Trovare la via nel labirinto fiscale

fiscoTempi num.29 del 12 luglio 2005

Il principio di sussidiarietà fiscale trasforma il diritto-dovere al welfare ridonando sovranità al cittadino: prodromi di una “rivoluzione” moderna

di Antonini Luca
* Ordinario di Diritto Costituzionale, Padova

Il principio di sussidiarietà costituisce una precondizione fondamentale per lo sviluppo della democrazia. Soprattutto in un contesto come quello italiano, dove si avverte una forte crisi delle forme tradizionali della rappresentanza politica. Gran parte della “cittadella politica” appare, infatti, chiusa in un’autoreferenzialità che, come ha recentemente notato Galli Della Loggia, la rende assai poco capace d’inclusione.

In questo clima dove è drammaticamente aumentata la distanza tra Paese reale e Paese legale, il principio di sussidiarietà, soprattutto nella sua declinazione a livello fiscale, può rappresentare la formula istituzionale offerta alla politica per riconcepire se stessa e il proprio ruolo intorno ad una nuova valorizzazione della sovranità popolare. E’ facile notare come la “questione fiscale”, da questo punto di vista, sia stata da sempre legata a quella della democrazia. Lo dimostra il principio no taxation without representation, in nome del quale si accese la scintilla della rivoluzione americana.

Oggetto del contendere, in connessione con interessi commerciali sempre più divergenti, erano le tasse che la madrepatria pretendeva di imporre ai propri cittadini delle colonie senza che essi potessero dare il loro consenso, dal momento che non eleggevano propri rappresentanti a Westminster. Ma anche la rivoluzione francese è attraversata dalla questione del consenso all’imposta.

Sebbene la fiscalità rivoluzionaria nei giorni caldi del processo rivoluzionario si fosse poi dimostrata scarsamente popolare, si conservò comunque sullo sfondo l’idea no taxation without representation. In Fouret-Ozuf, Dizionario critico della rivoluzione francese, sotto la voce Imposta, si legge infatti che il deputato Lavie all’Assemblea nazionale del 1791 dichiarò: «Abbiamo fatto la rivoluzione soltanto per essere i padroni dell’imposta».

I PILASTRI DELLA RENDITA

Ma cosa significa oggi essere padroni dell’imposta? è questa la domanda che muove l’analisi del volume, in un percorso che si sviluppa dimostrando come, in un mondo che è profondamente cambiato, le tradizionali garanzie di democraticità del principio no taxation without representation abbiano perso gran parte dell’antica efficacia. Se in McIlwain si legge: «La tassazione e la rappresentanza sono inseparabilmente unite: Dio le ha congiunte e nessun Parlamento britannico le può separare», in realtà oggi la globalizzazione, di fatto, le separa.

Oggi, infatti, il cittadino elettore può scegliere il paese dove pagare i tributi e varie istituzioni internazionali erodono la sovranità fiscale dei Parlamenti nazionali. Questi ultimi, sono sempre più condizionati da istituzioni sovranazionali e internazionali (Wto, Banca Mondiale, Commissione Europea, ecc.) che scontano un evidente deficit di democraticità.

In altre parole: il cittadino elegge i parlamentari, ma non sono più questi i soli sovrani della decisione fiscale, che è sempre più condizionata dai veti e dalle risoluzioni di organismi internazionali che non sono eletti direttamente dai cittadini. Il potere politico nazionale, inoltre, nei suoi spazi residui di sovranità fiscale appare ancora troppo legato alle vecchie logiche delle rendite tipiche del Welfare State, che hanno spesso favorito gli interessi dei fornitori (burocrati, sindacalisti, ecc.) anziché quelli dei destinatari dei servizi. Una rendita di posizione ha protetto i fornitori dei servizi dalla concorrenza, che hanno spesso utilizzato l’apparato a loro vantaggio, mentre gli utenti non hanno avuto alcuna voce in capitolo.

LA PALUDE PATERNALISTA

Nelle paludi del sottogoverno si annida quindi la rendita, alimentata dalla fantasia di tante norme e codicilli “ad arte” che ad ogni finanziaria, più o meno nascostamente, ritornano tranquillamente a vivere. Ma la perdita di legittimazione del modello “burocratico impostivo” oggi non consente più di sorvolare sull’appannamento di alcuni princìpi di libertà prodotto dalle concezioni “paternalistiche” in cambio di un alto grado di protezione sociale.

Al cittadino non si può più chiedere di subire una pressione fiscale di tipo scandinavo per ottenere in cambio dei servizi sociali inefficienti. Un semplice dato: nel 2003 per un impiegato con un reddito di 37.336 euro, con moglie figlio a carico, il tax freedom day cadeva il 22 giugno e per un operaio con un reddito di 18.700 euro, nelle stesse condizioni, cadeva il 15 maggio, è tollerabile che quell’operaio con un reddito basso lavori per lo Stato fino al 14 maggio e poi si ritrovi in cambio un sistema di assistenza sociale e dei servizi pubblici sempre meno efficienti, per via delle rendite che resistono, per alcuni tagli alla spesa pubblica magari inopportuni, perché le risorse chissà dove finiscono?

Oppure: è ancora giustificata la tassazione sperequata, figlia della finanza allegra degli anni Ottanta, che si dimostra gravemente punitiva per i ceti produttivi e sfacciatamente favorevole per la rendita finanziaria?

L’ESEMPIO ESTERO

E’ interessante mostrare quanto invece hanno fatto altri Paesi, come ad esempio la Germania, che negli scorsi anni ha posto un limite costituzionale alla pressione fiscale e ha sviluppato una politica per la famiglia che permette di dedurre fino a 15 mila euro all’anno per figlio a carico. Oppure come la Gran Bretagna che ha avviato un reale modello di Welfare Mix, combattendo l’inefficenza.

Il principio di sussidiarietà fiscale può allora costituire una «rivoluzione» moderna, un antidoto alla perduta democrazia. Il volume ne declina fondamenti, applicazioni e sviluppi (De Tax, «Più dai, meno versi», 8 per mille a favore di Non Profit e ricerca, ecc.) mostrando come il cittadino possa recuperare sovranità, fino a tornare ad essere «padrone» dell’imposta.

Sarà il cittadino, in altre parole, a tagliare dal basso la spesa sociale inefficiente e a finanziare, promuovendola, quella efficiente. Il diritto alla libertà di scelta riguardo alla destinazione delle proprie risorse ad agenti Non Profit che svolgono servizi sociali meritori rivaluta, infatti, una possibilità di selezione della spesa sociale efficiente strutturata su un diretto esercizio della sovranità popolare da parte del contribuente, riducendo la mediazione del principio rappresentativo tradizionale.

Lo stesso federalismo fiscale, attuazione della sussidiarietà fiscale verticale, realizza una più diretta ed efficace possibilità di controllo sullo spending power dei governanti. Ed è proprio urgente riformare il vigente modello di federalismo fiscale, il decreto legislativo N. 56/2000 fatto nella scorsa legislatura che ha letteralmente strangolato il Sud senza premiare minimamente chi aveva tentato di risanare i bilanci regionali (vedi il caso Puglia).

LA POSTA IN GIOCO

Come osserva Lorenzo Ornaghi nella prefazione al volume Sussidiarietà fiscale (Guerini e associati, 2005): «Nella sua duplice dimensione verticale e orizzontale, allora, la sussidiarietà realmente costituisce una moderna “rivoluzione”. Lo è rispetto alla questione del come governare in una società e in uno Stato che sono, entrambi, sempre più “al plurale”. Lo è anche, in particolare, nei confronti degli indispensabili rapporti di interdipendenza e coerenza (troppo spesso trascurati, invero, negli ultimi decenni) tra governabilità e rappresentatività.

La sussidiarietà fiscale, ponendo un argine agli sprechi e al proliferare delle rendite politiche, è il mezzo forse più efficace per far sì che il dovere-diritto del cittadino al welfare non suoni come una formula stantia, sempre più retorica, talvolta irritante poiché percepita dai cittadini soltanto nei suoi elementi ideologici». Quello che è in gioco, in fondo, è ancora la democrazia.

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