Benedetto XVI: il Papa evoca il giudizio di Dio sulla Chiesa e sul mondo

parabola_vignaiuolipubblicato su Corrispondenza romana n.917
 15 ottobre 2005

Nell’omelia tenuta il 2 ottobre per l’apertura del Sinodo dei Vescovi, Benedetto XVI ha sviluppato tre importanti concetti, tratti da una lettura del profeta Isaia e dalla parabola evangelica dei vignaioli che uccidono i messaggeri e il Figlio stesso del padrone.

Afferma dunque il Papa: 1) Dio non può essere “bandito dalla vita pubblica, così da perdere ogni significato. La tolleranza, che ammette per così dire Dio come opinione privata, gli rifiuta il dominio pubblico, non è tolleranza, ma ipocrisia”; 2) Quando l’uomo rifiuta Dio e “si fa unico padrone del mondo e proprietario di sé stesso”, crea una società senza giustizia, dominata “dall’arbitrio del potere e degli interessi: la vigna ben presto si trasforma in un terreno incolto calpestato dai cinghiali”; 3) In conseguenza del rifiuto di Dio, la minaccia del giudizio divino incombe sulla “Chiesa in Europa, sull’Europa e sull’Occidente in generale”, come avvenne per la distruzione di Gerusalemme.

Il Signore grida oggi nelle nostre orecchie le parole che nell’Apocalisse rivolse alla Chiesa di Efeso: “Se non ti ravvederai verrò da te e rimuoverò il candelabro dal suo posto”. “Anche a noi – continua il Pontefice – può essere tolta la luce e facciamo bene se lasciamo risuonare questo monito in tutta la sua serietà nella nostra anima, gridando allo stesso tempo al Signore: ‘Aiutaci a convertirci! (…) Non permettere che la tua luce in mezzo a noi si spenga!'”.

Si tratta di tre idee forti, logicamente concatenate l’una all’altra, che ci danno un’importante chiave di lettura del nostro tempo. Il Papa ribadisce in primo luogo la condanna di quel principio di separazione che, nel corso degli ultimi secoli, ha voluto ridurre la religione alla sfera privata e individuale.

Oggi si vorrebbe ridurre la Chiesa al silenzio, impedendole, ad esempio, di ribadire la sua condanna dell’aborto, dell’omosessualità e delle manipolazioni genetiche. Ma se l’uomo rifiuta ogni legge divina e morale, ergendosi a supremo giudice di ciò che è vero e ciò che è falso, di ciò che buono e ciò che è cattivo, l’unica regola rimane la volontà di potenza dell’individuo e la società cade preda della violenza, dell’arbitrio e dell’anarchia.

La religione, dunque, non solo non può essere separata dalla sfera pubblica della società, ma di essa costituisce, per così dire, l’anima e la radice. Quando la religione viene espulsa dai costumi, dalle leggi e dalle istituzioni, come sta accadendo nell’Europa un tempo cristiana, la società perde la sua luce e il suo principio vitale ed è condannata alla decomposizione e alla morte.

L’uomo, allontanandosi da Dio, è punito dalle conseguenze stesse della sua colpa, come già accadde con Adamo ed Eva all’alba della storia umana. Per l’intima solidarietà che lega tra loro gli uomini e le generazioni, il male ha infatti, come il bene, una profonda ripercussione sulla società.

Sul piano individuale, la conseguenza del peccato è la morte dell’anima; sul piano pubblico, la conseguenza è la disgregazione dei legami sociali, che equivale alla morte dei popoli e delle nazioni. Le nazioni infatti, come ricorda sant’Agostino, a differenza degli uomini, non hanno una vita ultraterrena. La loro esistenza si consuma nel tempo e nel tempo esse sono premiate per la loro fedeltà o punite per i loro peccati.

La gravità del castigo è in proporzione alla gravità del peccato e il peccato della società, nel suo complesso, è più grave del peccato dei singoli uomini che la compongono. Oggi non si vuol sentir parlare di peccato, e meno che mai di peccati collettivi, ma la storia è ricca di esempi di questo genere, come quello ricordato dal Papa: la distruzione di Gerusalemme, nel 70 d. C., annunziata da Gesù, quale prefigurazione della fine del mondo e delle catastrofi conseguenti al peccato sociale degli uomini.

La prospettiva di un grande castigo per l’umanità, se non si fosse convertita, costituisce il nucleo del “segreto” di Fatima del 1917. Nelle parole di Benedetto XVI risuona l’eco di quel messaggio che proprio l’allora cardinale Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Fede, presentò e commentò il 26 giugno del 2000. La parola chiave del terzo segreto, egli disse, è il forte appello alla penitenza rivolto al mondo e alla Chiesa.

Vent’anni fa, nel suo celebre Rapporto sulla fede, lo stesso cardinale Ratzinger, aveva affermato che da Fatima “è stato lanciato un segnale severo che va contro la faciloneria imperante, un richiamo alla se-rietà della vita e della storia, ai pericoli che incombono sull’umanità. È quanto Gesù stesso ricorda assai spesso non temendo di dire: ‘Se non vi convertite tutti perirete'”. Dio infatti e misericordioso, ma il suo per-dono è condizionato al ravvedimento, e se manca il pentimento e la penitenza, il castigo è logico e necessario.

Nella sua omelia, il Papa ci ha invitato a rivolgere questa pressante preghiera al Signore: “Aiutaci a convertirci! (…) Non permettere che la tua luce in mezzo a noi si spenga!” La serietà della vita, l’importanza dei fini ultimi, la necessità per l’uomo, se vuole essere felice, di fare il bene e di evitare il male, la riscoperta dei valori religiosi per restituire significato alla propria esistenza, la conversione della mente e del cuore come condizione necessaria per la riconciliazione con il Signore.

Sono questi gli stimoli di riflessione che il Santo Padre propone ad ognuno di noi in un’ora storica gravida di rischi per la Chiesa, per l’Europa, per l’Occidente. Le sue parole però, come quelle del messaggio di Fatima, contengono una forte nota di speranza. Nel versetto di Giovanni, “Io sono la vite, voi i tralci Colui che rimane in me, ed io in lui, porta molto frutto”, Benedetto XVI ci indica il vero esito della storia evangelica della vigna: “Dio non fallisce. Alla fine Egli vince, vince l’amore”.

Una nuova vigna scaturisce dalla morte del Figlio; una nuova società può scaturire dalla tragedia che grava sull’Occidente. (CR 917/01 del 15/10/05)

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