Scuole cattoliche sotto attacco

scuola_catt_CinaMondo e Missione ottobre 2012

«II governo di Hong Kong, ispirato da Pechino, tenta di imporre un controllo totale sul sistema educativo». La denuncia di padre Vittorio Grioni, supervisore diocesano degli istituti cattolici

di Stefano Vecchia

(da Hong Kong – Cina)

«Le mosse del governo locale in materia di istruzione sono chiaramente ispirate da Pechino. Ne stiamo già vedendo i risultati e ancor più li vedremo in futuro. Quello che è certo è il tentativo di imporre un controllo totale, anche a sfondo ideologico, sul sistema educativo, sulle materie da insegnare e sui valori da impartire». A parlare è padre Vittorio Grioni, missionario del Pime, classe 1940, originario di Mediglia (Mi), dal 1968 a Hong Kong e da molti anni supervisore delle scuole cattoliche per conto della diocesi.

Il 1° luglio, Hong Kong ha ricordato, con manifestazioni di piazza, il quindicesimo anniversario del ritorno ufficiale alla madrepatria. Un momento difficile, come conferma Anthony Lam, studioso della Chiesa cinese, attivo nella difesa dei diritti civili: «La situazione va peggiorando, perché le autorità attuano misure per cercare di limitare i diritti, a partire dalla libertà d’informazione».

La Regione amministrativa speciale di Hong Kong può ancora vantare il primo posto al mondo per libertà d’impresa, ma la pressione per ridurre gli spazi democratici è evidente, come pure il divario – tra i più ampi in Asia – tra chi vive nel benessere e chi nella povertà. Le libertà residue vengono costantemente erose, a partire da quelle di manifestazione, stampa ed espressione.

E anche quella di un’educazione indipendente da sistemi e ideologie. Un fronte, questo, su cui da anni la Chiesa è impegnata, coinvolta com’è nella gestione di centinaia di istituti di diverso ordine e grado, non “confessionali”, ma ispirati dai valori evangelici e umani. Questo è in estrema sintesi il quadro in cui svolge da 33 anni la sua attività il missionario-educatore Vittorio Grioni.

Quali le maggiori problematiche che devono affrontare le scuole cattoliche di Hong Kong?

I problemi principali, di questi tempi, sono legati al tentativo di inserire l’insegnamento, soprattutto a livello generale e artistico, nella visione politica della Repubblica Popolare Cinese. La Chiesa trova difficoltà a proporre adeguatamente nelle sue scuole – a fianco delle conoscenze scientifiche che offre a un livello molto elevato – i valori specifici della sua missione, come invece vorrebbe.

In questi anni abbiamo posto l’accento con forza ancora maggiore sull’insegnamento di valori che possano promuovere uno sguardo più aperto, globale, meno ristretto ai sistemi politici e finanziari. Si punta, attraverso la scuola cattolica, a presentare una visione diversa della vita, più consona ai valori umani e spirituali. Una società non necessariamente deve essere legata al sistema di valori, inclusi quelli politici e sociali, della Repubblica Popolare Cinese.

Sembra però che Pechino stia facendo l’opposto. In che modo il governo cinese cerca di rendere più compatibile l’insegnamento impartito a Hong Kong con i suoi indirizzi ed interessi?

L’azione della Cina per “normalizzare” Hong Kong segue due direttrici. La prima riguarda l’introduzione dell’insegnamento civico e morale. Un’idea non nuova, ma che molti vedono come tentativo della madrepatria cinese di riportare entro un solco definito gli studenti di Hong Kong che non si sentono partecipi dei valori oltreconfine. Un insegnamento che interpreta la storia del comunismo in modo da presentarla bene alle nuove menti, senza intimidirle. Questo approccio, che definirei “metodologico”, si affianca al controllo su mass media ed editoria.

E la seconda?

E quella del controllo del sistema scolastico attraverso la graduale sostituzione dei responsabili. Nel sistema precedente alla contestata riforma del 2002, l’amministrazione delle istituzioni scolastiche era affidata ad associazioni e a istituzioni che – come la Chiesa cattolica – avevano assoluto potere di direzione e organizzazione. Oggi il governo lascia solo il 60 per cento nelle mani della Chiesa e l’altro 40 per cento nelle mani di personaggi “fidati” che possono essere nominati dallo stesso governo o simpatizzano con esso.

Nonostante le proroghe a questo sistema, che comunque non dovrebbero continuare oltre quest’anno, la Chiesa risente già di questa situazione. Ormai tutti sono rassegnati, pur senza rinunciare all’impegno a contrastarlo, al fatto che le scuole finiranno presto con perdere la loro autonomia.

Qual è la reazione della Chiesa e della società civile a questa minaccia?

La diocesi ha in questi anni protestato apertamente contro la riforma scolastica, ritenendo – come altri – che violi la Legge Base, la mini-Costituzione che recepisce l’impegno cinese a lasciare invariata per 50 anni la situazione preesistente come stabilito dalla Dichiarazione congiunta Cino-britannica sulla fine del dominio coloniale durato 150 anni.

Non è un problema che tocca solo i cattolici…

Anche per anglicani, metodisti e esponenti di altre denominazioni cristiane, la riforma cambierebbe profondamente la natura delle scuole a gestione religiosa, riducendo il potere effettivo degli organismi incaricati di definire le politiche educative.

L’apparente democratizzazione – con l’apertura della gestione a comitati eletti da genitori, insegnanti e dirigenti indipendenti – di fatto introduce un elemento politico o ideologico nella gestione delle scuole che porterebbe a scelte sempre più invadenti del governo, emarginando le organizzazioni da cui le scuole tradizionalmente dipendono, in molti casi istituzioni religiose. Si tratta di una situazione contro cui si è impegnato fortemente l’ex vescovo, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, fino al suo ritiro per ragioni d’età nel 2009, e successivamente (sebbene in modo più diplomatico).

Il suo successore, monsignor John Tong Hon. Ancora nell’ottobre dello scorso anno, l’80enne cardinale Zen ha attuato uno sciopero della fame di tre giorni per rafforzare la sua opposizione alla pressione governativa sulla scuola. Lo stesso Benedetto XVI, ricevendo nel 2008 i vescovi di Hong Kong e di Macao in visita ad limina, ha sottolineato l’importanza delle scuole cattoliche ed espresso il suo sostegno a quanti sono impegnati nel compito educativo alle prese con nuove difficoltà.

Qualche battuta sulla tua esperienza e sulle motivazioni che la sorreggono.

Sono arrivato a Hong Kong definitivamente 33 anni fa dopo avere ottenuto il master in Criminologia a Londra. Un’esperienza che ha segnato la mia successiva attività d’insegnamento in quella che era allora la colonia britannica di Hong Kong.

Lasciate le aule scolastiche, nel mio compito di supervisore ho cercato di spingere le scuole verso un insegnamento il più profondamente scientifico, ma nel contempo ho usato ogni mezzo per diffondere il messaggio di Cristo. Non ho mai sprecato un’occasione per comunicare i valori del Vangelo attraverso il prezioso strumento dell’educazione.

La mia posizione attuale, che tengo da lungo tempo – forse troppo! – non è mai stata giustificata dalle necessità amministrative, pure necessarie, ma piuttosto dall’impegno dettato dalla vocazione missionaria. Quanto sia riuscito a dare, non so. Posso però dire che ho sempre avuto risposte positive da tanti giovani e dalle loro famiglie.

Spesso ho visto anche decisione e impegno che hanno spinto quelli che riuscivo a raggiungere a intraprendere un cammino verso la conoscenza di Cristo. Sono queste le mie soddisfazioni maggiori, anche se non sono io quello destinato a raccogliere i risultati migliori.

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276 ISTITUTI, DALL’ASILO ALL’UNIVERSITA’

200 MILA STUDENTI, POCHI SONO CATTOLICI

Sono 850 le scuole finanziate dal governo di Hong Kong. La loro operatività è tradizionalmente affidata a istituzioni che ne garantiscono – in cambio di un’ampia autonomia gestionale – continuità di indirizzo e valore in accordo con le direttive ufficiali.

Una situazione che va evolvendo e che vede sempre più al vertice degli istituti anche rappresentanze elette che, per i molti critici, sono la longa manus del governo locale e, per suo tramite, di Pechino nel tentativo di “normalizzare” secondo il sistema vigente nella Repubblica Popolare Cinese le riottose istituzioni ereditate dagli inglesi.

Fondata nel 1841, la Chiesa di Hong Kong ha avuto dall’inizio l’istruzione tra le sue priorità. Oggi sono 276 gli istituti affidati alla diocesi o a iniziative cattoliche – dall’asilo nido alle università – frequentati da 200 mila studenti. Dato l’esiguo numero dei cattolici (365 mila su oltre 7 milioni di abitanti) ne deriva che – come per ospedali, centri di assistenza sociale, orfanotrofi e ospizi – il 95 per cento degli utenti sono di fede o denominazione diversa da quella cattolica.

Ambite per la qualità d’insegnamento e per l’apertura internazionale, le scuole cattoliche hanno formato una parte consistente delle élite locali, inclusa quella che oggi gestisce Hong Kong con difficoltà e a volte con evidente imbarazzo davanti alle pressioni di Pechino.

Dato lo stretto rapporto tra leadership cinese e potere economico-imprenditoriale, inevitabilmente i valori cristiani coincidono con quelli dell’opposizione politica e con quelli di buona parte della società civile, che cerca di opporsi alla deregolamentazione del mercato del lavoro e all’erosione dei diritti umani e delle libertà civili.

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