Quei centomila patrioti dimenticati

MarengoIl Popolo – settimanale di informazione della Diocesi di Tortona 14 giugno 2003

A lato della commemorazione di Marengo

Don Maurizio Ceriani

Il 14 giugno ricorre l’anniversario della battaglia di Marengo, che ogni anno viene celebrato con insistente enfasi, quasi fosse un trionfo della libertà sulla tirannide. Le cose non andarono proprio nel verso che la storiografia ufficiale presenta e la vittoria napoleonica nelle campagne alessandrine pose fine ai sogni di riscatto delle popolazioni italiane, che mal sopportavano la “novità” giacobina e tantomeno amavano i “liberatori” d’Oltralpe.

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La verità della storia reclama di rendere giustizia e onore alle migliaia di nostri antenati che insorsero spontaneamente in armi contro le truppe rivoluzionarie, in nome della loro fede e della devozione a quelli che ritenevano i loro legittimi sovrani.

La Dinastia Sabauda, il Sacro Romano Imperatore e le Magistrature della Repubblica Genovese furono difese strenuamente, insieme alla religione, tra il 1796 e il 1799 dalle popolazioni del Basso Piemonte e delle valli liguri, che alcuni hanno definito la “Vandea Italiana”.

Per troppo tempo sono stati sbrigativamente appellati “briganti”, e nelle loro terre, amate e difese, si sono moltiplicati i monumenti e le commemorazioni degli “usurpatori” e degli “invasori”; forse è tempo di iniziare a chiamarli con il loro vero nome: “patrioti”!

Il 14 giugno 1800, data della vittoria napoleonica a Marengo è un triste giorno, quello del definitivo trionfo della Rivoluzione Francese in Italia; se le cose fossero andate diversamente, alla nostra Penisola e all’intera Europa si sarebbero risparmiati altri quattordici anni di guerre e di sangue. La storia – è vero – non si fa con i “se”, tuttavia chiede di essere compresa al di là delle ideologie, attraverso la chiara eloquenza dei fatti.

Il primo di questi, dimenticato e disatteso, è la forte resistenza degli Italiani alle idee giacobine e all’esportazione della rivoluzione, attraverso un moto popolare spontaneo che non risparmiò nessuna regione, noto agli storici col nome di “Insorgenza”. Non c’era mai stato, né mai più ci fu, un tale fenomeno capace di unire l’intera Penisola in un’autentica guerra di popolo contro le armate rivoluzionarie, anche quando i governi locali e molti vescovi, timorosi delle conseguenti rappresaglie, invitavano alla sottomissione.

I moti risorgimentali impallidiscono al confronto con la spontaneità, la diffusione, la simultaneità e i numeri dell’Insorgenza; neppure la Resistenza arrivò ad eguagliare le gesta degli anni 1796/99. Infatti, su una popolazione italiana che ammontava allora a circa quindici milioni di persone, 300.000 si levarono in armi e di essi un terzo perse la vita; secondo le stime del generale francese Thiébault, protagonista delle vicende legate alla Repubblica Partenopea, i morti tra gli insorti furono 60.000 solo tra la fine del 1796 e i primi mesi del 1799.

Se paragoniamo queste cifre a quelle delle guerre risorgimentali, che assommano 6.262 caduti dal 1848 al 1870 da Custoza a Mentana, Cernaia compresa, e a quelle dei civili uccisi nelle rappresaglie nazifasciste tra il 1943 e il 1945 che ammontano a 9.180, la sproporzione è manifesta e abissale. Non si trattò certo di una sentimento di unità politica nazionale che, ammesso ci sia stato nel Risorgimento, era ancora di là da venire; quanto invece di una irriducibile, a volte persino disperata, resistenza alle “novità” rivoluzionarie e un’appassionata difesa della fede e delle tradizioni cristiane, di cui era impregnato fin nelle midolla l’ “Antico Regime” che, stando ai dati appena riportati, ebbe in Italia un fenomenale sostegno popolare, cosa che non ci fu invece per la rivoluzione giacobina.

Gli insorgenti italiani potevano far proprie le parole di uno dei leggendari capi vandeani, il Cavaliere de Charette: “La nostra patria per noi sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re”. Si trattò della difesa della concretezza di una storia, di una tradizione, di un’identità che profumava di vita, contro l’astrattezza di un’idea che avanzava accompagnata dal lezzo della morte.

Il secondo fatto – anch’esso taciuto nei manuali ufficiali di storia – riguarda il 1799, che non fu solo l’anno in cui la seconda coalizione antifrancese, approfittando della campagna napoleonica in Egitto, sferrò una poderosa controffensiva, ma anche il momento culminante dell’insurrezione antigiacobina italiana. Infatti, mentre le armate austro-russe, guidate dal generale Suvorov affrontavano i Francesi nella pianura padana, l’intera penisola si sollevò formando eserciti spontanei, che come in Vandea marciarono dietro gli stendardi parrocchiali con le effigi dei Santi, al canto di inni religiosi, con la coscienza di combattere l’ “Anticristo”.

L’Armata della Santa Fede del Cardinale Fabrizio Ruffo partì dalla Calabria e, di vittoria in vittoria, giunse a liberare Napoli; più a nord l’Inclita Armata Aretina espressione dei “Viva Maria” Toscani, insieme alle Masse marchigiane del generale Ortiz, costrinse le armate francesi ad abbandonare il centro Italia.

Una vera e propria epopea si ebbe qui da noi, nelle pianure lombarde e piemontesi, dove operò l’Ordinata Massa Cristiana di Branda de’ Lucioni. Già nel 1796/97 il Nord-Ovest aveva conosciuto l’insorgenza e il fermento non si era mai del tutto sopito.

Tra i primi episodi vanno annoverate proprio le insurrezioni antigiacobine del maggio-giugno 1796, pochi mesi dopo l’invasione comandata dal generale Massena; a fine maggio insorse Pavia e il suo contado, dove intervenne lo stesso Napoleone che ordinò l’incendio e il sacco di Rinasco. In giugno fu la volta di Tortona e dei feudi imperiali di Valle Scrivia; in particolare va ricordata l’insorgenza di Arquata Scrivia, comandata da Agostino Spinola, che si concluse con l’incendio e la parziale distruzione del borgo il 9 giugno. Dalla Valle Scrivia l’insorgenza passò nel Genovesato, fondendosi con l’estrema difesa della Repubblica Ligure.

Tra il maggio e il settembre 1797 focolai di rivolta esplosero a Genova al grido di “Viva Maria! Viva il nostro Principe!”; la rivolta si estese a tutto il Levante ligure, da Sarzana a Levanto e soprattutto nella Fontanabuona. Da qui il 4 settembre un’autentica “armata” popolare, con in testa i parroci e i “Cristi” delle confraternite scese a conquistare in successione Chiavari, Rapallo, Camogli, Recco, fino a giungere a Nervi e a Quinto.

L’insorgenza rimase qui così radicata ed endemica fino al 1814, che i Francesi definirono la Fontanabuona con l’epiteto di “Fontaine du diable”. Nel 1799 Branda de’ Lucioni diede una dimensione unitaria e organizzata all’insorgenza del Nord Ovest; era un maggiore dell’esercito imperiale (si noti: non “austriaco” ma “imperiale” cioè a servizio del Sacro Romano Imperatore) di quei raggruppamenti di cavalleria leggera noti come “Ussari”.

Il 29 aprile 1799, mentre gli Austro-Russi entrano in Milano, il maggiore Lucioni galoppa con venticinque commilitoni verso il Ticino, che sta per diventare la linea di difesa francese dopo la ritirata dal Milanese; qui diffonde i primi ordini di mobilitazione, comanda di accendere i fuochi e di suonare le campane a martello nei paesi rivieraschi: è il segnale dell’insurrezione generale. I Francesi fuggono verso Vercelli e in pochi giorni nasce l’Ordinata Massa Cristiana, forte di ben 10.000 uomini, accorsi da ogni villaggio e borgo tra il Ticino e il Monviso.

Guidata da Banda de’ Lucioni la “Massa” incalza l’esercito rivoluzionario e in meno di un mese da sola libera l’intero Piemonte e pone l’assedio a Torino. Si comprende quindi che Marengo non fu solo la vittoria di Napoleone sugli eserciti coalizzati in una guerra combattuta “fuori casa”, ma anche il tramonto di una “primavera” tutta italiana, anche se l’insorgenza continuerà ancora, attraverso un’autentica “Resistenza” terminata solo dopo Waterloo.

Resta da chiedersi se la classe politica e intellettuale di oggi, che torna a celebrare il 14 giugno come la data di un grande evento di libertà, non corra il rischio di dimenticare che centomila italiani sono caduti difendendo “qualcosa” dalla “proposta liberatrice” di Napoleone. Quanto dovranno ancora attendere per essere anch’essi commemorati?

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