. o ammonirono perché] […] con tale comportamento egli commetteva un reato di fronte alla legge» (p.28). Ma il prete rispose loro con coraggio ammirevole: «”Ho insegnato e continuerò a farlo. Allorché si scontrano le leggi di Dio e della Chiesa con quelle dello stato, bisogna ubbidire senz’altro a Dio”» (Ibid.).

Anche al testimone funzionario Naginavicius che lo aveva trovato a insegnare allo sesso modo, il reverendo rispose che «[…] avrebbe continuato a farlo per un preciso comandamento di Dio… » (Ibid.). Le accuse contro di lui furono ancora più “gravi”. Da Kapciamestis, una parrocchia in cui aveva prestato servizio qualche tempo prima, venivano descritti gli esiti nefasti della sua influenza: «[…] l’attività religiosa è diventata più intensa: durante la processione vengono portati la croce e gli stendardi anche se ciò non è permesso. Egli attira i pionieri e gli ottobrini e li iscrive alla recita del rosario. [In più] […] possiede una motocicletta “JAVA” e gira per le case. Si è recato [addirittura!] anche da una famiglia comunista dicendosi disposto a battezzare il figlio anche in casa”» (p.29).

Arriva il momento del procuratore. La sua arringa è “esemplare” e nella sua costruzione descrive perfettamente il micidiale “surrealismo sovietico”: «[Premesso che] i genitori e i tutori hanno il pieno diritto di insegnare ai propri figli le cose della religione. Per l’impedimento a compiere i riti religiosi sono previste delle sanzioni. [Rilevato che] il “Decreto sull’educazione cristiana“ del Concilio Vaticano II dichiara che, oltre ai genitori anche lo Stato ha dei diritti sui giovani. [Constatato che] Il rev. ha violato la legge di separazione della Chiesa dallo Stato [perché] […] ha organizzato sistematicamente l’istruzione di minorenni, in tutto circa 200-300 bambini” [e] perciò egli deve essere punito con la pena prevista dall’articolo di legge infranto… [si chiede la sua condanna] ad un anno di privazione della libertà, pena da scontarsi in un lager a regime normale»! (p.30).

Ovviamente, la richiesta della procura viene pienamente accolta e il rev. Zdebskis, riconosciuto colpevole, è condannato come da richiesta.

Ma tra l’arringa del procuratore e il verdetto finale, si situa la splendida e contrastata autodifesa dell’imputato, che non è solo un esemplare atto di coraggio ma è anche, a suo modo, una piccola, luminosa esposizione di Dottrina sociale della Chiesa relativamente alla famiglia e all’educazione.

Aveva violato il divieto dell’insegnamento religioso? Lo aveva fatto perché «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At, 5,29). Aveva insegnato ai bambini il catechismo, cioè  «[…] non il proprio sapere, non un sistema di vita proposto da qualche filosofo, ma ciò che vuole Cristo» (p.31)? Lo aveva fatto perché era suo dovere di sacerdote conformarsi al precetto: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni […] insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt, 28, 19-20).

Sapeva bene che «il comandamento di insegnare ai bambini le verità della  fede [competeva ai] genitori, che posseggono il diritto naturale sui propri figli» (p.32), ma conosceva altrettanto bene i limiti umani e il principio di sussidiarietà («Quando i genitori vogliono che i propri figli imparino la musica, chiamano un insegnante di musica; per la matematica, un insegnante di matematica […]») (Ibid.).

Soprattutto, conosceva bene — si potrebbe dire: “sperimentatamente” — la doppiezza dello “stile” del regime comunista, che lui denunciava con audace e brillante sincerità: «la costituzione dell’URSS riconosce la libertà di coscienza e il diritto dei genitori sui propri figli […]; [ma allora,] […] se si autorizza ad esistere, con ciò stesso si deve anche permettere di mangiare, di respirare, ecc. Se ufficialmente si consente che vi siano dei sacerdoti, automaticamente si prevede anche la possibilità che questi esercitino le loro funzioni principali, cioè di officiare il Sacrificio, di assolvere i peccati in nome di Dio (giudicare) e di insegnare». Perciò, concludeva con un po’ di beffarda e coraggiosa ironia di avere l’impressione di essere «[…] processato per l’adempimento [dei suoi] […] precisi doveri» (pp.32-33).

Ma dove tale “doppiezza” trovava la sua maggiore evidenza pubblica era nella differenza di trattamento da parte dell’autorità nei confronti degli ”ateisti”, una parola  utilizzata perché qui appare — come sottolinea Don Juozas — «[…] la più appropriata […], dato che un ateista, sia che si tratti di un funzionario per la Sicurezza dello Stato, dell’apparato amministrativo o di quello della pubblica istruzione, si presenta per questo aspetto ugualmente come un combattente contro Dio» (p.33).

La Chiesa — pur se giuridicamente è separata dallo Stato — di fatto non lo è, perché «[…] piegata agli interessi degli ateisti» (Ibid.), di modo che «[…] i credenti si sentono “fuori della società” [e] […] si trovano ad essere discriminati di fronte alla legge» (pp.33-34). Per esempio: «gli ateisti hanno una propria stampa e scuole proprie mentre ai credenti tutto questo viene negato» [p.34]; “grazie” al loro “zelo” — per impedire che «[…] la cultura interiore del popolo» possa essere alimentata — si ostacola la sua partecipazione alla santa messa, forse perché «essi sentono istintivamente che […] l’azione della  grazia, come pure la robustezza della fede, sono necessariamente legati [proprio alla messa]» (Ibid.).; in molti casi l’insegnante vieta agli allievi la partecipazione ad un funerale entrando in chiesa.

A fronte dell’ampia notorietà di tali fatti e dell’inerzia silenziosa delle procure, don Zdebskis si chiede e chiede a tutti i presenti, ancora una volta con grande coraggio: «Ci si deve forse meravigliare se nel popolo sorge il sospetto che la libertà di coscienza sancita dalla costituzione e la ratifica della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ed altro, servano soltanto per motivi di propaganda? […] Possibile che ci siano delle leggi segrete, contrarie a quelle ufficiali e ignote a popolo?» (pp.35-36).

L’azione degli ateisti contro la libertà di coscienza era, poi, caratterizzata molto spesso da un comportamento ingannevole e subdolo, paragonato dall’imputato a «[…] quello del duca di Gloucester nel secolo XV, descritto nelle opere di Shakespeare [che] […] aspirando al trono d’Inghilterra trucidava segretamente i propri rivali, mentre era capace di mostrarsi al popolo con un libro di preghiere in mano» (p.36).

Sono esemplari, al riguardo, le loro manovre per «[…] scegliere sia i sacerdoti da mandare a Roma a perfezionare gli studi, sia i candidati per le nomine dei vescovi [con l’intenzione] […] di far credere al mondo che i vescovi si trovano ai propri posti e che le disposizioni provengono dalla curia vescovile, mentre in realtà […] vengono dettate dagli ateisti [stessi]» (Ibid.).

O quelle per «[…] compromettere agli occhi dei fedeli e del Vaticano diversi sacerdoti e persino i vescovi » (Ibid.).

O ancora quelle tese a «[…] far funzionare un solo seminario ecclesiastico […] nel quale si permette di ammettere, e con ciò stesso di ordinare ogni anno, soltanto 4-5 sacerdoti quando nello stesso periodo ne muoiono in Lituania dai 20 ai 30 [con l’aggiunta di impedirne l’accesso agli] […] studenti e professori particolarmente capaci e di elevata vita interiore» (p.37).

O, infine, la concessione dell’«[…] autorizzazione ad accedere alla prima comunione e contemporaneamente la pretesa che i bambini vengano preparati singolarmente (sono centinaia! ndr)» (Ibid.).che il Don Juozas, molto felicemente, commenta così: «[…] In tal modo la libertà religiosa diventa simile al “permesso di vivere”, ma con il divieto di nascere… » (Ibid.).

Il coraggio e l’intelligenza di questo sacerdote — che si possono assumere come la misura e la rappresentazione delle condizioni della chiesa lituana di allora — sono descritte in modo perfettamente esauriente dalle parole che subito dopo egli rivolge ai giudici, che per tanti versi suonano purtroppo attuali:  «[…] Onorevoli giudici, si è spinti a pensare che anche voi, come gran parte della nuova generazione, conosciate Dio solamente dal libro Le amenità bibliche e da altre pubblicazioni analoghe, e non quel Dio che è morto per noi sulla croce. Chissà se oggi, pur possedendo diplomi di studi superiori nella vostra specializzazione, riuscireste a superare almeno un esame nelle materie della religione, così come lo sostengono i bambini alla vigilia della prima comunione?» [Ibid.].

Per concludere in modo altrettanto ammirevole: «Tenendo ben presente tutto questo (dato che anche voi siete secondo il detto di Rachmanov persone prodotte dalla “Nuova Fabbrica di Uomini “), noi dobbiamo perdonarvi per questo processo ed implorarvi il perdono di Dio» (Ibid.).

Nel 1964, era stato già condannato ad un anno di carcere con una analoga accusa e poi prosciolto perché era «[…] stato accertato che non venne usata alcuna coercizione nei riguardi dei bambini» (p.38). Ora si era nelle stesse condizioni: «[…] il tribunale sa bene che non vi è stata da parte mia alcuna coercizione; che i bambini non venivano istruiti a scuola, ma in chiesa e dietro la volontà dei genitori, come attesta anche l’appello inviato a questo proposito dai genitori dei bambini al governo dell’URSS. La legge non può essere interpretata, nelle identiche circostanze, una volta in un modo e un’altra in un altro modo» (Ibid.). Invece, con i sovietici, poteva esserlo e lo sarebbe stata.

c) Le due possibilità di essere sacerdote.

Le conclusioni del reverendo Juozas Zdebskis sono così “belle”, così intense e così vere — e purtroppo ancora oggi così “comprensibili” e, in tanti casi, così “spendibili” per capire certi comportamenti — da rendere ingiusto qualsiasi riassunto.

«Ebbene, considerando umanamente gli eventi con una visuale molto ristretta, in simili casi si vorrebbe ripetere le parole di Gesù: “Padre, se è possibile, passi questo calice da me”. In realtà invece noi sacerdoti dovremmo ringraziarvi per questo ed altri simili processi. Ciò costringe la nostra coscienza a parlare, a non addormentarsi e a decidere. Voi ci ponete davanti a due possibilità.

La prima: scegliere la strada della cosiddetta “pacifica collaborazione con gli ateisti”, cercare di barcamenarci, tentare di servire due padroni, accondiscendere alle mire degli ateisti. Restare sacerdoti per conto proprio, ma innocui all’ateismo. Cacciare spontaneamente  dalla chiesa la gioventù perché non partecipi alle funzioni e alle processioni, perché non serva la messa.  Persino non chiedere che essa venga alla messa, dato che non é permesso… Nel preparare i bambini alla prima comunione accontentarsi soltanto che sappiano le preghiere senza che capiscano nulla del mistero della santa messa — l’essenza di tutta la vita cristiana — e senza riflettere a quale situazione ci sarà nel paese fra 10 o 20 anni!

Ciò significherebbe non adempiere ai propri doveri di sacerdote; vorrebbe dire entrare in conflitto con la propria coscienza, occuparsi soltanto del menu per il pranzo, cercando di scordare che ai bambini si continuerà ugualmente a parlare di Dio ma di un dio che in realtà non esiste. Io stesso non credo nel dio che continuano a presentare, nella situazione in cui ci troviamo, la vostra stampa e la radio.

Voi mi avete fatto vedere dietro le sbarre migliaia di giovani. Nessuno di loro conosce quel Dio che si deve amare e che ci ama. Nessuno ha parlato loro di un tale Dio. Nessuno ha insegnato loro a cercare la felicità,  facendo del bene ad ogni uomo, anche al nemico. Lo so bene che se noi sacerdoti non  parleremo di questo ai giovani saranno le pietre a gridarlo! E Dio ci chiederà conto del loro destino!

Ecco che cosa significa, nel nostro ambiente, la “pacifica collaborazione con l’ateismo”; una cosa che i credenti all’estero non riescono a comprendere.

E di questo non sono forse responsabili gli ateisti?

La seconda possibilità: essere sacerdoti secondo il volere di Cristo decisi a compiere i doveri richiesti da Cristo e dai canoni della Chiesa, e con ciò accettare tutto quello che la Provvidenza può riservarci. In questo caso, optare per le finestre con le grate, come mi disse il giudice istruttore: “Non hai voluto mangiare le anatre arrosto, ora proverai il pane del carcere!”.

Ma se non fosse oggi il tribunale, sarebbe la nazione domani a giudicare noi preti!

Alla fine verrà l’ora della giustizia divina. Il Signore aiuti noi preti ad avere paura di questa più che dei vostri tribunali!

So bene che [la nostra patria] […] scomparirà se i suoi figli non saranno in grado di ascoltare i genitori… Di questo ho parlato loro; ho detto che questo è il volere di Dio.

Ma se tutto ciò, secondo la vostra coscienza, costituisce un crimine, consideratemi pure un fanatico e giudicatemi. Ma nello stesso tempo giudicherete anche voi stessi!

Non mi rimane altro che ripetere le parole degli apostoli, già pronunciate davanti a questo tribunale: “Bisogna obbedire più a Dio che agli uomini”» (pp.37-40)

d) La pena e la persecuzione psicologica

L’anno di pena da scontare in una colonia di lavori correzionali a regime normale cui fu condannato Don Juozas cominciò a decorrere, per decisione del tribunale, dal 26 agosto 1971, data del suo arresto (2).

Fu richiuso nel lager di Pravieniškiai dove riuscì a conquistare a suo modo un’altra “medaglia”, quando cioè il direttore — per negargli qualsiasi piccolo sconto di pena che gli poteva spettare per il suo buon comportamento —, addusse la seguente motivazione: «è incorreggibile» (p.99). In realtà, uno sconto lo ebbe ma di un solo giorno: uscì dal lager, infatti, il 26 luglio 72, ventiquattrore prima del previsto, ma solo per il timore di una «”dimostrazione politica”» (p.185).

Il 26 gennaio dell’anno successivo — dopo aver “verificato” coattivamente le sue condizioni di salute presso il policlinico — gli fu ingiunto di  «[…] trovarsi un lavoro qualsiasi che non fosse quello sacerdotale, altrimenti gliene sarebbe stato assegnato uno a discrezione della milizia» (p.224). Aveva solo 15 giorni di tempo: in compenso, godeva di buona salute… Gli fu concesso di compiere il proprio dovere sacerdotale soltanto in “esilio” canonico, cioè in una diocesi diversa dalla sua di Vilkaviškis: il governo gli “assegnò” quella di Telšiai.

La persecuzione psicologica proseguì l’anno successivo, il giorno delle Ceneri del 1974, quando a Vilnius — nella sede del Comitato per la Sicurezza dove era stato convocato —, fu sottoposto ad un lungo interrogatorio per verificare la veridicità delle “informazioni” del KGB secondo cui «[…] egli sarebbe il “generale”, cioè colui che dirigerebbe tutta l’attività antisovietica in Lituania» (p.386).

In quello stesso anno, tale persecuzione trovò il modo di proseguire, sviluppandosi all’interno del famoso «[…] processo n. 345 riguardante la riproduzione e la divulgazione di libri di preghiere, di letteratura religiosa nonché della LKB KRONIKA —» (3), allorché il giudice negò l’autenticità della splendida autodifesa di don Juozas prima ricordata, sprezzandola «[…] come uno dei fatti prefabbricati che la LKB KRONIKA sarebbe solita pubblicare» (4).

e) Gli attentati e infine la morte.

Il 14 gennaio 1975, don Juozas fu vittima di un attentato. Mentre di sera viaggiava  «[…] tra Meteliai e Seirijai (prov. di Lazdijai), due macchine di agenti della Sicurezza tentarono di causare un incidente» (5), che, fortunatamente, provocò solo danni all’auto che stava guidando.

Ma Don Juozas restava “incorreggibile”. L’incidente “provocato” non bastò a tacitarlo. Reagì con grande coraggio. E circa un mese dopo l’ “avvertimento”, il 25 febbraio 1975, con un esposto trasmesso al Tribunale supremo confermò la veridicità della sua autodifesa così come riportata dalla Cronaca, facendo notare come le non corrispondenze tra lo scritto e la registrazione della sua deposizione erano da attribuirsi soltanto alle continue interruzioni del giudice, che arrivò infine a togliergli la parola. (6)

Continuò a svolgere la sua funzione di sacerdote così intensamente che il KGB ritenne di doverlo “avvertire” ancora. Il 3 ottobre 1980, mentre portava la comunione agli anziani e agli ammalati delle campagne per il primo venerdì del mese, gli agenti della sicurezza spruzzarono i sedili con una micidiale sostanza chimica che gli provocò ustioni e ferite terribili.

Il suo coraggio rimase indomito e la sua volontà indomata.  Finché la Cronaca n.70 dell’aprile 1986 — dopo i ringraziamenti al beato Giovanni Paolo II per l’“affetto” che mostrava verso la Lituania — si aprì seccamente con questa notizia: «Il 5 febbraio 1986, il parroco della parrocchia di Rudamina, uno dei fondatori del CaCDBR (cattolico Comitato per la Difesa dei Diritti dei credenti), Padre Juozas Zdebskis, è stato ucciso in un incidente automobilistico» (7).

Aveva 57 anni. Fu pianto da tutta la Lituania.

Il camion del latte con cui la sua auto si scontrò proveniva quasi certamente dalla consueta e famigerata centrale: il KGB.

f) Come don Juozas, tanti altri

Aggiungo, in conclusione, che don Juozas non fu un caso isolato, ma, al contrario, può assumersi come un prototipo rappresentativo dei tanti altri sacerdoti che purtroppo subirono lo stesso suo trattamento, per fortuna quasi sempre senza lo spietato esito finale. Come, per esempio Don Prosperas Bubnys (1918-2012), condannato il 12 novembre 1971 a un anno di lager a regime duro per aver cercato di verificare la preparazione catechistica dei bambini da cresimare [cfr. p.41].

O come Padre Antanas Seškevičius (1914-2002), anche lui condannato il 9 settembre 1970 a un anno di lager a regime duro, per l’istruzione religiosa dei bambini [cfr. p.50]. O come padre Leonas Šapoka (1909-1980), pesantemente torturato e morto nel 1980 (8). O come padre Bronius Laurinavicius (1913-1981), deceduto un anno dopo in un incidente stradale come quello di don Juozas (9).

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(1) Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, fascic. 1-10, La Casa di Matriona, Milano 1976, p.18.

Tutte le citazioni indicate con il solo numero di pagina sono tratte da questa fonte.

(2) Per descrivere il clima dell’epoca in Italia, segnalo un articolo che permette con coglierlo con immediatezza. Il giorno dopo l’arresto di don Juozas, L’Unità — l’organo ufficiale del Partito comunista italiano — pubblicava un articolo, con un titolo a tre colonne II viaggio di Arrupe [Pedro (1907-1991), all’epoca Superiore generale della Compagnia di Gesù] in Unione Sovietica. Nell’occhiello («Precedenti e significato di un’iniziativa al centro dell’attenzione internazionale») e nel catenaccio («II ruolo dell’attuale «generale» dei gesuiti nel gruppo dirigente del cattolicesimo mondiale II “papa nero” e un fautore del dialogo con i paesi socialistiDalla rottura del 1922 tra Vaticano e URSS alla svolta giovannea») erano molto ben condensati il suo contenuto e il suo senso. Il giornalista legava la visita di Padre Arrupe al pregresso in questo modo: «[…] arriva a pochi mesi di distanza dal viaggio prevalentemente diplomatico politico del “ministro degli esteri” di Paolo VI Mons. Agostino Casaroli che si era recato nella capitale sovietica per firmare il trattato anti H e per suggellare così la crescita che in questi anni ha fatto il dialogo tra URSS e Vaticano attorno ai grandi problemi della pace mondiale» [Alberto Scandone, II viaggio di Arrupe in Unione Sovietica, L’Unità, 27 agosto 1971, p.6]. Si trattava, però, di una crescita di cui ancora nulla si percepiva in Lituania. Nella patria del reverendo Juozas Zdebskis la collaborazione pacifica con l’ateismo continuava ad essere duramente impraticata. E sarebbe rimasta così ancora per molto tempo…

(3) Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, fascic. 11-20, La Casa di Matriona, Milano 1979, p.87

(4) Ibidem, p.120

(5) Ibidem, p.216

(6) cfr. Ibidem, pp.201-202

(7) cfr. http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&tl=it&u=http%3A%2F%2Fwww.lkbkronika.lt%2Fen%2Findex.php%3Foption%3Dcom_content%26view%3Darticle%26id%3D517%26Itemid%3D408

(8) cfr. Giampaolo Barra, La persecuzione in Urss e nei paesi comunisti, in Il Timone, marzo 2009, in http://www.rassegnastampa-totustuus.it/modules.php?name=News&file=print&sid=3022

(9) Ibidem

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