Profondo Rosso. Mao fu peggio di Hitler, ma il suo mito persiste

cina_maoTratto da Il Domenicale del 17 marzo 2007

Mentre in Cina il culto della sua rivoluzione sanguinaria venne imposto con la forza, in Occidente il “Sole rosso” fu l’utopia del mondo nuovo, coccolata dai soliti intellettuali compiacenti. Mao, con 80 milioni di morti innocenti, ha fatto peggio di Hitler e Stalin messi insieme. I cinesi tacciono imbarazzati, gli occidentali ancora esitano a prendere le distanze. Per fortuna qualcuno comincia la triste conta degli eccidi e dei martiri.

di Gerolamo Fazzini

Perché il maoismo resiste ancor oggi, almeno come mito se non come dottrina? Perché Hitler e Stalin sono sinonimo di tiranni, di dittatori sanguinari e Mao no? Me lo sono chiesto ripetutamente mentre nei mesi scorsi – insieme alla redazione di Mondo e Missione – lavoravo al Libro rosso dei martiri cinesi (San Paolo 2006), un volume che raccoglie testimonianze e resoconti autobiografici di persecuzione anti-cristiana, relativi al periodo che va dalla fine degli anni Quaranta ai primi anni Ottanta.

Me lo sono chiesto, toccando con mano la distanza tra i racconti dei testimoni oculari e le pagine sulla gloriosa rivoluzione maoista vergate da intellettuali occidentali obnubilati dall’ideologia. Una distanza che definire sconcertante è dir poco.

«La Rivoluzione culturale aveva fatto precipitare l’intero Paese nel caos più totale – scrive padre Li Chang, un prete cinese che ha provato sulla sua pelle brutalità e violenza delle Guardie rosse –. Le persone erano trascinate a forza su dei palchi, dove subivano bordate di accuse e di ingiurie della folla. Non importava che le imputazioni fossero inconsistenti e infondate: erano ugualmente costretti a starsene là, in piedi e immobili, mentre ogni dettaglio della loro vita privata veniva esibito e reso noto a tutti. Tra i molti che non erano in grado di sopportare la violenza di questo linciaggio morale, alcuni davano, in seguito, segni di squilibrio, altri si suicidavano. Non si è lontani dal vero quando si afferma che, in quegli anni, il Paese era diventato un gigantesco manicomio».

Parole che pesano come macigni. Abissalmente lontane dall’entusiastica descrizione che, come detto, della situazione cinese hanno offerto, per anni, maîtres à penser di casa nostra, infatuati del Grande Timoniere e dell’immane e azzardato esperimento sociale da questi condotto per decenni.

Un esempio? Maria Antonietta Macciocchi nel suo libro Dalla Cina (Feltrinelli, 1971) dipinge un quadro tanto idilliaco quanto falso: «Questa rivoluzione ha eliminato le élite politiche e tecnocratiche, la burocrazia, le gerarchie e i privilegi. Ha riunificato il lavoro manuale e intellettuale, le città e le campagne […]. L’homo sapiens e l’homo faber formano qui un essere completo, un uomo totale».

cina revolution1Ben diversa la testimonianza diretta di chi c’era: «Nessuno più lavorava. Giovani e vecchi, senza distinzione, passavano tutto il tempo fra “riunioni di massa” e “sessioni di lotta”». E ancora: «I comuni cittadini dovettero presto imparare a scegliere con attenzione le parole e a essere molto prudenti. Si cercava di nascondere i propri sentimenti persino ai parenti più stretti. Nessuno osava prendere un’iniziativa personale; tutti si limitavano a eseguire solo ciò che era stato loro ordinato o permesso da chi aveva il potere. La Rivoluzione culturale diffuse un tale clima di sfiducia e sospetto che minacciava di soffocare del tutto quel tanto di bontà naturale insito in ogni uomo».

Perché così a lungo è durato il silenzio sui crimini perpetrati dal Grande Timoniere? Il 30simo anniversario della morte di Mao, avvenuta il 9 settembre 1976, avrebbe potuto costituire un’occasione di dibattito ben più approfondito e severo delle polemiche a breve gittata scoppiate in quell’occasione. Se ciò non è avvenuto, lo si deve ai residui di tossine ideologiche che a lungo hanno inquinato la lettura di un periodo cruciale della storia recente.

In realtà, un processo di rilettura critica del maoismo, almeno in Occidente (non ancora in Cina), è già in atto. Nel 2003 l’apparizione di Mao. La storia sconosciuta – monumentale biografia firmata da Jung Chang in coppia col marito John Halliday, storico – ha gettato il sasso nello stagno (dopo che già nel 1994 Li Zhisui, medico personale del leader cinese, aveva dato alle stampe le sue memorie col titolo La vita privata del presidente Mao).

Un lunghissimo silenzio

Il Mao tratteggiato da Chang e Halliday è un personaggio privo di idealità, pragmatico fino al cinismo, che riesce a conquistare il potere grazie a una serie di complotti, avvelenamenti e ricatti. Quel libro – un vero e proprio caso editoriale internazionale – ha dato un contributo decisivo al processo di demitizzazione del Grande Timoniere. Sebbene non sia mancato chi ha accusato gli autori di parzialità, l’opera (926 pagine nell’edizione italiana, oltre 200 delle quali dedicate alle referenze bibliografiche) colpisce per l’imponente massa di documenti e di testimonianze dirette.

Alla serata di presentazione del volume italiano, lo ricordo bene, gli autori si difesero dagli attacchi sfoderando gli artigli: «Non abbiamo inteso tracciare il ritratto di uno psicopatico. Abbiamo avviato il nostro lavoro a mente serena, cercando di esaminare le sue azioni politiche e di indagare nella sua infanzia, puntando a far emergere il Mao privato».

Il mito di Mao – è noto – aveva cominciato a prendere forma a fine anni Trenta, grazie a Stella rossa sulla Cina, un libro dai toni fortemente propagandistici del giornalista statunitense Edgar Snow, autore di una memorabile intervista al futuro leader cinese. Negli anni Cinquanta e Sessanta numerosi intellettuali occidentali renderanno la figura di Mao popolarissima in Europa. Fino a sfiorare l’idolatria.

Ad aprire la strada è Simone de Beauvoir, autrice di un viaggio in Cina che darà origine a La longue marche. Essai sur la Chine del 1955, nel giro di poco tempo un vero best-seller. Seguiranno molti altri viaggi e scritti entusiasti, da Moravia alla Macciocchi, passando per Parise… Il culmine del successo del maoismo al di là della «cortina di bambù» si avrà col Sessantotto.

Non che negli anni precedenti non fossero filtrate all’esterno denunce e testimonianze sugli orrori delle Guardie rosse, sulle tecniche di lavaggio del cervello, sulle deportazioni in massa nei laogai, i campi di lavoro dove i prigionieri lavoravano (e tuttora lavorano) in condizioni non dissimili da quelle dei gulag sovietici.

Ma le voci critiche erano bollate come anti-rivoluzionarie e, in ultima analisi, giudicate inattendibili. Un destino del genere occorse a Les habits neufs du Président Mao, uscito in Francia nel 1971: un atto di denuncia contro i crimini del maoismo e i giochi di potere che lo sostenevano. L’autore, il belga Pierre Ryckman – scrittore, saggista e critico letterario oltre che sinologo di vaglia – aveva dovuto ricorrere allo pseudonimo di Simon Leys per motivi di sicurezza. In Italia Gli abiti nuovi del presidente Mao uscirà nel 1977 per i tipi delle sconosciute Edizioni Antistato. Di lì a pochi anni, sempre dello stesso autore, ecco un altro pamphlet, non meno duro: Ombre cinesi: il fenomeno totalitario in Cina (SugarCo, 1980).

Libretto & moschetto

Nello stesso giro di anni appare l’edizione italiana di Prigioniero di Mao di Jean Pasqualini, anch’egli un sopravvissuto ai campi di lavoro cinesi. Cresciuto in Cina, imprigionato «per crimini controrivoluzionari», l’autore, ottenuto il passaporto francese, nel 1964 si era rifugiato in Francia dove aveva preso a scrivere le sue vicissitudini in un laogai. Ma non fu creduto: «intellettuali e sinologi francesi si coalizzarono contro di lui, sostenendo che era al soldo dei servizi segreti americani, un agente della Cia», scrive Renata Pisu, che ne vergò la prefazione all’edizione italiana.

cina revolution 2Il caso della Pisu è molto interessante. Affascinata da Mao, come molti altri della sua generazione, la giornalista – esperta di Cina e firma di punta di Repubblica – a fine anni Settanta si è dissociata dalla venerazione per il libretto rosso e la mitologia maoista. Lo racconta lei stessa, con grande coraggio. Nella prefazione a L’allodola e il drago di Wang Xiaoling – autobiografia di una credente passata per i laogai, un libro che costituì l’ennesima picconata al totem di Mao – la Pisu scrive: «Ogni storia vera, ogni caso personale, disturba con la petulanza del vissuto. È come se si ripetesse di continuo: “Sappiamo già tutto, sappiamo già tutto…”. E invece non sappiamo niente. E abbiamo negato l’ascolto, ancora lo neghiamo, a chi ci racconta la sua storia».

E continua: «L’autocritica vale per me personalmente, come vale per tutti coloro che qui da noi in Occidente per anni si sono detti e hanno raccontato bugie sulla Cina. Ma forse – e questo è peggio alla luce del senno di oggi – molti sapevano che erano bugie, ma le consideravano “a fine di bene”. Costoro erano – eravamo? – i generici “amici del popolo cinese”. Bella amicizia».

Le recenti acquisizioni storiografiche permettono di giudicare in modo più oggettivo la figura di Mao e il suo tempo, a cominciare dal documentatissimo volume di Jasper Becker La rivoluzione della fame. Cina 1958-62: la carestia segreta (Il Saggiatore, 1998). Alla luce di questa e altre opere, è possibile affermare che il “Sole rosso” sia responsabile – direttamente o meno – di crimini pari o addirittura superiori, per crudeltà, intensità e durata, a quelli di Stalin e dello stesso Hitler.

Il Führer rosso

Non è un’affermazione ad effetto: un ex gerarca maoista riparato all’estero, Chen Yizi, afferma di aver visto un documento interno del Partito comunista che quantificava in 80 milioni il numero dei morti «per cause non naturali» nel periodo del “Grande balzo in avanti” (1958-61).

«Oggi il giudizio degli storici è pressoché unanime nel considerare Mao responsabile di un bilancio immane di vittime, probabilmente fino a 70 milioni di morti», concorda Federico Rampini, corrispondente da Pechino per Repubblica, ne L’ombra di Mao, l’ultimo libro (per ora) del prolifico giornalista-saggista. Al centro del volume – una raccolta di articoli recenti – c’è la figura Mao Zedong e il lascito di quello che Rampini definisce «il gigante più controverso del Novecento».

Del quale – nonostante i fiumi di inchiostro sparsi dalla propaganda ufficiale (o forse proprio per quello…) – si sa ancora poco, troppo poco. Annota giustamente Rampini: «La conoscenza reale di Mao è ancora estremamente limitata, sia fra i suoi connazionali, sia nell’opinione pubblica straniera. In Occidente, al di fuori di una cerchia di specialisti e di appassionati, le informazioni che il grande pubblico ha su di lui sono vaghe, obsolete e spesso del tutto errate».

Lasciamo agli storici il compito – arduo ancorché stimolante – di tracciare un bilancio compiuto del maoismo e della sua eredità. Qui, più semplicemente, vorremmo provare a capire come mai sulle storie delle vittime del maoismo si sa così poco in Occidente. Una semplice constatazione: solo in anni recenti il pubblico dei non addetti ai lavori ha potuto accedere alle testimonianze autobiografiche sui laogai, ossia i campi di lavoro forzato cinesi.

Penso a Nubi nere s’addensano di Chen Ming, uscito in Italia nell’estate 2006 da Marsilio (ma tuttora vietato in Cina). L’autore vi ripercorre le sue vicende tribolate, che molto hanno in comune con quelle narrate nel Libro rosso dei martiri cinesi. Studente brillante, poi professore universitario vede la sua carriera frantumarsi per essere caduto in disgrazia negli ambienti politici. Per Chen Ming inizia un lungo calvario che dura 30 anni.

I famigerati laogai

Nel 1951 viene spedito in un laogai. Liberato 5 anni dopo, gli viene proibito l’insegnamento. Per sopravvivere è costretto a lavori umilianti, sorvegliato quotidianamente e quindi obbligato a rendere una confessione pubblica. È dopo la la morte di Mao e la fine del suo regime totalitario che Chen Ming ritrova finalmente la pace, alla veneranda età di 70 anni e può affidare le sue memorie a una giovane giornalista francese.

Dei laogai e della terribile macchina di sofferenza e morte allestita dal regime per piegare i contro-rivoluzionari si sapeva da tempo. Da almeno una dozzina d’anni Harry Wu, uno dei più famosi dissidenti cinesi, con pubblicazioni e interventi, documenta numero, caratteristiche, funzionamento dei campi di lavoro… Anche se siamo ancora lontani dal conoscere nel dettaglio la vita nei campi di lavoro cinesi, così come – ad esempio – è avvenuto per i gulag sovietici grazie a Solgenizin.

Resta il fatto che, da noi, il suo libro Laogai è apparso pochi mesi fa per i tipi di una piccola casa editrice del Sud, L’ancora del Mediterraneo. Non è tutto: alla presentazione ufficiale, nel settembre 2006 a Roma (presente lo stesso Wu) si sono verificati tafferugli, provocati da affiliati a centri sociali. Il che la dice lunga sul clima culturale in cui ancora ci muoviamo (del resto, al “revisionista” della Resistenza Giampaolo Pansa tocca fare le presentazioni dei libri scortato dalla polizia).

Da questo punto di vista, il citato Libro rosso dei martiri cinesi si offre al lettore come uno strumento prezioso per entrare nell’universo cinese degli anni Cinquanta-Settanta senza i filtri dell’ideologia. Il volume raccoglie le memorie di persone che hanno provato sulla loro pelle fino a che punto possa arrivare la violenza di un potere accecato dall’ideologia, un potere che – dopo aver vinto la battaglia con il nemico armato (i nazionalisti di Chang Kai Shek) – aveva deciso di sterminare i «nemici senza fucile», come Mao ebbe ad apostrofare intellettuali, oppositori della società civile e credenti.

Sebbene non sia il suo scopo primario – che è quello di presentare storie di fede vissuta, a prezzo della persecuzione – va detto che il Libro rosso dei martiri cinesi colma, in parte, il vuoto di notizie, informazioni e testimonianze sul «maoismo visto da vicino». Un vuoto che – come abbiamo visto – ha precise origini politico-culturali.

Il martirio censurato

Quel che ci importa sottolineare qui è che l’ipoteca ideologica sulla storiografia e sulla pubblicistica nostrana in tema di Cina ha limitato pesantemente anche la possibilità di conoscere e far conoscere storie di persecuzione e martirio cristiano. Non che siano mancati i tentativi, beninteso. Nei primissimi anni Cinquanta uscirono una serie di testimonianze di prima mano di missionari espulsi dalla Cina. Due padri del Pime trascrissero le loro e altrui memorie. In Criminali… o vittime? (Pime, 1954), padre Giuseppe Strizoli raccolse testimonianze di vescovi e missionari del Pime, espulsi dalla Cina di Mao. A sua volta padre Carlo Suigo scrisse, nel 1948, K’ou min: Povero popolo!… Diario di un prigioniero, e di lì a pochi anni, Nella terra di Mao-Tse-Tung (L’Arnia, Roma 1951). Alcuni di questi scritti conobbero più edizioni e, in un caso, furono tradotti persino in 5 lingue!

Nel 1956 usciva, per i tipi di Ancora, il Libro rosso della Chiesa perseguitata di Alberto Galter, dedicato ai Paesi comunisti, tra i quali, ovviamente, la Cina.

In tempi più recenti l’Editrice missionaria italiana (Emi) ha pubblicato varie testimonianze dirette di persecuzione anti-cristiana in Cina. Ne ricordo alcune: Nelle carceri di Mao. Diario di un vescovo, di D. Tang (1990); Io prigioniero del Signore Francesco Saverio Zhu Shude, sacerdote e martire cinese, a cura di F. Grasselli e M. Marazzi(1991); G. Liao Shouji, La mia vita nel gulag. Diario di un cattolico cinese (1992). Alla vigilia del Giubileo, padre Giancarlo Politi, già direttore di Mondo e Missione, in Martiri in Cina. Noi non possiamo tacere, (Emi, 1998) ha certosinamente stilato un elenco di vittime della repressione anti-cristiana, nell’ultimo secolo (e non solo).

L’Europa prona

Ancora una volta, non può non colpire il fatto che, mentre in Europa il verbo del maoismo veniva propagandato come il “volto buono” del comunismo, in Cina il culto del Grande timoniere era imposto con la forza per soggiogare coscienze e masse. Annota padre Giovanni Wong nella sua autobiografia (anch’essa confluita nel Libro rosso dei martiri cinesi): «Dalla sveglia al mattino fino al riposo della sera, eravamo costretti a radunarci sette od otto volte al giorno, di fronte all’immagine di Mao, e inchinarci molte volte in segno di venerazione. Era quasi un atto religioso! Davanti a questa immagine eravamo obbligati a chiedere perdono dei nostri crimini gridando: “Noi siamo tutti colpevoli”. E alzando le nostre teste davanti alla sua immagine dovevamo gridare tre volte: “Evviva Mao!”, augurandogli rispettosamente lunga vita. Pensandoci ora, c’è da ridere! Ma non allora, perché questa commedia aveva delle serie conseguenze politiche».

Nel Libro rosso dei martiri cinesi troviamo pure una documentazione fotografica inequivocabile: le gigantografie di Mao appese nella cattedrale di Guangzhou (Canton) al posto di Nostro Signore, le vignette della propaganda che scimmiottano i versetti dell’Apocalisse dedicati ai «cieli nuovi e terre nuove», gli altari profanati dalle Guardie rosse, i missionari stranieri espulsi con l’accusa di imperialismo… Documentazione imprescindibile per chi voglia farsi un’idea il più possibile veritiera della “vita quotidiana” ai tempi del maoismo.

Se in Occidente si sta procedendo – seppur in ritardo e a fatica – ad una revisione critica del mito di Mao, non così avviene in Cina. Il mausoleo del Grande Timoniere su Piazza Tienanmen continua ad attirare folle da ogni angolo del Paese: file lunghissime di turisti-pellegrini attendono il loro turno, anche sotto una pioggia scrosciante, come può testimoniare chi scrive. Secondo l’ambasciatore Sergio Romano le autorità cinesi ben conoscono le malefatte di Mao; «se le tacciono è perché, al contrario di quanto accaduto in Urss, vogliono evitare che una demitizzazione troppo rapida produca una spaccatura sociale e instabilità».

Sta di fatto che su Mao il Partito comunista è estremamente restio ad avviare un percorso di revisione storiografica seria. Per ora il problema è stato liquidato con la celebre frase di Deng Xiao Ping, il quale quantificò in un 30% gli errori di Mao, a fronte di un 70% “giusto”. Ma – come osserva Rampini – «la nomenklatura ha congelato l’immagine di Mao perché da lui trae ancora la sua legittimità originaria, non da un consenso popolare, né da libere elezioni».

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