«Juden raus!» La Santa Sede e la questione ebraica (1)

nazi_vaticanStudium  n.4 luglio-agosto 2006

di Danilo Veneruso

La Rivista è lieta di presentare l’ampia introduzione di Danilo Veneruso al volume di Alessandro Duce La Santa Sede e la questione ebraica (1933-1945}, che appare in questi giorni nella collana «Cultura» delle Edizioni Studium (pp. XII-440, € 39,00). Il testo offre una visione ampia, complessiva dell’opera svolta dalla Santa Sede e dalle sue strutture diplomatiche nel periodo che va dall’ascesa al potere dei nazionalsocialisti al 1945. Il confronto drammatico e impari della Chiesa con il regime hitleriano che avanza in Europa è analizzato paese per paese sulla base di una vastissima documentazione, in pagine spesso impressionanti. Ne risulta un libro coinvolgente, che fa giustizia di posizioni preconcette e getta luce sul dibattito storiografico relativo ad un periodo complesso e drammatico della nostra storia.

Agli ormai numerosi autori che hanno studiato con serietà ed impegno il modo in cui la Santa Sede ha affrontato la questione ebraica durante i dodici anni del periodo nazista, è avvenuto di solito di dover trattare contestualmente anche i correlativi problemi dei giudizi e del trattamento che il partito, la cultura e lo Stato nazionalsocialisti hanno riservato alla Chiesa e di quello che la Chiesa pensava del nazionalsocialismo, della sua ideologia, dei suoi programmi. Così è avvenuto anche con Alessandro Duce, che ha sentito il bisogno di spingere a fondo l’indagine con l’utilizzazione accurata delle fonti e della letteratura sull’argomento.

Per quanto riguarda le origini ideologiche e pratiche del nazionalsocialismo, esse si trovano nello scoppio della prima guerra mondiale, tanto in se stessa come conflitto generale quanto come risultato dell’accresciuta influenza del “pangermanesimo”, la forma tedesca della fase estrema del principio nazionale, ormai sfociato nel nazional imperialismo. Sulla guerra generale come strumento di prevaricazione dell’ordine interno ed internazionale, la Santa Sede, ancor prima dell’inizio della Grande Guerra, esprime già la sua viva preoccupazione per i tassi di conflittualità che ha raggiunto la rivoluzione nazionale nel continente europeo.

Il ritorno alla pace non tranquillizza affatto la Chiesa, che la trova fragile e pertanto precaria tanto con Benedetto XV quanto con Pio XI, che infatti preferiscono usare i termini di tregua o di intervallo per indicare la mancanza, d’altronde molto relativa, dell’uso delle armi dopo la fine della Grande Guerra. Si tratta di una crisi inarrestabile del concetto stesso di convivenza tra i popoli, dovuta alla convinzione generale che soltanto la lotta possa presiedere alla storia dell’uomo, convinzione condivisa tanto dalla rivoluzione nazionale quanto dalla rivoluzione sociale, l’una contro l’altra armate.

Pio XI dedica addirittura la parte centrale dell’Ubi arcano Dei, l’enciclica inaugurale del suo pontificato pubblicata il 23 dicembre 1922, proprio agli effetti nefasti dell’ideologia della lotta che caratterizza la fase attuale della modernità, con accenti e contenuti sui quali insisterà durante i suoi diciassette anni di governo della Chiesa. Se gravi sono le sue preoccupazioni per l’ateismo dichiarato della versione marx-leninista della rivoluzione sociale, altrettanto grave è la sua ansia per quello che definisce il «nazionalismo esagerato» della rivoluzione nazionale, poi apertamente ed energicamente denunciato negli anni Venti con la condanna dell’Action Francaise nel 1926, con l’enciclica Non abbiamo bisogno del 29 giugno 1931, dedicata soprattutto al fascismo italiano, e con l’enciclica Mit brennender Sorge del 14 marzo 1937, esplicitamente rivolta al nazionalsocialismo.

Non sono mancati storici, anche di area cattolica, che hanno interpretato in chiave di scontri di potere le critiche elevate dai vertici della Chiesa cattolica alle diverse varianti del fascismo che sta crescendo rigogliosamente sul tronco della rivoluzione nazionale: tuttavia è proprio contro il razzismo, vale a dire sul complesso di idee che guidava l’attuale fase della rivoluzione nazionale, che prende netta posizione Pio XI.

Dietro le sue manifestazioni di critica contro il nazionalimperialismo c’è il Papa delle Missioni, colui che nel 1926 promulga l’enciclica Rerum Ecclesiae, in cui attacca con veemenza coloro che all’interno della Chiesa esprimono dubbi più o meno razzistici sulla capacità del clero africano di dirigere le proprie Chiese. Egli consacra personalmente i primi sei vescovi cinesi con un’unica cerimonia che vuole solenne, per giunta accompagnata da grande pubblicità e da una lettera al capo dello Stato della Cina, in cui sottolinea il radicale distacco che la moderna evangelizzazione cristiana pone da ogni forma, diretta o indiretta, di colonialismo.

Occorre anche dire che la continuità ininterrotta della linea che collega Pio XI al suo predecessore Benedetto XV, nonché l’insistenza e la coerenza con le quali vengono presentate le idee di allontanamento dal nazionalimperialismo in forza dell’universalità del cristianesimo non restano isolate al vertice ma si espandono a macchia d’olio nella società cristiana, anche grazie al progresso delle idee democratiche generato dall’esito della guerra. Particolarmente notevole è la loro diffusione tra i cattolici tedeschi.

Contrariamente a quanto avviene in Francia, dove l’esprit de revanche dura più a lungo anche tra i cattolici, obbligando ad un certo punto lo stesso vertice della Chiesa ad intervenire contro l’Action Francaise che lo aumenta, in Germania, tra il 1922 e il 1924, il rapporto tra le correnti ideologico-politiche si modifica in direzione sempre più favorevole alla pace e all’eguaglianza tra i popoli. Fin dal 1919, infatti, si costituisce in Germania il Friedensbund Deutscher Katholiken (Lega di pace dei cattolici tedeschi).

I suoi modesti inizi sono presto compensati dalla crescita ininterrotta negli anni seguenti. Significativamente, la Lega si distingue non solo per la chiarezza ma anche per la radicalità delle sue posizioni, evidenziate dallo statuto emanato nel 1924. Nel preambolo che contiene le dichiarazioni di principio esso si richiama «alle norme fondamentali prescritte da Benedetto XV», secondo cui «il precetto evangelico dell’amore fra gli individui non si differenzia punto da quello che deve correre tra Stati e popolazioni»: pertanto rigettava «la doppia morale nella vita economica e nella vita sociale delle nazioni».

Lo statuto non teme neppure di usare con onore il termine “pacifismo”, che allora, e per molto tempo ancora per la prevalenza della cultura nazionalimperialistica, ha significato decisamente negativo nella circolazione delle idee. Pertanto si auspica in esso che da questo pacifismo apertamente proclamato debbano scaturire «una politica risolutamente fondata sulla pace universale» e la condanna «di ogni tentativo atto a risolvere le tensioni politiche per mezzo della guerra». Conscio della loro potenziale efficacia, il documento, nella sua conclusione, si appella anche ai mezzi di comunicazione di massa quali la radio e i giornali, «affinché si facciano interpreti di riconciliazione e di pace tra le nazioni, opponendosi a qualsiasi politica nazionalistica e militaristica».

Il Friedensbund cresce tanto da richiamare l’attenzione dello stesso Episcopato tedesco, al quale peraltro si richiamano costantemente gli stessi autori dello statuto. Nella loro riunione del 1928, tenuta come al solito a Fulda, presso la tomba di San Bonifacio, i vescovi tedeschi danno il loro pieno benestare ai principi e all’azione della Lega e, riferendosi al clima introdotto dal trattato di Locarno, trovano «sommamente consolante che il desiderio dì una pace universale trovi una sempre più viva espressione presso i popoli».

Confortata dall’appoggio dell’Episcopato, pur restando minoranza attiva e ricca di crescenti consensi all’interno del mondo cattolico tedesco, il Friedensbund può contare ormai estese e capillari adesioni. Alla fine del 1928 conta quarantasei gruppi con settemila adesioni individuali, di cui quattrocento sacerdoti, oltre ad un gran numero di associazioni aggregate collettivamente. I suoi principi e il suo programma sono diffusi da due uffici, l’uno a Francoforte sul Meno, l’altro nella stessa Berlino.

Quando la crisi economica mondiale, innescata nel 1929, colpisce drasticamente la Germania che dal 1924 è legata a filo doppio all’economia e alla finanza statunitense, le destre nazionaliste tedesche, con alla testa i nazionalsocialisti che nelle elezioni politiche del 1928 parevano avviati verso il viale del tramonto, rialzano la testa. È a questo punto che Alessandro Duce apre il suo volume, notando che «i rapporti fra la Chiesa tedesca e il movimento nazionalsocialista sono difficili già agli inizi degli anni Trenta: i vescovi condannano i principi ispiratori del nuovo partito e i suoi metodi di lotta politica; ma si spingono anche oltre: non esitano a proibire ai fedeli l’iscrizione al N.S.D.A.P., escludono dai sacramenti chi non si attiene a queste disposizioni, vietano ai militanti nazionalsocialisti la partecipazione in divisa ai funerali e ad altre cerimonie.

Nel 1932 l’Episcopato, riunito a Fulda, conferma le precedenti disposizioni assunte di fronte alla nuova formazione politica, benché essa ottenga consensi elettorali crescenti» (p. 31). Queste disposizioni sono alquanto mitigate quando Hitler, per rafforzare il suo potere ancora non del tutto solido fino alla ratifica elettorale del marzo del 1933, rilascia e fa rilasciare dai suoi collaboratori dichiarazioni del tutto rassicuranti verso le confessioni cristiane, ivi compresa quella cattolica.

Resta tuttavia il fatto che quando i turni elettorali successivi al 1929 registrano dappertutto una forte ascesa dei suffragi attribuiti ai nazionalsocialisti, i Lander a maggioranza cattolica, seppure anch’essi toccati dalla tendenza all’ascesa, danno i consensi più bassi: il che significa che, per quanto dipendeva da loro, Hitler non sarebbe mai passato.

Certo il problema ebraico non viene ancora considerato in tutta la sua gravita, tanto è vero che non ha seguito la lettera che Edith Stein, allora docente al Collegio Mariano di Mùnster, invia a Pio XI non soltanto per spingerlo all’azione in nome della giustizia, ma anche per avvertirlo che, con Hitler, «la guerra contro il Cattolicesimo si svolge in sordina e con sistemi meno brutali che contro il Giudaismo, ma non meno sistematicamente.

Non passerà molto tempo perché nessun cattolico possa più avere un impiego a meno che non si sottometta senza condizioni al nuovo corso» (p. 35). La lettera della Stein rimane senza riscontro diretto, ma probabilmente non è estranea al dibattito che si accende nei Palazzi Apostolici a proposito della questione ebraica. Il nunzio apostolico a Berlino, Orsenigo, fa presente ai suoi superiori che l’antisemitismo non solo è legge di Stato in Germania, ma è anche uno dei pochi punti in cui tutti i membri del governo siano concordi: può pertanto essere oggetto di contestazione solo nella misura in cui si è pronti allo scontro con il governo tedesco (pp. 36-37).

Per il momento non si fa nulla proprio perché, da questo dibattito, emerge la convinzione che, nel caso dello scontro, «Berlino potrebbe cambiare obiettivo e dirigere la sua azione repressiva non soltanto contro il giudaismo e il bolscevismo, ma anche in modo diretto contro il cattolicesimo tedesco» (p. 39). Avviene così che, dopo il consolidamento del potere nazionalsocialista, del quale non c’è dubbio che i cattolici tedeschi abbiano responsabilità assai minori di altri, l’attenzione si concentra sulla preparazione, la firma e l’attuazione del concordato.

Si vorrebbe inserire, nella parte “segreta” accessoria agli accordi, una clausola a favore degli ebrei battezzati, ma Berlino è irremovibile: la questione religiosa non può essere confusa con quella razziale. Il confronto tra Santa Sede e Terzo Reich si risolve con un compromesso: i negoziatori tedeschi non escludono di riesaminare le conseguenze delle misure adottate nei confronti dei cattolici di origine ebraica (pp. 41-42).

Non è certo con i compromessi che si può fermare Hitler, e infatti già due mesi dopo la stipulazione del documento il Segretario di Stato card. Pacelli osserva che il Concordato, «senza garantire ciò che si era auspicato e sottoscritto, può evitare soltanto sviluppi peggiori, cioè una vera e propria persecuzione» (p. 43).

Già nei primi mesi del regime nazionalsocialista si profila con evidenza una situazione dalla quale non si sarebbe più usciti per tutta la sua durata: la Chiesa cattolica, per il solo fatto di essere diversa e indipendente dalla Germania e dal nazionalsocialismo, rischia di diventare ostaggio e vittima della persecuzione di Hitler e nello stesso tempo rischia di essere considerata condiscendente da coloro che lottano contro il nazionalsocialismo.

La documentazione citata da Alessandro Duce mostra che il card. Pacelli prova una delusione che arriva fino all’ira quasi incontrollata per [‘«ignobile comportamento tedesco» (p. 46), al quale però non c’è altra alternativa che la rottura unilaterale del Concordato, vale a dire la persecuzione religiosa, con un circolo vizioso che non verrebbe meno se non con l’eliminazione di uno dei due soggetti.

In questa situazione, in cui la Chiesa cattolica è sempre minacciata di essere coinvolta da un minuto all’altro per la sua contiguità con l’ebraismo, è proprio la definizione di ebreo a essere oggetto di contestazione. I nazionalsocialisti affermano allora e dopo che tale definizione rientra nella questione razziale, ma poi non riescono a dire altro se non che deve considerarsi ebreo colui che discende da progenitori che appartengono alla comunità ebraica. Il riferimento all’appartenenza religiosa e culturale dovrebbe dunque salvare l’ebreo convertito ad altra religione: in realtà non è così, in quanto contro gli ebrei si adopera sempre il criterio razziale proprio per togliere loro ogni possibilità di scampo.

Una volta individuata una persona come ebrea secondo il criterio comunque ad essa più sfavorevole, si scatena, nei dodici anni del predominio nazionalsocialista, un processo di crescente persecuzione. Partendo dall’emarginazione politica e militare secondo cui gli ebrei non sono considerati degni di essere cittadini del Reich o militari nelle Forze Armate tedesche (leggi razziali di Norimberga del 1935), dopo la “notte dei cristalli” del novembre 1938 si giunge all’emarginazione economica, allo scoppio della seconda guerra mondiale, alla deportazione e, infine, nel passaggio dalla fase europea alla fase planetaria del conflitto, vale a dire con l’aggressione all’Unione Sovietica nel 1941, allo sterminio totale, storicamente ormai universalmente noto con il termine “olocausto”.

Nel frattempo, i vescovi tedeschi non stanno inerti. Le annuali conferenze episcopali di Fulda risuonano non solo di proteste contro il razzismo, contro l’eugenetica, contro l’eutanasia, ma anche contro le restrizioni della stampa e della scuola cattolica, in un’atmosfera di strisciante persecuzione nonostante il Concordato. Vi sono anche proposte pratiche, come quella del Comitato d’aiuto per i cattolici non ariani per favorire l’emigrazione ebraica. A sua volta la Santa Sede prende coscienza della gravita del problema nazionalsocialista.

Nel gennaio 1936 Pio XI denuncia all’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede von Bergen la persecuzione cui è soggetto il cattolicesimo in Germania e per giunta mette in dubbio che i nazisti vogliano veramente combattere il comunismo. Il vaso ormai trabocca e, dopo un’intensa collaborazione con i vescovi tedeschi, Pio XI pubblica il 14 marzo 1937 l’enciclica Mit brennender Sorge.

Essa denuncia esplicitamente, come sottolinea Alessandro Duce, la «persecuzione “insidiosa o aperta” in atto in terra tedesca contro i cattolici, rigetta le teorie naziste “della terra e del sangue”, afferma con forza la necessità che sia rispettato il Concordato. Contiene anche un riferimento abbastanza esplicito a Hitler: “Colui che con sacrilego misconoscimento osasse porre accanto a Cristo, o ancor peggio, sopra di lui o contro di lui, un semplice mortale, fosse anche il più grande di tutti i tempi, sappia che è un profeta di chimere, a cui si applica spavaldamente la parola della Scrittura: Colui che abita nel ciclo ride di loro”» (pp. 59-60).

Anche se il documento e diretto specificamente contro il nazionalsocialismo, Pio XI è consapevole che la persecuzione attuata contro la Chiesa si inquadrava nella lotta più generale che la cultura moderna ha ingaggiato contro il cristianesimo. Tiene già pronta nel cassetto l’enciclica di condanna del comunismo, che apparirà sei giorni dopo, ma le indicazioni e le denunce che eleva fin dall’inizio del suo pontificato valgono anche per quelle «devianze panteistiche, materialistiche, razziste, stataliste e populiste» e per quelle aspirazioni a riconoscere Chiese nazionali che sono comuni alle tre rivoluzioni della modernità (nazionale, sociale e liberale).

L’emanazione della Mit brennender Sorge ha anche il duplice scopo di bloccare il processo in corso di saldatura tra il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco e di trasformare da occasionali in organici i contatti che la Santa Sede ha stabilito dopo il 1935 con la democrazia nordamericana, che comincia a dar segni di staccarsi dal suo isolazionismo attraverso l’amicizia dell’arcivescovo di Chicago card. Mundelein con il presidente Roosevelt e il viaggio negli Stati Uniti che il Segretario di Stato card. Pacelli compie nel 1936: in rotta con Hitler, non più ascoltato da Mussolini, nella più completa incomprensione con Stalin anche per via della guerra di Spagna, Pio XI rischia infatti di rimanere del tutto isolato se non si accosta agli esponenti principali della rivoluzione liberaldemocratica con maggiore decisione di quanto la Chiesa non abbia fatto prima.

La Civiltà Cattolica, che già in precedenza non ha lesinato le critiche al nazionalsocialismo, nel 1937, dopo e in concomitanza con l’emanazione dell’enciclica pontificia, illustra e denuncia sistematicamente, con i suoi più noti e stimati scrittori quali Brucculeri, Messineo e Rosa, il razzismo nazionalsocialista come del tutto incompatibile non solo con il cristianesimo, ma anche con le più elementari esigenze della civiltà.

Con il 1938 cominciano invece i pronunciamenti, taglienti come spade, di Pio XI. Il 6 aprile, lui e il suo Segretario di Stato, card. Pacelli, rimproverano severamente il card. Innitzer, arcivescovo di Vienna, perché ha accolto calorosamente Hitler dopo l’Anschluss e lo obbligano ad una ritrattazione. Nei primi quindici giorni di maggio il Papa trasloca a Castelgandolfo per pochi giorni, chiude i Musei Vaticani «per riordino», in realtà per evitare che non solo lui, ma i Palazzi Apostolici siano comunque “inquinati” dalla presenza di Hitler in visita a Roma, pronuncia un discorso per deplorare che nella città sacra al cristianesimo sventoli una bandiera che porta una croce che non è quella di Cristo.

Il 21 luglio, ricevendo molti assistenti ecclesiastici di Azione Cattolica, afferma che «cattolico vuol dire universale, non razzistico, nazionalistico, separatistico […]. C’è purtroppo cosa che è assai peggio che una formula o un’altra di razzismo e di nazionalismo, ossia lo spirito che le detta: questo spirito di separatismo, di nazionalismo esagerato che, appunto perché non cristiano, non religioso, finisce col non essere neppure umano».

Il 28 luglio 1938, ricevendo gli alunni del Collegio De Propaganda Fide, destinato alla preparazione approfondita dei missionari, non solo attacca senza mezzi termini l’allineamento ideologico e politico tra l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, ma attira anche l’attenzione sulle conseguenze che può avere in avvenire la persistenza in questo errore. Dopo aver ribadito solennemente l’universalità della Chiesa, prosegue: «Ci si può chiedere come mai, disgraziatamente, l’Italia abbia avuto bisogno di andare ad imitare la Germania. Si dimentica che l’umanità è una sola, grande universale razza umana. Si dimenticano gli universali: e il mondo va molto male. Perché molti, troppi, non sanno niente degli universali!» La conclusione del discorso non può essere più trasparente: «Il Papa, si sa, è figlio di milanesi, gli uomini delle Cinque Giornate che hanno cacciato i tedeschi!»

Dopo il Manifesto sulla razza, che inaugura la legislazione antiebraica italiana, si apre un serrato contenzioso tra la Santa Sede e l’Italia sui “matrimoni misti”, in termini che si ritroveranno poi nella questione degli “ebrei convertiti”. La Chiesa infatti, come non può ammettere che dallo Stato siano posti limiti alla libertà di contrarre matrimonio cattolico, così non può accettare che il riconoscimento dell’appartenenza alla Chiesa possa essere limitato da questioni nazionali o razziali.

È a questo punto che, come sottolinea nel suo diario il ministro degli Esteri Ciano, vengono al pettine i nodi dell’alleanza tra fascismo italiano e nazionalsocialismo tedesco preannunciati dal discorso pontificio del 21 luglio. Che Pio XI sia ai ferri corti con i due regimi è ormai cosa nota: non esita affatto a esternare la sua ormai irriducibile avversità in ogni occasione che gli si presenti. Così avviene nel gennaio 1939, quando, nel suo colloquio con Chamberlain in visita tanto a Roma quanto in Vaticano, fa dell’attacco a Hitler e a Mussolini l’argomento prevalente, con meraviglia dello stesso diplomatico romeno Coirmene, che nota come per la prima volta nel suo pontificato egli non abbini fascismo e comunismo.

Così, quando dopo pochi giorni (10 febbraio) subentra la morte del Pontefice che, quantunque dal dicembre 1936 sia in costante pericolo per la gravita della sua debolezza cardiaca, ha però conservate integre le capacità di lavoro e di giudizio, si parla insistentemente, allora e poi, di un intervento di fuoco che avrebbe già scritto in occasione del decimo anniversario della Conciliazione, che cade proprio il giorno successivo alla sua morte. Si parla anche di un’enciclica contro il nazionalimperialismo già pronta nel cassetto della sua scrivania che l’accesa fantasia antipontificia di J. Cornwell sospetta essere stata non solo bloccata (e questo è ovvio, data la morte del presunto autore) ma anche distrutta dal suo successore, che comunque si guarda bene dal riprenderla e pubblicarla.

L’elezione del suo successore nella persona del Segretario di Stato card. Pacelli dopo un solo giorno di conclave è così rapida da far pensare quasi ad un atto dovuto. In effetti la persona di Pio XII associa doti teologiche, spirituali e culturali di eccellenza ad una lunga esperienza diplomatica esercitata ai livelli di massima responsabilità, prima quale nunzio in Baviera e, a latere, in Germania per dodici anni, dalla prima guerra mondiale all’impianto e al consolidamento della Repubblica di Weimar (1917-1929), e poi quale Segretario di Stato di Pio XI.

È un momento cruciale della vita internazionale: Hitler comincia a dare i primi segni di insofferenza dopo l’accordo di Monaco con il discorso chiaramente ricattatorio del 30 gennaio 1939, in cui attribuisce agli ebrei l’intera responsabilità se scoppiasse una nuova guerra europea. L’elezione di Pio XII si carica dunque del significato di accompagnare e di sostenere i tentativi che Chamberlain sta compiendo negli ultimi due anni per condurre il Terzo Reich alla ragione e alla pace.

Al terzo giorno del suo pontificato, infatti, Pio XII invia a Hitler, quale capo di Stato della Germania, la notizia ufficiale della sua elezione, mentre a sua volta il premier britannico il 10 marzo, facendo a Birmingham il punto della situazione, annuncia che non c’erano nubi in cielo.

Senonché tutto si complica quando, il 15 marzo, giunge la notizia dell’entrata dell’esercito tedesco a Praga, in palese violazione degli accordi di Monaco, che garantivano la conservazione dell’indipendenza della Cecoslovacchia salvo i Sudeti e la limatura di alcuni tenitori annessi da altri Stati limitrofi come la Polonia e l’Ungheria.

La risposta di Chamberlain dal solito sito di Birmingham è adeguata alla gravita della situazione: assoluta chiusura nei confronti di Hitler che, violando gli accordi sottoscritti a Monaco, si è dimostrato inaffidabile. Da quel momento Chamberlain rovescia la politica di appaisement che ha perseguito in due anni di paziente lavoro. Non è ancora guerra combattuta, ma Hitler è messo davanti alle proprie responsabilità.

Da una parte la Gran Bretagna mai più suggerirebbe ad altri Stati di accettare proposte provenienti dalla Germania come ha fatto in passato confidando nella lealtà di Hitler, ma anzi li scoraggerebbe, dall’altra, con la sua alleata Francia, rilascerebbe garanzie militari a tutti gli Stati minacciati da aggressioni tedesche a cominciare dalla Polonia, come effettivamente avviene il 31 marzo. Il premier britannico si mette poi alla ricerca di un coinvolgimento dell’Unione Sovietica nella politica di garanzie, ma trova difficoltà pressoché insormontabili, per il rifiuto dei polacchi di lasciar transitare e sostare nel proprio territorio le truppe sovietiche che dovrebbero accorrere in loro aiuto.

Il compito che Pio XII si è prefìsso, vale a dire quello di attirare definitivamente la Germania nell’orbita della pace, si presenta dunque tutto in salita. Per più di cinque mesi egli lavora soprattutto sul lancio di un progetto per convocare una conferenza europea della pace, ma questa proposta non fa alcun progresso per l’accresciuta diffidenza reciproca. Quando concordi segni e informazioni, culminati nel Patto tedesco-sovietico di non aggressione Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939, annunciano l’imminenza di un’invasione tedesca della Polonia, Pio XII si muove il giorno dopo con due linee d’intervento strettamente connesse, vale a dire con un appello ai popoli e ai governanti sui benefici della pace, accompagnato dalla menzione delle incognite sul successo di chi punta sulla guerra per raggiungere i suoi obiettivi.

Quel discorso radiofonico è rimasto famoso nella storia soprattutto perché contiene la celebre frase «nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra», tuttavia ai fini del problema trattato da Alessandro Duce riveste maggiore importanza il tenore complessivo del testo, nel quale Pio XII si fa portatore delle richieste di pace degli uomini e delle donne di tutto il mondo.

L’ultimo tentativo compiuto dal Papa prima che avvenga l’irreparabile è quello di un intervento diretto presso i due Stati in bilico prima che il 31 agosto scada l’ultimatum posto da Hitler perché le autorità polacche inviino a Berlino plenipotenziari per ricevere le sue proposte. Per tutta la giornata del 30 agosto Pio XII, il Segretario di Stato card. Maglione e mons. Domenico Tardini, segretario per gli affari straordinari della Segreteria di Stato, discutono sull’opportunità o meno di inviare alla Polonia, la fedelissima, un pressante invito di coscienza a cedere Danzica e il corridoio tedesco-polacco per evitare il conflitto.

Alla fine, però, prevalgono le considerazioni espresse da Tardini, secondo il quale, con questo invito, «la Santa Sede sembrerebbe aver fatto il gioco di Hitler. Questo mangerebbe un altro buon boccone – Danzica -e nella prossima primavera ricomincerebbe da capo. Monaco consistè in questo: Hitler gridò, minacciò ed ottenne quanto voleva. Così per Danzica le grida e le minacce di Hitler otterrebbero – auspice la Santa Sede – quel ritorno di Danzica al Reich che non si è potuto ottenere con trattative pacifiche».

Così l’ultimo appello in favore della pace non è più il suggerimento al solo governo polacco di trattare direttamente con la Germania «sulle agevolazioni al traffico polacco nel porto di Danzica, sul corridoio e sulle minoranze reciproche», che pure viene inviato il 30 agosto senza però alcun accento imperativo ma quasi soltanto a titolo d’informazio ne, e facendolo conoscere anche alla Gran Bretagna assieme alle obiezioni di mons. Tardini. È invece il messaggio inviato il giorno dopo dal Papa per «supplicare», «in nome di Dio», i due governi in causa «di fare di tutto per evitare qualsiasi incidente e di astenersi dal prendere qualsiasi misura capace di aggravare l’attuale tensione» e «per chiedere ai governi d’Inghilterra, di Francia e d’Italia di appoggiare questa richiesta».

Come afferma Alessandro Duce, per quanto riguarda gli ebrei, Pio XII «persegue due obiettivi ben precisi. Si vuoi mitigare il rigore delle leggi razziali in Germania, in Italia e in altri Stati e favorire l’espatrio dei non ariani, in particolare gli ebrei, che non si sentono più sicuri e temono per il loro futuro». La Santa Sede tratta però, tanto con l’Italia quanto con la Germania, soprattutto per salvare la posizione degli ebrei convertiti al cattolicesimo. Moltissimi, si può dire addirittura il maggior numero, sono i documenti che trattano questo problema, con risultati zero o prossimi allo zero.

Dal momento che, nei suoi primi discorsi pubblici, Pio XII ha parlato a nome e nell’interesse di tutta l’umanità, non soltanto dei cattolici, e dal momento che neppure i continui appelli ai concordati con i due Stati che pure li hanno sottoscritti sortiscono alcun effetto, si pone allora il problema perché il Papa abbia poi pubblicamente taciuto su queste violazioni. Si noti bene che il «silenzio pubblico» decorre a partire dallo scoppio della guerra, vale a dire dal 1° settembre 1939.

Ciò significa che Pio XII ha preso la decisione di mantenere la più stretta e rigorosa imparzialità finché duri una guerra generale internazionale, tanto è vero che questa decisione non viene mai meno, anche quando cominciano a fioccare sempre più numerose e insistenti le lamentele e le pressioni, che non di rado raggiungono il livello di proteste e di accuse più o meno velate, provenienti soprattutto da ebrei, da polacchi e dalla stampa internazionale alleata, anche quando le sorti della guerra piegano irrimediabilmente al peggio per la Germania e i suoi alleati.

Anche come antico, diretto collaboratore di Benedetto XV quale nunzio apostolico a Monaco di Baviera, Pio XII prende buona nota di quanto è avvenuto durante la prima guerra mondiale quando, nella memoria popolare e negli annali, di Benedetto XV, dopo il fallimento delle sue proposte di pace che pur sono state sempre interpretate quali prese di posizione a favore dell’uno o dell’altro dei due schieramenti, resta l’universale, rispettoso ricordo del bene fatto a tutti coloro che siano coinvolti dal conflitto.

Da questa consapevolezza deriva la convinzione che, nel caso di una reiterazione di una guerra generalizzata tra le nazioni in cui fin dall’inizio sia escluso l’intervento mediatorio della Chiesa, ad essa spetterebbe il compito di insistere presso tutti i belligeranti perché depongano le armi, di usare imparzialità verso tutte le parti in contesa e di distribuire soccorsi a tutti secondo i criteri dell’imparzialità e dei bisogni. Per raggiungere questi obiettivi, essa si trova nella necessità di mantenere quei contatti con tutti i contendenti che sono possibili soltanto se l’imparzialità è osservata (1).

Se la vita, e quindi la storia, procedesse soltanto nei termini della vichiana relazione tra verum e factum, il discorso avrebbe termine a questo punto e tutto sarebbe risolto. Tuttavia è fin troppo noto per studi e per esperienza che nella storia entra sovrana anche la contraddizione, la quale, nel nostro caso, comincia a mettere in dubbio se questa decisione, adeguata alla prima guerra mondiale, possa esserlo anche alla seconda.

Alessandro Duce mette in luce a questo riguardo i caratteri che differenziano tanto il primo conflitto mondiale dal secondo quanto il secondo a seconda dei soggetti che vi sono coinvolti. Nessun belligerante aveva mai considerato la prima guerra mondiale come occasione di eliminazione e di sterminio dei propri avversari, tanto è vero che il solo episodio di sterminio, quello degli armeni da parte dei turchi, viene apertamente deplorato dagli stessi loro alleati che sono gli austrotedeschi. Diversamente accade nella seconda guerra mondiale, la quale non a caso ha le sue origini nell’accanimento del Terzo Reich contro due popoli, quello ebraico e quello polacco.

Questo accanimento ha radici ed obiettivi diversi. L’accanimento contro il popolo ebraico ha radici nello stadio finale, quello razziale, della lunga querelle che è cominciata dalla differenza religiosa tra ebraismo e cristianesimo. La priorità, l’esclusivismo e l’assolutezza che ha nella Germania nazionalsocialista la questione della purezza della razza quale fonte e criterio della legittimazione nazionale portano subito all’emarginazione politica, economica e finanziaria degli ebrei, la quale innesca la ricerca ad essa collegata di una soluzione migratoria. Tale soluzione, a sua volta, si presenta realizzabile in più modi. Il primo, che sembra il più ovvio e il più facile, è la libera emigrazione degli ebrei tedeschi, o comunque residenti ed operanti in Germania, in quegli Stati dove non esistono pregiudiziali antiebraiche.

Tuttavia anche questa prospettiva non manca di presentare serie difficoltà. Neppure i due Stati anglosassoni, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, che pure erano universalmente considerati filo-ebraici, sono disposti a elevare la quota riservata agli ebrei dalla restrittiva normativa sull’immigrazione che ha preso le mosse dalla cosiddetta legge McCarran del 1924. Possiamo allora immaginare quale sia il comportamento degli altri Stati, i quali, anche se non sono pregiudizialmente contro gli ebrei, adottano misure restrittive contro la loro immigrazione, cogliendo come pretesto più o meno larvato le conseguenze che questa può avere nei settori dell’occupazione lavorativa e degli equilibri etnici o religiosi.

Per questi motivi in sede internazionale si cercano altre soluzioni, che consistono da una parte in quello che viene definito come “sionismo”, vale a dire nell’emigrazione degli ebrei tedeschi in Palestina, e dall’altra in una scelta di tenitori neutri come possono essere colonie a bassa densità demografica quali l’Uganda, il Madagascar e una zona dell’America Latina.

Tuttavia l’immigrazione ebraica verso la Palestina durante tutto il periodo tra le due guerre è tenacemente ostacolata dalla Gran Bretagna, che voleva mantenere buoni rapporti con i popoli arabi nel settore nevralgico del Vicino Oriente, mentre la prospettiva di un’immigrazione ebraica verso gli altri tenitori coloniali presi in considerazione, sempre debolmente appoggiata dagli interessati cui sembrava una deportazione, fu ridotta al lumicino dopo lo scoppio della seconda guerra nel settembre del 1939, anche se non si estinse del tutto fino all’invasione tedesca dell’Unione Sovietica del giugno 1941; la pietra tombale venne posta definitivamente soltanto con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti.

È infatti l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica a segnare il passaggio degli ebrei dalla discriminazione interna e dalla posizione di ostaggi nella vita internazionale all’’Endlosung, la soluzione finale minacciata da Hitler nel suo discorso al Reichstag del 30 gennaio 1939, e soltanto parzialmente attuata in Polonia nell’occupazione dopo il 1°settembre. Da quel momento, principalmente sotto la regia di Himmler, Eichmann e Mengele, i Lager, ossia i campi di concentramento impiantati numerosi prima nel Reich e poi nei tenitori occupati, per tutti gli ebrei che i tedeschi riescono ad acciuffare si trasformano in campi di sterminio talvolta immediato (come avvenne per il rabbino della sinagoga di Genova, Riccardo Pacifici, non appena giunse al campo di concentramento nel novembre 1943) e, nella maggior parte dei casi, a scadenza ritardata, in modo da estrarre da loro l’ultima goccia di risorsa lavorativa di cui sono capaci.

Non bisogna però dimenticare che, durante la seconda guerra mondiale, al problema ebraico si associa, ad un livello di poco inferiore, il “problema slavo”, che ebbe come principale soggetto il popolo polacco. È stato affermato, non senza ragione, che il nazionalsocialismo e la seconda guerra mondiale realizzano, con quella terribile coerenza e determinazione che manca durante la prima, il principio fondamentale del “pangermanesimo”, che è quello di ridurre i popoli che non siano in regola con la “purezza razziale” da esso richiesta al rango inferiore di popoli colonizzati secondo il trattamento che era stato fissato con maggior chiarezza ed evidenza nella storia precristiana, soprattutto nel mondo greco, diventato per i pangermanisti il modello storico di riferimento.

Nel mondo greco, infatti, gli schiavi o i semiliberi, che costituiscono la grande maggioranza della popolazione nella condizione sociale di “iloti” o di “meteci”, vivono mescolati alla minoranza orgogliosa e superba dei liberi, cui contraddittoriamente viene assicurata la condizione privilegiata di eguali in una democrazia non universale neppure sotto l’aspetto giuridico.

Così, già nel tempo del Secondo Reich fondato nel 1871 sotto gli auspici di Bismarck, ai numerosi polacchi “senza patria” che vivono entro i confini tedeschi dopo la terza spartizione della Polonia del 1795 viene disputato il diritto di avere, oltre a quello dell’emancipazione nazionale e dell’autonomia politica pregiudizialmente negato, anche quello dell’autonomia culturale, linguistica, educativa, amministrativa e locale, con una lotta che ha quali protagonisti, per il riconoscimento delle richieste polacche, soprattutto i cattolici del Zentrum e i socialdemocratici, i grandi esclusi dall’area dirigente del Secondo Reich.

Sotto questo aspetto la presa di potere di Hitler non è che la continuazione del “pangermanesimo” nella sua forma estrema e conseguente. Come si legge nel Mein Kampf, lo Stato polacco ricostituito, lo Stato slavo al di là della Vistola che si trova nel parallelo tra Berlino e Mosca, deve essere vittima predestinata per attuare il progetto pangermanistico, secondo cui il Reich troverebbe la sua vocazione egemonica nel grande spazio continentale abitato da quegli slavi i quali avrebbero dovuto pagare il loro tradimento alla purezza della razza indoeuropea con il ritorno alla condizione servile di “nuovi iloti” o di “nuovi meteci” in un territorio dominato dagli Herren, destinati dalla loro superiorità razziale a conquistare il dominio dello spazio continentale mondiale allo stesso modo che gli anglosassoni, l’altro grande popolo di stirpe teutonica, sono riusciti a conquistare il dominio marittimo mondiale.

Quali popoli compresi nel dominio coloniale, i polacchi, come i russi e in genere gli altri slavi, sono quindi destinati a diventare gli schiavi del tempo che pertanto di per se stesso si annuncia postcristiano, nel momento in cui tornano coscientemente i valori e il modo di pensare del paganesimo precristiano. Dalla somma postcristianesimo più precristianesimo risulta anticristianesimo: di qui deriva il fatto che il popolo polacco, fedele alla Chiesa dal momento stesso della sua fondazione, deve essere dissolto come tale e ridotto ad una massa amorfa di individui privi dei caratteri che fanno di loro degli essere umani. Anche se i due Stati che intendevano dissolverlo, quello tedesco e quello sovietico, non seguono gli stessi principi ideologici, tuttavia l’obiettivo distruttivo è il medesimo.

La soluzione si prospetta dunque nei termini di schiavismo per i polacchi e sterminio totale per gli ebrei. Ma non per questo lo schiavismo esclude lo spargimento di sangue. Esso viene anzi richiesto senza risparmio per impedire la formazione di un gruppo dirigente che per scelta religiosa, per cultura, per sensibilità, per spirito d’iniziativa, ivi ben compresa quella imprenditoriale, può emergere dalla massa servile per trasformarla in popolo, guidandolo alla sua libertà, alla sua dignità, alla conquista dei suoi diritti umani. In sostanza devono essere eliminati già in erba, ai primi indizi di una loro capacità sia pure ancora potenziale, tutti coloro che siano individuati in possesso dei requisiti necessari per la funzione di guida.

Particolarmente osservati, controllati e soppesati nelle loro doti e nelle loro qualità sono i giovani studenti, i sacerdoti giovani, i seminaristi e tutti coloro che frequentano per la loro formazione istituti di ordini e congregazioni religiose. Il caso di Karol Wojtyla, uno dei pupilli dell’arcivescovo di Cracovia cardinale Adam Stefan Sapieha, è sotto questo aspetto paradigmatico.

Egli, durante l’occupazione tedesca, è in sostanza un seminarista clandestino, in quanto ufficialmente appare come un operaio delle miniere della Solway. Questo comportamento viene dettato non dalla disperazione, ma da una scelta precisa. Essa ha inizio fin da quando i dirigenti polacchi, a differenza di quanto hanno fatto in precedenza gli austriaci, i boemi e gli slovacchi, prima ancora della guerra guerreggiata, nell’ultima settimana di agosto si rifiutano di andare a Berlino a ricevere il diktat che Hitler presenta a coloro che sono de sonati ad entrare nella sua orbita in condizione servile.

È questo loro atteggiamento a indurre la Santa Sede, fra il 30 e il 31 agosto 1939, a non insistere sul suo originario progetto di far pressione sui dirigenti polacchi perché trattino con Hitler sulla questione della sovranità di Danzica e del corridoio polacco. È il comportamento di tutto il popolo polacco dopo la duplice invasione, tedesca e russa, a dare il via, sia pure in una prima fase soltanto nella veste di non collaborazione, di sabotaggio e di informazioni agli anglo-francesi che almeno nominalmente combattono al loro fianco, a forme di opposizione e di resistenza che diventano il modello per il fronte sempre più ampio dei nemici del Reich e dei suoi alleati.

Questa resistenza di popolo, non prevista dai due invasori, è all’origine di un tale spargimento di sangue da ridurre del 24% la popolazione polacca, caso unico negli annali della guerre moderne. La fierezza di comportamento e l’intransigenza mostrata dal popolo polacco nel difendere la propria dignità sono anche alla base delle difficoltà dell’alleanza di guerra degli occidentali con i sovietici che, a vittoria ultimata contro i nazifascisti, tuttavia persistono nel continuare metodi sorpassati.

Quando, contro le suppliche e le speranze del Papa, si giunge alla guerra senza esclusione di colpi tra gli opposti schieramenti, quando si giunge progressivamente, dopo il 1941, alla completa chiusura dei sia pur ristretti spazi precedenti di intervento a favore di cattolici di stirpe ebraica, di prigionieri politici e di condannati, le sole strade che restano aperte alla Santa Sede sono quelle che riguardano da una parte il salvataggio del maggior numero di ricercati perché ebrei o nemici del Reich e, dall’altra, l’assistenza alle vittime di guerra.

Una volta individuati e scelti questi due tipi di intervento come i soli possibili, l’imparzialità diventa d’obbligo per perseguirli con una qualche efficacia e continuità. Non sarebbe infatti possibile il salvataggio di un numero considerevole di ebrei, di avversari del fascismo internazionale, di ricercati, di profughi, in generale di persone in pericolo senza mantenere contatti anche ufficiali con il Reich e con gli Stati suoi alleati, e non si potrebbero mantenere quei contatti senza la condotta generale dell’imparzialità.

continua

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