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Ago 05

In Urss la famiglia ancora resiste

famiglia_UrssAvvenire, giovedì 12 febbraio 1987

La vibrante testimonianza di un dissidente appena liberato

di LevTimofeev

Lev Timofeev (di cui pubblichiamo un testo per gentile concessione di Sugarco. editore di «Siamo uomini, siamo vivi») è uno dei testimoni della vitalità della famiglia in Urss, sottoposta a durissimi prove dal regime. Dopo due anni di lager, Timofeev è stato appena liberato, con altre decine di dissidenti. E’ autore di analisi acute sulle condizioni di vita nel suo Paese. «Siamo uomini, siamo vivi» è uno dei messaggi più forti della cultura del dissenso

La famiglia. In essa ci rifugiamo, salvandoci dalla sterilizzazione spirituale e morale. L’uomo è vivo! E’ vivo, pensa, agisce, ha su ogni argomento un suo sano parere… A prima vista, proprio questo può sembrare strano; la morte del buon senso non è forse lo scopo perseguito con tanto accanimento dagli ideologi e dai funzionari comunisti?

Sostituire il buon senso con una «teoria» comunista, formare un uomo con una struttura mentale tale da costringerlo a perdere l’esigenza medesima di concepire la realtà in modo esatto — sembrava che proprio a questo scopo si volesse scaraventare su di noi la pesante, ingombrante, inesorabile macchina propagandistica. Ma ci ha davvero colpiti’? Non ha invece fallito la mira?

«La formazione dell’uomo nuovo si realizza attraverso il processo di partecipazione attiva all’edificazione del comunismo, allo sviluppo dei princìpi comunisti nella vita economica e sociale, sotto l’influenza di tutto il sistema dell’attività educativa del partito, dello Stato e delle organizzazioni sociali, dove un ruolo importante spetta alla stampa, alla radio, al cinema e alla televisione».

L’influenza del sistema si fa sentire, pesa. La stampa e altri mezzi propagandistici si fanno sentire, pesano. Però la «partecipazione attiva all’edificazione del comunismo» non c’è, non esiste. Quanto poi allo «sviluppo dei principi comunisti nella vita economica e sociale», non se ne parla nemmeno semmai, si crede che quando peggio si sta, tanto più ci si avvicina al comunismo.

Un fatto è fuori dubbio: in sessantasette anni di pressioni costanti, nonostante i sofisticati metodi della propaganda che tutto abbraccia, a cominciare dalla prima filastrocca per bambini fino al discorso funebre, l’ideologia comunista non è riuscita a impadronirsi dell’anima dell’uomo. Come mai? Perché questa ideologia non trova nessuna applicazione intelligente nella vita. A che cosa serve? Tutti sanno che l’ideologia non e in grado di penetrare là dove comincia la sfera personale – nei rapporti umani, nelle nostre necessità più intime, nella famiglia, nella coscienza morale. Noi qui le precludiamo l’accesso. Questo è dominio nostro. Qui ci rifugiamo, salvandoci dalla sterilizzazione spirituale e morale. Qui conserviamo l’esperienza spirituale della sto ria…

Sembra incredibile come nell’ambito di una famiglia — marito e moglie, i loro genitori, i figli —, come in due, in tre, in cinque, si sia capaci di contrastare l’enorme apparato di pressione. In che cosa consiste la forza di questo microcollettivo umano? Ma è sempre quella, la forza dell’esperienza socio-storica, la forza del buon senso!

Ci fu un periodo in cui gli ideologi sovietici cercarono di entrare nella famiglia, sfondando la porta di casa. Affinché la famiglia diventasse parte del globale contesto socialista, cercarono di regolare anche la vita familiare secondo le loro leggi, proclamarono la famiglia «cellula primaria della società socialista» e, di conseguenza, chiesero ai coniugi di denunciarsi a vicenda, altrimenti sarebbero stati condannati entrambi (questa sorte toccò a migliaia di famiglie, alla fine degli anni Trenta e negli anni Quaranta: da qui l’abbreviazione gulaghiana «MF» — «membro della famiglia di un nemico del popolo»).

Fu canonizzato il «patritradimento» («l’eroico pioniere» Pavlik Morosov); fu giustificato il peccato fratricida di Caino (fratelli come avversari ideologici è la situazione preferita dell’arte del realismo socialista, dove del diritto di uccidere è investito naturalmente solo il fratello comunista); fu messa a nudo, per profanarla, la stessa intimità del matrimonio, facendo discutere pubblicamente, in riunioni affollate, «cause personali» strettamente familiari…

Si voleva creare la famiglia sovietica, ma i due concetti, «sovietico» e «famiglia», semplicemente non riuscivano ad amalgamarsi. Non sono parole dello stesso lessico. La famiglia rimane al di fuori delle norme morali comuniste, oppure si disgrega. E’ che la famiglia non fu creata dalla «teoria» comunista; nella nostra vita familiare noi tutti, compresi quelli che non se ne accorgono per niente, ci comportiamo non secondo il «codice dell’edificatore del comunismo», ma secondo le norme secolari della morale religiosa.

I princìpi morali della vita familiare, elaborati nel corso di millenni, sono alla base della morale sociale tout court. Sono assoluti. Non possono essere aboliti con un ordine. Si fondano su quegli stessi dieci comandamenti che furono comunicati a Mosè. E quando ci viene detto «Onora il padre e la madre, ne caverai profitto per te e vivrai a lungo su questa terra», queste parole, o sono vere a prescindere dalla fede politica dei tuoi genitori, oppure perdono qualsiasi significato di comportamento: onora se vuoi, se non vuoi puoi farne a meno.

La famiglia stessa è una società, fa parte della grande società. Perciò altrettanto assoluta è la necessità di rispettare la famiglia altrui, la vita altrui, la proprietà altrui: «Non desiderare la donna d’altri, non desiderare la casa del tuo prossimo…».

Altrettanto assoluto è il divieto dell’adulterio, della falsa testimonianza, del furto, dell’omicidio. I comandamenti morali non possono essere corretti da una situazione politica. O sono seguiti dalla fa­miglia, e allora la famiglia è viva, o vengono respinti; ma allora la famiglia non c’è più, si trasforma in una coesistenza casuale di individui, la cui stabilità dipende da circostanze politiche, o addirittura dall’apparato amministrativo. La coscienza, quella che in russo si chiama «sóvest», muore. La personalità umana muore. Muore la famiglia… Quindi muore anche la società?

Lo Stato non può vivere senza la società, la società non può vivere senza la fami glia. E la famiglia non può esistere senza la tradizionale morale religiosa, basata sulla coscienza «sòvest» —. sulla responsabilità nei confronti di Dio; qui sta l’ostacolo insormontabile per cui l’ideologia comunista non può penetrare nelle nostre anime.

La famiglia è il mondo libero della coscienza religiosa in uno Stato ateo. Un mondo libero che in via di principio e irraggiungibile per l’ideologia comunista; si può distruggere questo mondo, ma non conquistarlo: o meglio, il momento in cui lo si conquistasse segnerebbe il momento della sua distinzione e, al tempo stesso, della distruzione di ogni personalità e della società come tale.

In una parola, la famiglia fu, continua e continuerà a essere la base più conservatrice, più salda della struttura sociale. Finché è viva la famiglia, disponiamo di un rifugio. Finché e viva la famiglia, siamo vivi anche noi, è viva la società; la storia dell’umanità va avanti.

Proprio la famiglia si manifesta sempre più palesemente come un’unita economica, in antitesi al sistema economico pianificatore-normalizzatore (i «fazzoletti di terra» contadini e altre forme di rapporti e del mercato nero).

La famiglia è viva e la dottrina ufficiale è costretta a tenerne conto, a farle concessioni: «per motivi familiari» — questa formula è a tal punto efficace che davanti ad essa retrocedono oggigiorno quasi tutti i tipi di pressione amministrativa o di disciplina di partito. La gente, accorgendosene, sempre più spesso ricorre a questa formula, in difesa della propria libertà.

La famiglia si manifesta pure come unità strutturale dell’opinione pubblica: proprio qui, in famiglia, senza temere denunce e repressioni, l’uomo sovietico esprime la sua autentica opinione sulla realtà. La famiglia costituisce la prima e. nelle nostre condizioni, l’ultima possibilità di esprimere la propria opinione. Esprimendo la propria opinione in famiglia, un uomo si esprime davanti alla propria «sóvest», alla propria coscienza. Parlando in famiglia ci confessiamo. La famiglia è una specie di confessionale collettivo. Non rischiamo di sbagliare. affermando che l’opinione pubblica reale è il risultato della somma di opinioni espresse dalla popolazione nei colloqui familiari. E non rischiamo di sbagliare affermando che questa opinione è contraria all’ideologia del potere.

La pressione amministrativa e ideologica è impotente nei confronti di questa opposizione. Si finisce col tollerarla… pertanto ogni opposizione reale in una società totalitaria è uno squarcio aperto nel muro di una camera a gas, una possibilità di vivere anche nel regno della morte pianificata.

Siamo vivi!

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