L’internazionale del denaro e l’anomalia italiana

finanzaTracce n.1 gennaio 2006

Quattro capitalismi si misurano nel Vecchio continente. Sarebbe grave se uno riuscisse a conquistare il monopolio in Europa. Alla luce delle critiche all’Italia del settimanale britannico Economist qualche commento per capire cosa si sta dietro

di Antonio Quaglio

(capo redattore Il Sole24Ore) 

Quattro capitalismi si confrontano – e si giudicano – con crescente determinazione in un’Europa stretta tra il modello americano, la pressione dell’islam e le multiformi sfide dell’Oriente (Russia, India, Cina). La loro competizione attraversa anche il cambiamento socioeconomico in Italia, facendo da sfondo al dibattito politico-elettorale.

Il primo dì questi capitalismi è il più visibile e il più aggressivo nell’autolegittimarsi come matrice perfetta di efficienza, meritocrazia e democrazia dell’economia moderna. Parla inglese e ha a Londra la sua patria, ma non è più britannico, come non è più americano ciò che muove Wall Street.

È per definizione globale e vi partecipano, vi lavorano, vi credono anche milioni di italiani, francesi, tedeschi, ispanici, est-europei, russi, indiani, cinesi, giapponesi, arabi, anche africani. È quello che muove i capitali finanziari internazionali: i miliardi di dollari di un solo tycoon o di milioni di piccoli risparmiatori in depositi bancari, fondi comuni o fondi pensione.

Misura della vita sociale

Le sue idee-forza – la sua “etica” -sono il valore della moneta, la potenza della sua libera circolazione come motore dell’economia, il profitto finanziario a breve termine come obiettivo, vincolo e misura dell’economia e, in senso lato, della vita sociale. Per questo – attraverso un sistema informativo complesso e virtuale come il circuito della moneta con cui e intimamente connaturato – tiene sotto controllo i “valori di scambio” sui vari mercati: con i listini di Borsa, con le agenzie di rating, con i bollettini periodici del Fondo monetario internazionale, con i “media” globali come Economist o Financial Times.

Dà continuamente pagelle a ciascun Paese, che è alla fine una valuta, un bilancio statale; un rating al debito; un patrimonio pubblico invariabilmente da privatizzare per risanare i conti; un pacchetto di società quotate in Borsa sui cui investire una parte dei capitali finanziari globali.

Alcuni critici sprezzanti della “triste scienza” – l’economia politica nata nella Britannia del 700 – dicono che il suo unico fine è stabilire perché qualche volta una tazza di thè a Londra costa più di un uovo e qualche volta di meno. O – a scelta – si occupa solo dell’altissimo prezzo monetario che l’acqua ha nel deserto, ignorando che il “valore d’uso” dell’acqua, senza di cui la vita non esisterebbe, è altissimo ovunque.

Eppure questo capitalismo dice di sé – e moltissimi dicono convinti di lui – che solo è in grado di garantire in qualsiasi punto del globo e in tempo reale i mezzi necessari a chi ha un’idea imprenditoriale davvero buona: una maxi-fusione tra due colossi delle tlc o l’incubazione di una micro-azienda high-tech: quindi occupazione, aumento della produttività e dei consumi, progresso della qualità di beni e servizi.

È da questo capitalismo che ci si attende, ad esempio la ricostruzione su base privatistica di un sistema pensionistico globale, dopo i crack degli Stati e il super-boom demografico. Ed è quello che sta finanziando la costruzione e l’acquisto di centinaia di milioni di case.

Slot-machine truccate

Ma è anche quello che ha prodotto i crack di Enron e Parmalat, trasformando aziende che dovevano occuparsi di produrre elettricità o agroalimentare a prezzi  competitivi in slot-machine truccate per risparmiatori e dipendenti. È questo capitalismo che si presenta puntualissimo quando bisogna comprare o vendere in Borsa un grande gruppo bancario o un gestore di reti autostradali, ma dopo “crea valore” licenziando, spezzettando, riducendo gli investimenti. Comportandosi – hanno preso a dire in Germania – da “locusta”

È un sistema che ha alimentato e non frenato la “bolla immobiliare” che gonfia pericolosamente i prezzi delle case in cui milioni di persone in tutto il mondo hanno messo i loro risparmi. E che ora non ha remore nel premere su una grande istituzione sovranazionale come l’Unione Europea pur di cambiare le regole sul credito cooperativo e renderlo aggredibile dalle altre grandi banche.

E’ un capitalismo che punta indistintamente il gas siberiano o il proletariato cinese tenuto sotto controllo politico-militare, con aggressività non diversa da quella che per decenni ha puntato il petrolio arabo preparando lentissimamente ma inesorabilmente l’11 settembre.

Gli altri tre

Questo capitalismo – enormemente cresciuto e certamente imprescindibile non è però mai riuscito ad avere ragione di altri capitalismi, di cui in fondo non riesce a fare a meno, neppure in una fase di grande predominio come l’attuale. Ve ne sono almeno tre che sono parte integrante dell’identità europea (italiana) e che in questi anni hanno tutti dovuto fare sforzi di rinnovamento.

Il primo è quello degli Stati, la cui ritirata dalla gestione diretta dell’attività economica – industriale o di servizio ai cittadini – è ormai avanzata. Ma Stati o sovra-Stati sono ancora difficilmente sostituibili come gestori di un altro prezioso “capitale intangibile”: le regole, base della convivenza civile. Quali settori possono essere aperti alla concorrenza, con quali tutele ai cittadini-consumatori? Quali “pari opportunità” devono essere offerte a comunità via via più ampie e variegate in termini di education e di sviluppo dell’auto-imprenditorialità? Come va ristrutturato il sistema redistributivo dalla rigida tradizione di un fisco centralista nel prelevare e canalizzare i flussi finanziari all’esperienza innovativa della sussidiarietà e della welfare society?

Il potere dì decidere questo – di creare consenso, ma anche di imporre equilibri nuovi, resistendo alle pressioni puramente economicistiche – è un “valore” confrontabile coi miliardi di dollari e di euro che ogni giorno fanno più volte il giro del pianeta. Eguale è anche il peso di quei capitali finanziari e umani, che non mutano freneticamente abito ogni giorno per rincorrere l’affare più conveniente overnight, come si dice sui mercati.

Quei capitali sono investiti stabilmente in migliaia di imprese -magari anche di cooperative non profit -, in cui il lavoro è mezzo, ma anche un po’ fine. In cui il bilancio misura obbligatoriamente la buona salute e la competitività di un’organizzazione economica, ma non al punto da diventare un parametro: in base al quale, ad esempio, l’obiettivo di fondo è la massimizzazione del valore dell’azienda per venderla.

Fallimenti epocali

Se Parmalat avesse tenuto fede alla sua missione di trasformare e vendere buon latte, oggi decine di migliaia di risparmiatori e dipendenti non avrebbero perduto quello che avevano: assieme del resto allo stesso imprenditore, che ha perduto anche libertà, dignità civile, affetti familiari.

Sono i “fallimenti epocali” come questi a far pensare che in fondo la vera “risorsa patrimoniale scarsa” nelle società avanzate come quella italiana, non sia il denaro, ma qualcosa che potremmo definire “saggezza” È un capitalismo molto particolare – il quarto e ultimo della pur arbitraria classificazione qui presentata – quello che accumula e mette a frutto “capitale umano”

II suo “mercato” è quell’insieme di luoghi nei quali si domanda e si offrono educazione, intesa come valorizzazione di tutte le proprie risorse personali; e solidarietà, come valorizzazione dei moltiplicatori sociali. Sarebbe grave se uno dì questi quattro capitalismi legali – per non parlare di quelli illegali -dovesse conquistare il monopolio: in fondo il compito più impegnativo per tutti è esercitare un “antitrust” sufficiente a non ridurre il lavoro a moneta, anche perché la stessa moneta, senza lavoro, non vale nulla.

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CARO ECONOMIST, NON CONOSCI L’ITALIA

di Paolo Del Debbio

II settimanale britannico Economist ha dato alle stampe, il 25 novembre scorso, un numero con un inserto dedicato all’Italia e alla sua economia. Già cinque aiuti fa si era espresso con toni negativi verso Silvio Berlusconi («è inadeguato a guidare il Paese») e ora conferma in pieno quel giudizio. «Addio, Dolce Vita», campeggia sulla copertina e all’interno ce n’è per tutti: oltre a Berlusconi, nel mirino ci sono Prodi, Fazio, Tremonti, responsabili di ritardi e lacune nella gestione della finanza pubblica, nelle riforme, nella liberalizzazione del mercato.

Perché l’Economist parla male dell’Italia? Perché critica così aspra mente l’economia del nostro Paese e coloro che dovrebbero governarla?

Primo. All’Economtst non piace e non è mai piaciuto Silvio Berlusconi e il suo governo: chi non ricorda la copertina dell’Economist dove, prima delle elezioni del 2001, fu scritto che Berlusconi era unfìt, inadatto, per governare? Sarebbe un discorso lungo ma lo facciamo breve: tutta la valutazione di Berlusconi non è di tipo politico ma è di tipo personale, biografico. I progetti politici, le realizzazioni politiche e tutto il resto all’Economist interessano di meno. Anzi, ci pare proprio che non gli interessi nulla.

Secondo. C’è anche un problema di conoscenza, e quindi di mancato apprezzamento, delle peculiarità e dell’originalità dell’economia italiana. Spesso nelle valutazioni viene considerato come centrale il ruolo della grande impresa che in Italia rappresenta il 5 per cento dell’economia nazionale. La piccola e media impresa, i suoi sviluppi, la sua tenuta, vengono considerati quasi un retaggio del passato. Come a dire che tutto questo è un patrimonio che c’è, ma che con questo patrimonio non sì va da nessuna parte. Questo, secondo noi, è profondamente sbagliato e genera giudizi altrettanto sbagliati.

Terzo. C’è poi una considerazione che riguarda tutti e due gli schieramenti politici, centrodestra e centrosinistra. Ambedue hanno difficoltà a fare riforme strutturali, che incidano in profondità, su ciò che non va nel nostro Paese. Le cosiddette estreme bloccano questo processo di riforma.

Ma anche senza le estreme le corporazioni sono in grado, da sole, di bloccare i processi di riforma che potrebbero generare nuovi equilibri a favore, ad esempio, di quei lavoratori (la maggioranza) che non hanno pari dignità di tutele e benefici. Contro quest’apertura le corporazioni non esistono.