Staffetta rossa

Brigate_rosseArticolo pubblicato su Il Sabato del 15 settembre 1990

C’erano legami tra ex partigiani comunisti e le nascenti Br. Ma il Pci lo nega. Viaggio alle origini della colonna reggiana

di Rocco Tolfa

Don Emilio Manfredi ha 70 anni. Ma quei tre giorni di 20 anni fa li ricorda come se fossero appena trascorsi. «Li abbiamo definiti i loro esercizi spirituali» racconta al Sabato don Emilio. «In quell’agosto del ’70, arrivarono a Paullo una quarantina di giovani. Le targhe delle macchine erano quasi tutte di città del Nord». In quei tre giorni di «meditazione», in questo paesino di 600 abitanti oggi popolato soprattutto di persone anziane, è stato stilato l’atto di fondazione delle Br.

Intervenendo sulla vicenda degli eccidi commessi da ex partigiani comunisti nella zona di Reggio Emilia dopo la conclusione della Resistenza, Alberto Franceschini ha parlato dei motivi che lo convinsero a iniziare la lotta armata insieme a Renato Curcio, Mara Cagol e gli altri brigatisti del nucleo storico. Ha raccontato del rapporto molto stretto che allora c’era tra un gruppo di ex partigiani comunisti e i futuri brigatisti. Davanti alle rivelazioni di Franceschini, che oggi ha 43 anni ed è un detenuto assegnato al lavoro esterno (lavora all’Arci di Roma), la reazione del Partito comunista è stata furiosa.

«Scendiamo in campo decisi a dare battaglia politica in difesa del patrimonio costituito dalla storia del Pci» ha lanciato un appello Fausto Giovannelli, segretario della federazione di Reggio Emilia. «La storia non si può negare» ha replicato Franceschini. L’ex capo delle Br ha ribadito le sue convinzioni persino in un’intervista all’Unità:

«Avevamo un progetto politico, dei valori. Sbagliati, ma valori. Come quei partigiani che si sentirono traditi, messi da parte e che continuarono a sparare. Siamo cresciuti con loro. Molti di noi passavano le sere ad ascoltare quei compagni finiti ai margini dopo la scelta di Togliatti. Io allora ero nella Fgci e ho creduto, come altri, che fosse possibile continuare la resistenza».

«Allora nella Fgci c’era anche una corrente non democratica, insurrezionale, rivoluzionaria» assicura il deputato trentanovenne Maurro Del Bue, socialista, per qualche tempo vicesindaco di Reggio Emilia. «Ma Franceschini» fa notare Fausto Giovannelli «rompe con la Fgci nell’estate del ’69, quando confluisce nel “gruppo dell’appartamento” che ha la sua sede nel centro di Reggio, frequentata da persone di diversa estrazione politica».

A Reggio quell’appartamento c’è ancora. Nella targhetta c’è la stessa scritta di allora: «Collettivo nazionale operai e studenti». «Era un luogo per discutere di politica e anche per fare all’amore» ha raccontato Franceschini. Un luogo frequentato da iscritti alla Fgci, anarchici, maoisti e cattolici del dissenso. Tutti a fantasticare cambiamenti immediati, guerriglia e rivoluzione. Ma non per tutti erano semplici sogni.

C’era chi voleva fare sul serio. Quell’appartamento veniva frequentato anche da Prospero Gallinari, il brigatista che nel maggio ’78 uccide il presidente della Dc Aldo Moro. Gallinari, iscritto alla Fgci, lavorava nei campi e la sera andava all’appartamento di via Emilia. «Andava a leggere le opere scelte del Che nella stanza dei letti» ha raccontato Franceschini. «Voleva leggerlo tutto. Mandarlo a memoria. Ma dopo una decina di minuti regolarmente si addormentava, con il volume a riparare gli occhi dalla luce».

Quell’appartamento veniva frequentato anche da Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene, Tonino Paroli, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, quasi tutti passati attraverso la Fgci o il Pci. Nessuna città italiana ha fornito tanti elementi al nucleo storico delle Br.

Perchè proprio Reggio Emilia? Spiega Mauro Del Bue: «Nella Fgci di Reggio allora c’erano personaggi attigui alla piattaforma culturale e politica di questi che poi daranno vita alle Br. Allora i vertici del Pci non condannavano la violenza come metodo di lotta politica. Dicevano che in quel momento in Italia l’ipotesi insurrezionale non era praticabile». Ma una parte del Pci reggiano, soprattutto gli ex partigiani che non si erano rassegnati a deporre le armi dopo la fine della Resistenza, la pensavano diversamente. E guardava con simpatia a quei ragazzi che volevano continuare quella guerra perduta.

«Stai continuando il nostro lavoro» dice infatti a Franceschini il vecchio partigiano che gli regala due pistole, tra cui una Browning, prima di andare a Milano per iniziare la lotta armata. Quell’arma diventerà poi famosa perchè comparirà nella foto, diffusa dalle Br, di Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens, rapito dai brigatisti nel marzo ’72. «Mi piaceva immaginarmi quel vecchio partigiano che riconosceva la sua pistola» ha detto Franceschini.

Anche dopo le prime azioni delle Br, gli attentati incendiari, i rapimenti, con i primi mandati di cattura sulle spalle, i brigatisti di Reggio, insieme a Curcio, continuavano a frequentare gli incontri dei partigiani, le feste dell’Unità, le sezioni del partito. Il Pci sapeva? «Una cosa è certa: non c’era niente di segreto» risponde Mauro Del Bue. «Non dico che ci fossero rapporti tali che si debba coinvolgere il Pci in quella prima fase delle Br.

Quantomeno ci fu una sottovalutazione da parte di una forza politica che a Reggio conosce tutto di tutti e controlla tutto». Eppure il Pci per anni ha parlato di «sedicenti Brigate Rosse». Soltanto nel gennaio 1978 Bruno Bernini, dell’Istituto Togliatti, riconoscerà che «sono sbagliate le tesi… per le quali tutti gli episodi si possono ricondurre al complotto reazionario mascherato con etichetta di sinistra».

Ancora nell’aprile ’78, scrive Massimo Pini nel libro L’assalto al cielo, «L’Unità pubblicava in prima pagina su sei colonne un articolo dal titolo: “il linguaggio di Freda e quello delle Br”, dove si tentava una identificazione con le idee esposte dal neonazista Freda nell’autunno ‘69».

Mauro del Bue ha chiesto, in una interrogazione al ministro degli Esteri de Michelis, di avere dalla Cecoslovacchia documenti che possono chiarire il rapporto tra il vecchio regime e l’eversione rossa. Spiega il deputato socialista: «Lì andarono i partigiani che si macchiarono di delitti di sangue nel primo dopoguerra, in pieno regime democratico. E lì sono andati alcuni brigatisti rossi. Una coincidenza davvero strana».

Ma anche Franceschini aspetta chiarimenti sulle Br dagli archivi dell’Est. «da un certo momento in poi» è la sua tesi «forse da prima del delitto Moro, l’autonomia che noi avevamo difeso era venuta meno». L’ex brigatista sostiene che «certamente l’attività delle Br ha fatto comodo sia ai russi che agli americani. Nessuno dei due aveva interesse che il Pci andasse al potere. E se si va indietro con la memoria non ci vuole molto a ricordare che la lotta armata divenne più incisiva e continua proprio dopo il successo del Pci nel ‘76». Ma questo è un altro capitolo della storia delle Brigare Rosse.

«Una storia che forse non sarebbe mai stata scritta se il maresciallo ci avesse dato retta» si rammarica oggi don Emilio Manfredi. Quale maresciallo? Avevano segnalato quei giovani al comandante dei Carabinieri. «Posso intervenire solo se vi danno fastidio» gli aveva fatto sapere.

«Invece doveva prendere i nominativi» è convinto il parroco di Paullo «e le Br sarebbero state bloccate sul nascere». E racconta di un sospetto che lo ha tormentato in tutti questi anni. «Forse quel maresciallo li ha lasciati fare deliberatamente. Ma è solo una mia supposizione, non ho le prove, per carità non voglio accusare nessuno», alza le braccia al cielo, don Emilio.

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