Un voto sbagliato

urna elettda il Timone n. 53, maggio 2006

C’è un errore dottrinale nel cattolicesimo che boccia un politico perché ne conosce le miserie personali. Ciò che conta sono le leggi e il loro influsso sui costumi della società. Ecco alcuni falsi criteri assolutamente da evitare

di Mario Palmaro

I cattolici sanno per chi votare? La domanda, Un po’ brutale, ritorna più insistente all’indomani delle elezioni politiche 2006. Anche questa volta, infatti, è apparso chiaro che fra quanti si dichiarano cattolici — praticanti o meno — esistono divergenze clamorose quando si tratta di tradurre le proprie convinzioni in una scelta di voto.

Intendiamoci: esiste un legittimo “pluralismo” politico che orienta una persona, tanto per intenderci, più a sinistra o più a destra. Questa diversità é di per se lecita. Ma diventa scandalosa quando essa ignora — colpevolmente o dolosamente — alcuni nodi morali che rendono oggettivamente sbagliata una certa opzione. In altre parole: dalla fede in Cristo non discende immediatamente la collocazione politica di un uomo: ci mancherebbe altro.

Ma ciò che invece è assolutamente inaccettabile è il fatto che si proceda al voto, ci si “schieri” politicamente parlando, senza aver utilizzato quei criteri che sono indispensabili per operare secondo verità e retta coscienza. Se un muratore deve costruire una casa, è libero di usare la sua arte senza limitazioni ingiustificate. Ma per tirare su un muro che sia diritto, deve usare quello strumento che chiamiamo livella, o “bolla”: se decide di fame a meno, il muro sarà irrimediabilmente storto.

La Chiesa ha messo in mano agli elettori un metro di giudizio molto chiaro, lasciando a ognuno il compito di usarlo. Il Papa e i vescovi hanno stilato una stringente gerarchia dei valori, nella quale essere contro l’aborto o essere contro ii buco d’ozono non ha lo stesso peso. A questo punto, osservando la condotta dei partiti negli ultimi cinque anni e cercando di decifrare i loro programmi, sarebbe stato piuttosto semplice desumere il da farsi.

Invece — per una serie di ragioni che sono un misto di ignoranza, buona fede, cattivi consigli di alcuni parroci, orgoglio, malafede, superficialità, mancanza di amore per la Chiesa e i suoi pastori, “cattolicesimo fai da te”, schizofrenia tra fede e principi morali — è accaduto che fette importanti del mondo cattolico abbiano preferito fare a meno della famosa livella del muratore. Con il risultato che la casa della politica sarà, inevitabilmente, storta.

Talvolta si può giungere meglio a vedere la verità a partire dagli errori, come ci ha insegnato quel grande Papa che fu il beato Pio IX. Proviamo allora a indicare i principali “falsi criteri” che hanno guidato alcuni cattolici in queste elezioni. Sperando che l’errore serva come monito per il futuro.

La moralità del candidato

Non pochi cattolici sinceri e praticanti hanno messo in cima ai criteri di giudizio quello che potremmo chiamare lo “stato di vita” del leader politico. Non sveliamo un segreto se ricordiamo che i quattro protagonisti dell’alleanza di centro destra vivono situazioni familiari irregolari, mentre il capo del centro sinistra è felicemente sposato con la stessa donna da sempre. Se dicessimo che questo è un fatto di poco conto dal punto di vista umano e morale, sbaglieremmo di grosso. Conosciamo bene infatti i danni devastanti che il divorzio provoca ogni giorno nella nostra società.

Ma c’e un errore, oseremmo dire dottrinale, nel cattolicesimo che boccia un politico perché ne conosce le miserie personali: l’errore che confonde il piano del peccato — di cui ognuno risponderà a suo tempo al Padre Eterno — con ii terreno del programmi politici che quella stessa persona vuole (o dice di) voler realizzare. Tanto è vero che si assiste a questo ribaltamento: gli uomini politici additati ad esempio perchè non hanno divorziato, sono poi favorevoli in linea di principio al divorzio e agiscono in partiti e alleanze che non si sognerebbero mai di mettere in discussione questo “diritto civile”.

Ora, ciò che conta in un politico sono le leggi e le scelte di governo che vorrà adottare. Per intenderci: è la stessa differenza che passa tra un sacerdote o un Papa peccatore, e la fedeltà di questo stesso prete o Papa alla dottrina. Nella storia, ciò che ha fatto la grandezza del papato non è (sempre) stata la santità dei suoi protagonisti, ma la capacità di ogni successore di Pietro di custodire la retta dottrina.

Un capo di governo non è che debba custodire verità di fede, ma ha un ruolo analogico: deve operare per il bene comune, cioè per la preservazione (o il recupero, ove il danno sia già stato consumato) della legge naturale. Per paradosso: un politico divorziato che fosse contrario alla legge sul divorzio, è di gran lunga assai preferibile a un bravo marito che però non creda affatto nella indissolubilità del matrimonio. Ricordo sempre il caso esemplare di un politico controverso come Giorgio Almirante: nonostante avesse un tornaconto personale alla legalizzazione del divorzio, guidò il suo partito su una linea di ferma opposizione alla legge voluta dal socialista Loris Fortuna per sfasciare il matrimonio indissolubile.

La storia della cristianità ha conosciuto molti re che non brillarono per la loro dirittura morale: ma ciò che li ha resi grandi e “provvidenziali” è l’insieme dei loro atti di governo. Dunque, l’elettore non deve chiedersi: chi è il candidato più santo? Anche perché vorrei proprio sapere come pensa di poterlo stabilire. E poi: che cosa me ne faccio di un politico che fa la comunione tutte le mattine, e poi firma una legge che legalizza l’uccisione dei bambini non nati, e non ammette l’errore? Di più: se uno è regolarmente sposato, ma è favorevole al divorzio, all’aborto, alle unioni gay, in che maniera può essere proposto come modello di santità?

La simpatia del candidato

Che un elettore secolarizzato e superficiale possa scegliere in base alla faccia, ai modi, al linguaggio, al censo del candidato, è cosa piuttosto ovvia: quando la politica si fa competizione da bar, è normale che ne accetti tutte le regole. Ma è invece stupefacente constatare quanti cattolici abbiano affidato il loro voto al volubile elemento della simpatia/antipatia. Anche qui fa capolino una vera e propria mancanza di visione cattolica. Gli uomini passano, e fra qualche anno i personaggi che oggi occupano le prime pagine dei giornali saranno dimenticati, ritenuti degni al massimo di una targa in qualche via della città o di un convegno commemorativo.

Siamo cenere e la scena di questo mondo passa. Ciò che invece rischia di rimanere sono le leggi, e i cambiamenti culturali che queste impongono. Fra qualche anno Marco Pannella non ci sarà più. Ma il carico di morte e di devastazione che la sua azione politica ha portato segnerà a lungo non solo la nostra vita, ma quella delle future generazioni. Tanto più che oggi proprio Pannella ha contribuito al risultato di quel gigantesco partito radicale di massa che è la coalizione di centrosinistra.

L’attenzione per i poveri

Una fetta significativa del mondo cattolico è letteralmente incantata dalla famosa “opzione preferenziale per i poveri”. Attempate dame di san Vincenzo e generosi preti impegnati nella Caritas votano a occhi chiusi i candidati “attenti” agli extracomunitari e ai senza tetto. Fatte salve alcune precisazioni dottrinali che qui non possiamo sviluppare, c’è da restare allibiti di fronte all’incapacità di questi fratelli nella fede nel riconoscere chi sono i poveri di cui oggi dovremmo primariamente preoccuparci: i bambini cui è impedito di nascere; ma anche i figli di coppie divorziate per i quali le forze politiche emergenti preparano divorzi ancora più rapidi; adolescenti confusi che saranno costretti a vedere una società in cui uomini si “sposano” con uomini e donne con donne; coppie monoreddito che saranno penalizzate perché la donna vuole fare la madre a tempo pieno; anziani, malati e handicappati avviati all’eutanasia. Senza dimenticarsi del più povero dei poveri: ogni uomo che non ha incontrato Cristo, e che certo avrà sempre meno possibilità di incontrarlo in una società secolarizzata e anticattolica.

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