Il declino di una società che invecchia

Istat_2004Pubblicato su Italia Oggi il 28 maggio

di Giuseppe Pennisi

La radiografia della famiglia italiana, effettuata con partico­lare cura in una sezione del rap­porto annuale dellIstat su «La situazione generale del paese 2004», indica, se esaminata con­giuntamente ad altre ricerche apparse, in queste ultime setti­mane, che stiamo viaggiando verso una società di centenari, gran parte dei quali sarà in fa­miglie composte di una sola per­sona e senza una rete attiva di rapporti di solidarietà tra con­sanguinei e congiunti.

Le prospettive di un’Italia di centenari soli non sono con­tenute, occorre precisarlo, nel rapporto Istat, che, in linea con i suoi compiti istituzionali, pre­senta un quadro della; famiglia italiana all’inizio del XXI secolo e delle trasformazioni avvenute negli anni 90 del XX secolo; non una stima o una proiezione di ciò che probabilmente avverrà. Tali stime e proiezioni si ricavano co­niugando l’analisi Istat con i ri­sultati di altre ricerche rivolte, in­vece, al futuro a medio e lungo termine della famiglia e della so­cietà italiana.

Per esempio, come ricordato su Italia Oggi del 17 maggio, lo studio di Albert Ando (Mit) e di Sergio Nicoletti Altimari (Bce) su «A micro-simu­lation model of demographic de­velopment and households economic behaviour in Italy» («Un modello di micro-simulazione dello sviluppo demografico e del comportamento economico delle famiglie in Italia»), appena pub­blicato dalla Banca d’Italia, trac­cia una contrazione della popola­zione italiana da 55 milioni (2005) a 25 milioni (fine secolo) se non si tornerà a una struttura tradizionale di famiglia e a un aumento del tasso di fertilità.

Po­che settimane fa il premio Nobel Robert W Fogel, dell’università di Chicago, ha diramato, nella collana del National bureau of economie research (è il working paper n. 11233), un quadro per alcuni aspetti sempre più roseo (vivremo sempre più a lungo) ma per altri sempre più fosco (senza la rete della famiglia tradiziona­le saremo sempre più soli): Chan­ges in the physiology of aging du­ring the 20th century («Cambia­menti nella fisiologia dell’invec­chiamento nel XX secolo»). Guar­da principalmente agli Stati Uni­ti e analizza, con un interessante metodo statistico, il processo d’in­vecchiamento a partire dalla ge­nerazione nata tra il 1835 e il 1845.

La conclusione più rilevan­te è che coloro nati tra il 1980 e il 1990 hanno un tasso di probabi­lità del 50% di vivere più di 100 anni. A fine aprile Alicia Adsera, dell’università dell’Illinois, ha pubblicato, nei discussion papers dell Iza, l’Istituto tedesco per gli studi del lavoro (il discussion pa­per n.1576), un’analisi compara­ta relativa specificatamente ai 15 paesi dell’Unione europea (pri­ma, quindi, dell’allargamento): Where are the babies? Labor market conditions and fertility in Europe («Dove sono i bambini? Condizioni del mercato del lavo­ro e fertilità in Europa»).

Il lavo­ro si basa sulle indagini sulle fa­miglie condotte, o coordinate, dalla Commissione europea tra il 1994 e il 2000: il verdetto è che senza un cambiamento delle con­dizioni del mercato del lavoro (incoraggiamento del tempo parzia­le e accesso privilegiato per don­ne all’impiego nella pubblica am­ministrazione) le difficoltà a for­mare una famiglia e l’invecchia­mento renderanno l’Europa il Continente vecchio. In questo contesto la radio­grafia Istat assume una valenza molto più significativa di quanto rilevato in servizi e analisi sei ­giorni successivi alla diramazio­ne del rapporto. Vediamone alcu­ni tratti salienti:

■ prosegue il «processo di sem­plificazione» della famiglia: di­minuiscono le famiglie a due o più generazioni (dal 58,8 nel 1993-94 al 53,2% nel 2003); au­mentano le famiglie con una sola generazioni (dal 41,3 al 46,8%) e le famiglie composte di una per­sona sola (dal -21,1 al 25,8%) mentre si contraggono le famiglie composte di coppie con figli (dal 40 al 41,9 %). Le persone che vivo­no in coppia condividono una parte più lunga della loro avven­tura umana: gli anziani tra i 74 egli 85 anni che vivono ancora in coppia passano dal 40,4 al 48%;

■ avanzano rapidamente le nuove tipologie familiari (single non vedovi, monogenitori non ve­dovi, unioni libere e famiglie ri­costituite): sono ormai 5 milioni di famiglie (il 23% del totale nel 2003 con un aumento di cinque punti percentuali rispetto a dieci anni prima). Rapidissima l’asce­sa dei single non vedovi: 3 milio­ni in maggioranza (53,4%) di ge­nere maschile con un’età media di 46 anni, mentre quella delle donne è di 52 anni. In crescita an­che le coppie non coniugate: da 227 mila nel 1993-94 a 555 mila nel 2003 (di cui la metà circa co­stituita da celibi e da nubili). Di­minuisce inoltre (dal 41,6 al 32,2%) il numero delle coppie che, vede la convivenza come uno sta­dio che porterà al matrimonio: aumenta (dal 18,4 al 25,1%), in­vece, quello che non contempla nessuna prospettiva matrimo­niale;

■ in crescita anche la propor­zione dei giovani tra i 25 e i 34 che vivono in famiglia (dal 25,8% di dieci anni fa al 34,9% di oggi); superano la percentuale dei loro coetanei che vivono in coppia con figli (appena il 27,9 %). In au­mento i giovani che attribuiscono la coabitazione con i genitori a ra­gioni di ordine economico (diffi­coltà di trovare un lavoro stabile, di ottenere un’abitazione infitto o in acquisto) oppure di non rinun­ciare ai vantaggi (materiali e im­materiali) di stare in famiglia;

■ le giovani coppie tendono a vi­vere «sottocasa» (di quella dei ge­nitori). Circa la metà delle giova­ni coppie senza figli (in cui la don­na ha un’età tra i 25 e i 34 anni) e di quelli con figli piccoli (in cui la donna ha tra i 35 e i 44 anni) vive entro un chilometro dalla madre di lui o di lei; meno di un quarto risiede in altro comune. I contatti con la madre (di lui o di lei) sono comunque assidui: nella metà dei casi si incontrano tutti i giorni e più del 25% delle altre si frequenta almeno una volta la settimana.

Un ruolo fondamen­tale nella cura dei bambini è svol­to dai nonni non coabitanti ai quali viene affidato, nel 2003, il 35,7% dei bambini con meno di 13 anni. I bambini che vanno al nido sono ancora solo il 15,4% di quelli con meno di due anni; il 70% sono figli di madri che lavo­rano. In questo peraltro ristretto ambito cresce la quota presso ni­di privati (43,4% del totale) con una spesa media di 273 euro al mese, rispetto ai 145 euro al me­se delle strutture pubbliche.

Da questo quadro due con­clusioni, ancora una volta, co­niugandolo con altri studi: a) un’analisi comparata di Robert Fogel (working paper n. W10752 del National bureau of economie research) documenta che i paesi e le aree geografiche ad alta cresci­ta sono quelli a popolazione gio­vane é a struttura familiare forte; b) Erick Eschker, dell’università Humbolt, in uno studio di conta­bilità intergenerazionale appena pubblicato nella rivista Public management and finance, vede, in una società che invecchia, inarrestabile l’erosione del tasso di risparmio delle famiglie e, quindi, degli investimenti e dello sviluppo.

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