Islam laico?

hamasAcNews n.1-2006

Roma, 4 febbraio 2006. Dopo la vittoria elettorale di Hamas, Massimo Introvigne, direttore del CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni, ha in qualche modo «aggiornato» il suo studio sul movimento palestinese Hamas. Fondamentalismo islamico e terrorismo suicida in Palestina, edito da Elledici nel 2003 (euro 8.00).

Gl’interventi sono comparsi con il titolo Si può trattare con Hamas: non è il diavolo e Requiem per l’Islam laico su il Giornale (Milano 27 e 28-1-2006).

IL CUCCHIAIO DEL DIAVOLO

di Massimo Introvigne

Ora che Hamas ha vinto, da Washington a Tel Aviv a Bruxelles l’interrogativo che risuona è: si può trattare con Hamas? O con chi ha compiuto centinaia di attentati suicidi, ha fatto più di mille morti, ha tirato razzi perfino sugli asili israeliani, non si può e non si deve trattare — mai, comunque, dovunque?

La vulgata secondo cui Hamas è «semplicemente» un gruppo di terroristi è semplicistica. La realtà storico-politica di Hamas passa per il terrorismo, ma non si riduce a questo. Hamas non è Al Qaida, e nessuno dei suoi leader è Osama Bin Laden. L’organizzazione fondata dal defunto sheikh Yassin, branca palestinese dei Fratelli Musulmani, è un movimento fondamentalista nazionale capace di coniugare la poesia dell’ideologia con la prosa della politica.

Hamas è stato sempre contro la pace nel senso che non ha mai potuto tollerare un processo di pace egemonizzato da Fatah e condotto nella prospettiva dell’instaurazione di uno Stato laico in Palestina. Almeno la dirigenza «interna» di Hamas nei Territori, distinta da quella più radicale in esilio — di recente, assai influenzata dal presidente iraniano Ahmadinejad —, ha dato reiterati segnali di essere interessata a un processo di «tregua» con Israele, purché non si usi la parola «pace».

La distinzione non è puramente terminologica: secondo Hamas il perseguimento della «pace» de-islamizza la questione palestinese riducendola da religiosa a politica e preparando così la strada all’instaurazione in Palestina di uno Stato laico, che nessun movimento fondamentalista può evidentemente accettare.

D’altro canto, le avanguardie militanti e terroristiche sono pesci che hanno bisogno di nuotare nell’acqua di un certo consenso popolare, consenso che è stato massimo nella prima Intifada e nella seconda e minimo all’indomani immediato degli accordi di Oslo, costringendo Hamas a muoversi con cautela assai maggiore.

Nel momento in cui i palestinesi hanno cominciato a sperare in una pace possibile, Hamas — pur continuando gli attentati — ha elaborato anche l’idea di una tregua di durata indeterminata. Non una qualunque promessa di pace, ma la continuazione di quel processo avviato da Ariel Sharon con il ritiro da Gaza, che convinca i palestinesi di poter ottenere vantaggi immediati, concreti e visibili, può persuadere almeno una parte di Hamas, isolando la sua componente più oltranzista, a trasformare il «treguismo» in quello che — parole a parte — sarà di fatto dialogo sulla Road Map.

Su questo scommetteva Sharon che, senza troppo dirlo, da mesi trattava in segreto con la componente «treguista» di Hamas. Se questa politica non continuasse, si rafforzerebbe invece in Hamas la componente oltranzista filo-iraniana.

Comunque sia, le elezioni dimostrano che Hamas è ormai così radicato nella società palestinese da rendere utopistica l’idea di una sua eliminazione per via militare, e che l’Occidente deve piuttosto utilizzare a suo profitto l’esistenza in Hamas di «correnti» e la divisione fra la dirigenza «esterna» in esilio e quella «interna» ai Territori, aprendo un dialogo con le componenti più «treguiste» e pragmatiche, che spesso fanno capo ai sindaci e agli amministratori locali.

Un proverbio inglese afferma che per cenare col Diavolo e mangiare la sua stessa zuppa occorre munirsi di un cucchiaio con un manico lunghissimo, per evitare di avvicinarsi troppo e di cadere nel pentolone demoniaco. Le elezioni palestinesi sono il segnale che per l’Occidente diventa ora urgente cominciare ad approntare quel cucchiaio.

REQUIEM PER L’ISLAM LAICO

di Massimo Introvigne

Condi Rice se n’è fatta una ragione e sta convincendo anche George Bush. In Europa invece tutta la sinistra — ma anche una parte della destra — continua a coltivare illusioni che le elezioni in Egitto, in Iraq, in Afghanistan, in Palestina dopo quelle in Turchia e in Malaysia hanno mandato in frantumi. L’Islam laico o non esiste o è moribondo. «Islam laico» è in gran parte semplicemente uno slogan.

Lo adottano intellettuali che giurano su Voltaire o sul laicismo di Chirac o di Zapatero, che vorrebbero corrodere il Corano con l’acido del metodo storico-critico, che applaudono chi vieta il velo alle donne e i riferimenti espliciti alla religione nei programmi dei partiti politici. Per molti, che in realtà sono soltanto non credenti e adepti del laicismo nati da genitori musulmani, il riferimento all’Islam è semplicemente un espediente per essere presi sul serio dai governi e dai media occidentali.

In effetti, un laicista alla Zapatero con la sola differenza di essere nato in Egitto o in Algeria non sarebbe particolarmente interessante. Il copyright è antico e appartiene a Kemal Atatürk, che in pubblico parlava anche lui di «Islam laico» ma in privato, alla famosa giornalista inglese Grace Ellison, confessava: «Io non ho religione e qualche volta vorrei vedere tutte le religioni affondare in fondo al mare».

Sarebbe come se Zapatero, che definisce la religione non oppio ma «tabacco del popolo», comunque nocivo, si presentasse come un «cristiano laico» e non semplicemente come il laicista che è.

Altri riconoscono all’Islam un valore «culturale», che però non basta per essere davvero musulmani. L’«Islam laico», più o meno fasullo, serve da cinico strumento di governo a tutte le dittature arabe e centro-asiatiche che hanno paura di dichiararsi non musulmane, ma i cui capi in realtà non credono né a Dio né al Diavolo, per quanto possano voler conservare — finché fa comodo — qualche aspetto dell’eredità islamica. Un Islam di facciata, che si regge sulla punta delle baionette e che in elezioni libere sarebbe travolto in poche ore.

I veri «musulmani laici» esistono. Li troviamo principalmente in due posti. Nei cimiteri dei loro Paesi, dove spesso sono morti ammazzati. E nelle università e nelle redazioni dei grandi giornali occidentali, dove si sono rifugiati ma dove i più onesti fra loro ammettono che se tornassero a casa e partecipassero alle elezioni prenderebbero l’uno per cento di Chalabi in Iraq.

Eppure giornali e governanti occidentali continuano a sostenerli, intenerendosi ogni volta che un’algerina si dichiara abortista o un iracheno favorevole al matrimonio degli omosessuali. È già troppo tardi per rendersi conto che costoro non rappresentano l’Islam, neanche quello degli immigrati che certo vanno poco in moschea ma che — come i sondaggi dimostrano — non condividono le fughe in avanti degli intellettuali laicisti.

L’alternativa al fondamentalismo non è il fantomatico «Islam laico» ma un Islam conservatore che non mette in discussione il Corano, vuole permettere — non imporre — il velo e chiede partiti che si dichiarino di ispirazione religiosa almeno quanto le nostre vecchie Democrazie Cristiane.

Dove questo Islam conservatore esiste, come in Turchia e in Malaysia, vince le elezioni. Dove non c’è, e ai fondamentalisti si contrappongono laicisti più o meno travestiti da musulmani, le elezioni le vincono i fondamentalisti. Se la dura lezione che viene dalla Palestina ci convincerà a smetterla di inseguire la chimera dell’«Islam laico» non ci sarà stata impartita invano.