La rivoluzione psichedelica

psichedelicaStudi cattolici n. 575 gennaio 2009

Agli inizi degli anni Sessanta negli Usa ci fu un consumo di massa di allucinogeni. Fu per primo il controspionaggio, convinto che Urss e Cina studiassero tecniche di “lavaggio” del cervello, a diffondere le droghe in modo massiccio; subito dopo arrivarono gli psichiatri, secondo i quali tali sostanze potevano essere utili nella cure di alcune forme di pazzia. Crescenti quantità però cominciarono a circolare anche nelle comunità bohémienne dei beat, degli hipster, e nelle università, ponendo le basi per la successiva rivoluzione del ’68

di Mario Arturo lannaccone

Nella storia dei Paesi anglosassoni il concetto di Grande Risveglio (Great Awakenings) viene usato per riferirsi a periodi di speciale fervore religioso che modificano in modo consistente il sistema delle credenze e delle pratiche. L’espressione fu creata durante la nascita del movimento metodista a metà Settecento, ed è correntemente applicata ai decenni 1830-1840 e 1860-1880 (1).

In seguito, storici e sociologi hanno proposto altri periodi che parevano soddisfare le caratteristiche di un Risveglio e tra questi i decenni 1960-1990 (2). Quest’ultima proposta, sulla quale beninteso non vi è concordi a, sembra paradossale perché, nella storia cristiana, gli anni Sessanta sono caratterizzati da un crollo della pratica religiosa e dalla crisi di molte Chiese.

Chi propone di considerare gli anni Sessanta come un momento di Awakening concentra la sua attenzione sull’ondata di entusiasmo tipico di quegli anni, che il più delle volte non s’applicò alla pratica religiosa ma promosse l’impegno sociale e politico, i movimenti dei diritti civili e una forma di spiritualismo del tutto nuovo. In particolare, uno dei fattori scatenanti dell’ondata carismatica degli hippy e degli anni Sessanta in genere sarebbe stato il consumo in massa di droghe allucinogene (3).

Fu uno scienziato tedesco, Ludwig Lewin, a inaugurare a fine Ottocento gli studi sulle sostanze capaci di modificare percezione e coscienza. Per tale classe di sostanze inventò anche il termine phantastica (4).  I suoi studi sul peyote – il cactus consumato dagli indigeni americani — sollevarono molta curiosità ispirando centinaia di studi. Nel 1919 dal peyote fu ricavata la mescalina che rinfocolò per altri vent’anni l’interesse di singoli scienziati e istituzioni. Difatti si riteneva che la mescalina potesse riprodurre i sintomi tipici della schizofrenia e fu detta perciò psicotomimetica.

In seguito, lo psichiatra Humphrey Osmond notò una somiglianzà fra la molecola della mescalina e quella dell’adrenalina, e ciò lo portò a ipotizzare che la schizofrenia fosse causata da sostanze già presenti nel corpo umano. La teoria non era esatta ma aprì tuttavia la strada alla cura farmacologica di alcune malattie mentali.

Il lavaggio del cervello

Ma fu soltanto nel 1943 che si arrivò alla scoperta dell’allucinogeno che si vorrebbe tra le cause del Risveglio degli anni Sessanta: l’Lsd-25, opera del dottor Albert Hoffman della Sandoz. Si tratta di una sostanza dalle caratteristiche singolarissime capace, a dosi bassissime, di sconvolgere la percezione della realtà. La Sandoz ne decise una distribuzione sperimentale con due indicazioni d’uso: aiutare «il recupero del rimosso» nel processo psicanalitico e indurre psicosi temporanee, per motivi scientifici. Per queste sue caratteristiche, l’Lsd attrasse anche l’attenzione dei militari.

Dopo la guerra, i servizi di controspionaggio americani inaugurarono un vasto programma sperimentale d’impiego di vari farmaci psicotomimetici fra i quali vi erano mescalina -già sperimentata dai nazisti -, la marijuana e l’Lsd. Si ipotizzava che tali sostanze rendessero malleabili coscienza e memoria e potessero realizzare il cosiddetto «lavaggio del cervello». L’esperimento coinvolse centinaia d’istituzioni e migliaia di ricercatori. Per la prima volta nella storia della società americana decine di persone comuni soldati, studenti, detenuti – furono esposti a queste nuove, potenti droghe.

Piccole, ma crescenti quantità cominciarono a circolare nelle comunità bohémienne dei beat, degli hipster, in luoghi come Venice Beach, Greenwich Village, le università di Berkeley, Harvard e Stanford, piene di giovani che si sottoponevano ai test in cambio di un piccolo compenso. Agli inizi degli anni Cinquanta, le condizioni per un paradossale risveglio carismatico c’erano tutte e i primi ad accorgersene furono gli intellettuali.

Banditori psichedelici

II primo banditore degli allucinogeni fu un letterato inglese allora all’apice della carriera, Aldous Huxley. Lettore del vitalismo di Bergson, ammiratore di Nietzsche e Spinoza, cercava un antidoto ai propri tormenti e alla crisi spirituale dell’Occidente. Nel 1953 contattò Osmond perché desiderava sperimentare la mescalina. Da decenni si dedicava con speranza alle pratiche più esotiche per arrivare all’«illuminazione»: le tecniche di Gurdijeff (e forse di Crowley), lo yoga, la meditazione buddhista, lo zen, l’ipnosi, e le raccomandazioni di una plètora di medici lunatici e scienziati pazzi, oltre a molto di ciò che oggi rientrerebbe nel vasto insieme della New Age.

Nonostante tutta questa attività, il suo tormento interiore era rimasto intatto. Nutriva molta speranza nelle droghe, però, e non a caso nel romanzo // mondo nuovo (1938) immaginò un futuro nel quale ogni ansia sarebbe stata sedata dalle droghe. Nel 1953, grazie alla mescalina di Osmond, Huxley sperimentò «il nirvana» mentre guardava un paio di pantaloni di flanella, un tavolo e alcuni libri. Pensò che la religione non fosse che una pallida imitazione dell’estasi chimica, l’effetto combinato di molecole esogene o endogene.

Nel testo Le porte della percezione (1954), che scrisse subito dopo l’esperienza mescalinica, azzardò una teoria: che gli allucinogeni siano in grado di sospendere la funzione selettiva del cervello umano, e di consentire il contatto con l’Altro Mondo ovvero il Tutto, il continuum spazio-temporale del quale noi percepiamo soltanto una minima parte. Le porte della percezione divenne un livre de chévet per qualche migliaio di intellettuali, che Alan Watts chiamava «gli eleusini».

Nei salotti gustavano le nuove sostanze come fossero cioccolatini rari, diffuse da centinaia di psicanalisti e dai cercatori di sensazioni come William Burroughs o Allen Ginsberg, capaci di fare migliaia di chilometri per mangiare i bottoni di peyote o bere vino di yagé.

Nel 1957, mentre continuava il dibattito suscitato da Le porte della percezione, Robert Gordon Wasson pubblicò su Life il reportage «Alla ricerca del fungo magico» dove raccontava l’esperienza travolgente vissuta durante una velada in Messico, nella regione di Oaxaca. Wasson scrisse che il fungo allucinogeno poteva mettere «molti, se non tutti, in condizione di avere delle esperienze mistiche», d’ottenere, senza alcuna ascesi, l’autotrascendimento istantaneo. Era quanto di più adatto fosse possibile immaginare per una spiritualità non religiosa. Wasson rese socialmente presentabile il consumo di sostanze fino ad allora associate ai gabinetti psichiatrici.

Alla ricerca del fungo

Dall’estate del 1958 centinaia e poi migliaia di giovani americani si riversarono nei villaggi della regione di Oaxaca alla ricerca del fungo di Wasson, la psylocibe mexicana. Intanto si moltiplicavano gli psicanalisti che usavano l’Lsd e quando, a Hollywood, si cominciarono a organizzare party psichedelici, la moda dilagò anche tra i personaggi del jet-set.

Le opinioni che circolavano in questo demi-monde di iniziati psichedelici divergevano alquanto. Alcuni, come Huston Smith, Alan Watts o Walter Clark, affermavano che gli allucinogeni dovevano essere consumati all’interno di un «modello dei Misteri eleusini» e che non bisognava diffondere troppo il loro consumo.

Anai’s Nin profetizzava che la diffusione incontrollata di sostanze così potenti, che vedeva ormai tanto diffuse fra scrittori, giornalisti, attori, filosofi, avrebbe «aperto un vaso di Pandora» e che ci si doveva aspettare, di lì a pochi anni, qualche sconvolgimento sociale o culturale, o una combinazione dei due. La donna deplorava la sconsideratezza di chi si vantava di diffondere l’Lsd per cambiare la mentalità della gente (un tipo di rivoluzionario non raro in quel tempo).

Il giorno del Venerdì Santo del 1962, Timothy Leary e Walter Pahnke organizzarono un esperimento di somministrazione di psichedelici a un gruppo di studenti di teologia dell’Università di Harvard. Il risultato li portò a equiparare la «mistica chimica» con quella «naturale», tra lo sconcerto di alcuni e l’esultanza di altri. Leary divenne famosissimo e molti ministri protestanti, preti cattolici, rabbini e swami indù fecero la fila per ricevere da lui le pillole rosa di psilocibina come scorciatoia alle preghiere e alla meditazione.

Quando fu cacciato dall’Università, un miliardario di New York gli concesse in uso una magione immersa nella campagna di Millbrook, non lontano da New York. Qui fondò una comune ispirata agli scritti di Herman Resse e Aldous Huxley dove tutto ruotava attorno al «nuovo sacramento», l’Lsd.

Millbrook divenne meta di pellegrinaggio da parte dei «cercatori di verità» — jazzisti, attori, professori universitari, scrittori – invitati a ricevere la visione beatifica inghiottendo qualche capsula con accompagnamento di musica indiana.

Nei fine settimana, a un costo di cento dollari, l’ élite artistica, letteraria e musicale d’America passò per una «terapia di decondizionamento mistico» guidata dal professor Leary, sciamano biancovestito, che comprendeva una dose di Lsd, la sperimentazione della «morte e rinascita dell’io», la lettura de Il libro dei morti tibetano, un consommé e una passeggiata nel silenzio dei boschi.

Contemporaneamente, con il chiassoso stile del movimento hippy, la rivoluzione psichedelica esplose in California a metà del decennio. A Haight-Ash-bury, un quartiere povero e demodé di San Francisco, pieno di ville artnouveau sfitte, sciamarono decine di migliaia di giovani che lì stabilirono un’economia basata sugli allucinogeni.

Qui fu celebrata, nell’estate del 1967, la Summer of Love, un raduno per celebrare la nascita della «Nuova Era dell’Amore» e per protestare contro il bando degli psichedelici. L’evento fu raccontato dai media americani ed europei; sociologi e scrittori convennero su Haight-Ashbury per studiarne il modello. Ad Amsterdam e Copenaghen furono stabilite repliche europee di Haight-Ashbury finanziate con soldi pubblici (con i loro templi, il Paradisio e il Fantasyo).

Nell’abisso senza ritorno

Sino al 1974 il consumo degli psichedelici fu un fenomeno di massa che coinvolse molte decine di milioni di giovani. Diede la sua impronta alle arti, al pensiero, alla letteratura. Chi era toccato dall’estasi chimica che «dissolve la differenza fra oggetto e soggetto» si convertì al Vedanta, al Buddhismo e poi – c’è un collegamento di causa ed effetto fra i due fattori – alla New Age, versione borghese della spiritualità orientale.

Le percezioni sperimentate sotto l’effetto delle droghe sembravano confermare esoterismi, dottrine orientali e i sogni delle controculture magiche che avevano vagheggiato il «ritorno a Eleusi». Ci furono anche molti incidenti: per esempio, John Allegro, un promettente biblista impegnato nella traduzione dei rotoli di Qumran distrusse la sua carriera sostenendo, nel best-seller Il fungo sacro, che Gesù Cristo fosse una metafora per nascondere la natura psichedelica del cristianesimo primitivo.

Poi successe qualcosa che nessuno si attendeva; dopo tanto entusiasmo arrivò il gelo: i vantaggi attesi non arrivavano, la gente che doveva guarire grazie all’Lsd non guariva. Invece della pace e dell’amore predicato dagli hippy arrivò un incubo opprimente: mercanti di droga immisero nelle strade nuovi e potenti allucinogeni, come la ketamina. In centinaia sprofondarono nell’abisso di psicosi senza ritorno mentre i concerti, grandi eventi dionisiaci, furono funestati da omicidi e violenze.

La versione maligna dell’hippy, Charles Manson, interruppe l’utopia celebrando sacrifici umani a Hollywood. Il consumo crollò improvvisamente, dopo il 1974, quando il movimento hippy si dissolsé quasi da un giorno all’altro non prima di aver prodotto qualche curiosità come i Jesus Freaks.

Forse il movimento psichedelico fu davvero un’ondata carismatica, o una parodia pentecostale, perché quando la sua marea si ritirò, il New Age e i movimenti del potenziale umano avevano acquistato una forza inedita. Oggi, un vasto movimento di ricercatori, ideologicamente vicini al transumanismo, chiede la liberalizzazione di sostanze psichedeliche potentissime che non sono più chiamate allucinogene, psi-cotomimetiche o psichedeliche ma enteogene: «rivelatrici del divino che è in noi».

1) II termine fu coniato attorno al 1735. Cfr Frank Lambert, Inventing thè Great Awakening, Princeton Un. Press, 2001.
2) Ellwood Robert L., The Sixties Spiritual Awakening: American religion Moving from Modern to Postmodern, Rutgers U. P. New Brunswick, New Jersey 2004.
3) Cui si aggiunsero naturalmente altri fattori sociologici, come la presenza di un’alta percentuale di popolazione giovane in tutto il mondo occidentale, l’irruzione dei nuovi mezzi di comunicazione nella vita quotidiana. Senza contare l’influenza della politica internazionale, quella interna dei singoli Stati fattori, e ancora l’ideologia e il costume.
4) La classificazione fu proposta nella sua opera principale, Phantastika, pubblicata nel 1924 a Berlino, e suddivideva le so­stanze psicotrope in cinque categorie: gli Euforici, i Fantastici, gli Inebrianti, gli Ipnotici e gli Eccitanti.

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Mario Arturo Iannaccone La rivoluzione psichedelica – Sugarco Pp. 400 – pp. 24 ill. fuori testo – Euro 25,00

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