Cuba

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di Rino Cammilleri

Il cubano Joel Rodriguez, rifugiato politico in Italia, ha indirizzato una «lettera aperta» (giratami via e-mail da un lettore) al neo Segretario di Stato vaticano, card. Bertone, il quale da un viaggio a Cuba aveva riportato l’impressione che il castrismo stesse combattendo la piaga dell’aborto. Eccone alcuni estratti.

 «Mi pare molto strano che Fidel Castro chieda aiuto per risolvere un problema creato da lui, creato per il suo regime. L’aborto in tutti gli anni di questo regime è stato un affare, (…) il prezzo dell’aborto a Cuba è pari a una donazione di sangue. Cioè, ogni donna che doveva abortire, non importa l’età, non importa il tempo di gravidanza, doveva portare un donatore che donasse il sangue, non per usarlo in caso di emorragia ma per la raccolta di donazioni “volontarie” che poi il regime vendeva ai paesi in cui non si fanno molte donazioni. (…) a Cuba c’è una dottoressa, Hilda Molina, che ha un figlio in Argentina.

E nonostante i diversi tentativi del figlio di portare sua madre in quel paese le è stato impossibile andare. (…) La dottoressa Molina lavorava nel Cirem, Centro internazionale di restaurazione neurologica (…), in questa istituzione del regime di Fidel Castro a quanto pare ha scoperto una sostanza chiamata “nigra fetale”, costituita da cellule spinali e tessuto neurale dell’embrione umano.

Questa sostanza si dice possa avere effetto rigenerativo nel tessuto nervoso dell’adulto ma deve essere trapiantata da un embrione umano vivo.

Il direttore del Cirem, Julian Alvarez, in un libro dal titolo Artigiani della vita spiega che attualmente a Cuba si realizzano centomila aborti all’anno. Il suo centro spera per questo di ottenere con relativa facilità il tessuto embrionale da usare in certi trattamenti. (…) La donante viene trasportata al Cirem, dove avviene l’intervento, secondo loro con il consenso della donna.

Chi conosce la realtà cubana sa bene che le pazienti non possono decidere, e molti aborti avvengono per la necessità del Cirem. La dottoressa Molina era una delle direttrici del Cirem, e il regime è preoccupato da una eventuale fuoriuscita di notizie, da cosa la signora Molina può dire di quella fabbrica “artigiana della vita” e dei dollari che vi girano, perché non è a disposizione della popolazione cubana, ma di stranieri disposti a pagare in dollari americani. (…).

Forse (lei, card. Bertone, ndr) mi risponderà come il suo segretario, “Castro è veramente pentito di aver promosso l’aborto”.

E allora le dirò, come al suo segretario: se è veramente pentito, perché non libera il dott. Oscar Elias Biascet, condannato a venticinque anni di prigione per reati come quello di aver rispettato la vita rifiutandosi di fare aborti? No, signor Bertone, forse lei si è sbagliato, non doveva andare da Castro, doveva andare da Oscar Elias Biscet, nella sua cella di un metro e venti per un metro, doveva andare nella sua cella di punizione, dove ogni tanto resta tanti giorni per aver “preteso” una Bibbia, doveva andare nella cella di Jorge Luis García Pérez (Antunez), doveva depositare un fiore nella tomba di Pedro Luis Boitel, giovane cattolico morto per la sua fede, morto per il suo amore verso Cristo, morto urlando “Viva Cristo Re”.

Signor Bertone, lei ha usato una frase in parte giusta ma in parte sbagliata: “La diffusione dell’aborto, come ha sottolineato Fidel Castro, è tra le cause della crisi demografica del Paese. Ed è anche una conseguenza della piaga del turismo sessuale. E’ naturale che Castro sia preoccupato e che io mi vergogni del comportamento di certi italiani all’estero”.

La diffusione dell’aborto a Cuba è colpa di un regime totalitario che per oltre quaranta anni ha vietato la fede, ha ridotto alla povertà totale, ha tolto ogni speranza, ha tolto la moralità e la possibilità di decidere sulla propria vita, anche sull’aborto, e sulla vita del nascituro (…)».

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