Unione Europea: dati parziali (e non comparati) sulla “violenza di genere”

Corrispondenza Romana  n.1944 1 Aprile 2026

di Giuseppe Brienza

L’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali (FRA) ha pubblicato il 3 marzo scorso sul suo sito istituzionale (https://fra.europa.eu/) un’indagine basata su 114.023 interviste, che illustra le esperienze delle donne in materia di “violenza di genere” negli Stati membri dell’UE.

Basandosi sulla pubblicazione del 2024, Indagine UE sulla violenza di genere – Risultati chiave, e dando seguito alla relazione della FRA del 2014, Violenza contro le donne: un’indagine a livello dell’UE, lo studio traccia le tendenze dell’ultimo decennio in tutta l’UE.

Il Rapporto in sintesi evidenzia che la violenza dell’uomo contro la donna può assumere molte forme, le più gravi delle quali sono lo stupro, le molestie sessuali e la violenza fisica da parte del partner.

L’indagine sottolinea inoltre l’importanza della “violenza economica”, che può creare dipendenza finanziaria e gravi svantaggi per le donne, mogli o conviventi che siano. Mentre molti casi si verificano all’interno di relazioni private, la violenza e le molestie da parte di persone estranee al contesto familiare o affettivo del partner hanno spesso luogo in spazi pubblici, sul posto di lavoro e, soprattutto, online.

Nonostante i gravi effetti sulla salute delle vittime, molte donne non denunciano queste esperienze perché ritengono che la violenza subita non sia abbastanza grave o provano vergogna o paura di ritorsioni.

Rimanendo ancorato al mainstream ed evitando qualsiasi raffronto comparativo con i dati analoghi relativi alle altre grandi aeree geografiche e culturali del mondo (vedi su tutti i Paesi dell’area islamica o indiana), il Rapporto della FRA, non a caso redatto in collaborazione con l’Istituto europeo “specializzato” per l’uguaglianza di genere, l’European Institute for Gender Equality– EIGE (con sede a Vilnius in Lituania), definisce quello della violenza contro le donne «un fenomeno diffuso nell’Unione europea» (il 30,7% delle donne nel Vecchio Continente, infatti, avrebbe subito violenza fisica e/o sessuale).

Conformandosi inoltre all’approccio ideologico e Politicamente Corretto proprio alla maggior parte dei Gender Studies, l’indagine manca di offrire un’analisi a 360 gradi della portata, della natura e delle cause della violenza nei confronti delle donne. La violenza di genere, infatti, come rilevato da sociologi, psicologi e scrittori indipendenti (sia uomini che donne), scaturisce anche e soprattutto dalla crisi valoriale dell’Occidente laicista e post-cristiano, dall’uso ed abuso di droghe e dalla fruizione prematura e/o massiva di pornografia. Amoralità, cinismo, tossico e porno-dipendenza, infatti, suscitano e alimentino spesso varie forme di violenza, fisica e morale, di genere.

L’utilizzo di sostanze stupefacenti, com’è noto, aumenta l’aggressività e, quindi, anche la reazione prevaricatrice a contrarietà, contraddizioni o rifiuti. La fruizione di video pornografici nei quali si veicola in maniera sistematica, direttamente o indirettamente, il possesso se non il sadismo nei confronti delle donne, induce alla fine a disprezzare la dignità stessa e il corpo femminile. L’esposizione ripetuta alla pornografia, come dimostrato a livello scientifico (cfr. Fabrizio Fratus- Paolo Cioni, L’ideologia del godimento Pornografia e potere nella società delle immagini, Edizioni Il Cerchio, Rimini 2018), non solo altera la biochimica dei neurotrasmettitori ma, ma modificazioni sinaptiche che rendono il cervello sempre più dipendente, rende il fruitore incapace a resistere all’impulsività.

Il cervello pornodipendente insomma, per l’impatto delle immagini sul sistema nervoso, sulla dipendenza emotiva e chimica che ne deriva, richiede visioni ed esperienze sempre più estreme, “dosi” alla fine sempre più forti di violenza (cfr. Peter C. Kleponis, Uscire dal tunnel. Dalla dipendenza da pornografia all’integrità, D’Ettoris editori, Crotone 2018). In definitiva, chi semina (o lascia seminare) droga e pornografia nella società raccoglie violenza e, soprattutto, violenza di genere.

Non sfigurerebbe, infine, all’interno di Rapporti come quello della FRA, qualche considerazione che serva a confutare il “non detto” di non pochi Gender Studies, ovvero che siano sempre e comunque tutti i “maschi” colpevoli in quanto tali delle violenze di genere. Che lo siano, cioè, a prescindere, privandosi così d’individuare e combattere le cause del fenomeno che, almeno in Europa (e nell’Occidente democratico in generale), non risiedono né nella famiglia né tantomeno nella “cultura del patriarcato”, bensì nella dissoluzione sociale e nel carattere ideologico o, perlomeno, stereotipo, delle modalità di presentazione, relazione e comunicazione alle giovani generazioni della c.d. identità di genere.

Due dati presenti nel Report della FRA militano in questo senso. Si tratta di quello relativo alla percentuale delle violenze fisiche subite dalle donne che hanno origine da parte di un “partner domestico”, ovvero nel contesto familiare (19,3%), inferiori rispetto al numero di quelle subite da una “persona diversa dal proprio partner” (20,2%), e la prevalenza della violenza fisica e sessuale subita da donne per mano di partner disoccupati rispetto a quelli occupati (17,4% contro 10,7%). Il che a confermare che, prima di identificare (e di conseguenza colpevolizzare) sempre e comunque la famiglia come luogo di prevaricazione dell’uomo nei confronti della donna, è spesso la crisi economico-sociale e la conseguente alienazione psicologica ed etica che ne deriva, a costituire uno dei fattori scatenanti delle violenze, comprese quelle di genere.