I nababbi della fame

Fao_logoPubblicato su Avvenire del 20 settembre 1992

 Unicef e Fao: l’80% del budget speso in stipendi e spot pubblicitari

di Paolo Cereda

I gravissimi ritardi e la scarsa incisività iniziali degli aiuti umanitari nell’emergenza somala, hanno messo a nudo l’impasse tecnica e strategica delle grandi agenzie internazionali della cooperazione. L’eco delle polemiche e degli errori commessi è rimbalzata sulle pagine di alcuni giornali, suscitando le vivaci proteste degli uffici stampa di queste potenti organizzazioni.

L’Unicef, la Fao (con il suo programma alimentare mondiale), Usaid e altri sono stati accusati di inefficienza pressappochismo e lentezza nell’approntare i circuiti di emergenza alimentare e sanitaria che arrivassero effettivamente alle persone più bisognose e su tutto il territorio. In effetti ingenti somme di denaro sono state raccolte e mobilitate per i bambini della Somalia, ma quanti di loro hanno potuto in realtà ricevere, con tempestività e costanza, le razioni giornaliere di Unimix (integratore alimentare ad alto contenuto proteico) o le soluzioni di reidratazione orale (Sro), contro la diarrea?

Uno dei problemi principali di cui soffrono queste Agenzie è l’elefantiasi burocratica che soffoca, dall’interno, la rapidità degli interventi sul campo, la flessibilità e la capacità d’adattamento a situazioni particolari. Così, prima di organizzare un deposito di derrate alimentari in una regione interna, è necessaria una missione di logistici, che a sua volta deve essere autorizzata e controfirmata dal capo dipartimento e dall’ufficio amministrativo, che magari sono a Ginevra.

Inoltre, per motivi di rappresentanza e sicurezza, gli uffici delle organizzazioni internazionali sono sempre in città, nella capitale; quindi tutte le operazioni sul campo vanno e vengono da lì, con notevole dispersione di tempo, energie e denaro. Si può ben capire come una burocrazia così «kafkiana» sia impacciata in situazioni di estrema fluidità.

Un secondo grande motivo di attrito  tra i funzionari delle organizzazioni internazionali e i loro «omologhi» locali risiede nella remunerazione e nelle facilities di cui godono i primi rispetto ai secondi. Gli stipendi da favola, le esenzioni fiscali, il lusso in cui vivono questi «managers della carità» in stridente contrasto con la miseria della situazione in cui operano – mortifica chi, per meno di un decimo di tanta ricchezza, fa lo stesso lavoro, e pone delle questioni (non solo morali) alle persone che versano il proprio contributo sulla spinta di campagne pubblicitarie e come denuncia con spietata meticolosità Graham Hancock, autore del libro Lords of poverty (MacMillan. London, 1989), circa l’80% del budget di queste organizzazioni è destinato alle spese di funzionamento: cioè agli stipendi dei funzionari, pubbliche relazioni e campagne promozionali. Mentre solo il 20%, quando va bene, è costituito dagli aiuti reali alle popolazioni bisognose.

Il terzo problema, questa volta sollevato da quelli che dovrebbero essere i veri beneficiari degli aiuti, è che questi«nababbi della povertà», dall’alto della loro Toyota o negli uffici climatizzati, prestano poca attenzione alle reali esigenze delle persone più sfavorite, «dovendo» passare attraverso i canali ufficiali, che sono spesso costituiti da oligarchie dispotiche, interessate ad avere la loro parte (tangente) sulle derrate alimentari, sui beni materiali e finanziari destinati alle emergenze.

Se le Nazioni Unite e le Agenzie di cooperazione internazionale vogliono conservare il prestigio e la serietà del loro nome e ruolo, dovrebbero rivedre le strategie e capovolgere le percentuali dei loro bilanci.

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