Sono trent’anni che bruciano streghe e che negano la libertà di insegnare

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Angela Pellicciari

Tempi n. 9 del 23 febbraio 2006

Il caso “Angela Pellicciari”, scrupolosa docente che fa studiare consultando le fonti e che è stata dipinta come negazionista e nazista

di Emanuele Boffi

Nel gap fra la mostrificazione della professoressa che insegna a studiare sui testi e le lezioni sull’affettività ridotte a tecniche di penetrazione anale, sta tutta l’idiosincrasia della scuola italiana per la questione educativa. Perché un’insegnante che abitua i suoi alunni a confrontarsi coi testi è una nazista, mentre uno psicologo che erudisce dei tredicenni alle più proficue tecniche di masturbazione, contraccezione e kamasutra va considerato come l’indispensabile contributo dell’esperto alla corretta istruzione “sull’affettività”? (vedi a pagina 16)

«Certo – ha scritto Paola Mastracola – c’è un piccolo problemino che soggiace a tutto questo discorso: bisognerebbe, per educare, sapere almeno in linea di massima che cosa è giusto e che cosa è sbagliato e quali sono le vie buone dove vorremmo condurre i nostri figli; ma questo è esattamente ciò che non sappiamo più, e questa è esattamente la sfida che ci attende» (“Limitare i figli? è un dovere dei genitori”, La Stampa, 27 gennaio). Una sfida che, secondo Giorgio Israel, «pone al centro la parola che dovremmo incidere sulla pietra davanti agli occhi delle famiglie e dei cittadini: “educazione”. Educazione e non indottrinamento di nozioni. (…)

Quell’appello (“Se ci fosse un’educazione del popolo tutti starebbero meglio”, ndr) dovrebbe tornare al centro del dibattito, fino all’ossessione, se ancora esiste qualche residua speranza di ridare al nostro paese un sistema educativo degno di questo nome» (“Il peccato grave della professoressa Pellicciari è di credere ancora alla libertà d’educazione”, Il Foglio, 16 febbraio).

Che cosa è successo?

«L’attacco contro di me è fallito» dice a Tempi Angela Pellicciari che porta ancora nel linguaggio e nel tono i postumi di una settimana difficile in cui è stata dipinta come una strega nazicattolica. «Che farò adesso? Non lo so. Per ora ho preso due giorni di aspettativa».

Alla trasmissione “Otto e mezzo” di giovedì 16 febbraio ha assicurato di essere intenzionata a «continuare a insegnare ancora per un anno e poi andrò in pensione. Potevo già farlo l’anno scorso, ma poi gli studenti delle mie classi mi hanno chiesto di rimanere. E poi? Non so». Angela Pellicciari è una insegnante appassionata al suo lavoro, un reperto del paleozoico nel mondo della scuola moderna; una docente ancora convinta che la sua sia una vocazione; una storica di sicuro prestigio che ha anteposto alla carriera nelle aule universitarie quella sui banchi del liceo.

Insegna Storia e Filosofia al liceo romano Lucrezio Caro ed è un’ex sessantottina convertita al cattolicesimo (fa parte del movimento dei Neocatecumenali); ha collaborato a diversi programmi Rai e pubblicato nel 1998 Risorgimento da riscrivere (Ares), un libro che suscitò curiosità e apprezzamento fra gli addetti ai lavori. Del 2000 è L’altro risorgimento. Una guerra di religione dimenticata (Piemme) e del 2003 I panni sporchi dei mille (Liberal). Scrive su Avvenire, Studi cattolici, Il Timone e conduce una trasmissione radiofonica su Radio Maria.

Per descrivere il proprio caso ha detto in tv che «una mattina mi sono svegliata e ho scoperto di essere nazista». La mattina è quella di domenica 12 febbraio, quando sui quotidiani nazionali si racconta che la professoressa è stata accusata di «negazionismo» in quanto avrebbe costretto gli studenti della sua V F ad adottare come testo Le conversazioni segrete di Hitler, libro che raccoglie i monologhi privati del Führer con i suoi ospiti nel quartier generale di Rastenberg e poi in quello di Vynica, dal ’41 al ’44.

Il volume è prefato da Franco Freda, tipetto poco raccomandabile con quindici anni di condanna per associazione sovversiva e bombe sui treni. Secondo quanto riportato dalla stampa, un gruppo di genitori l’avrebbe accusata di «insegnamento ideologico»; il preside, Riccardo Orlanducci, avrebbe fatto ritirare immediatamente il testo rivelando che «già ad ottobre c’erano stati problemi nei suoi metodi»; si sarebbe in attesa di un’ispezione da parte del Ministero.

Alcuni studenti raccontano che la Pellicciari descriveva il fascismo come un regime che «non ha mai fatto morti» e che nei primi giorni di scuola aveva condotto un sondaggio fra di loro per sapere «chi fosse cattolico e chi ateo». Ultimo sfregio dell’impresentabile docente: si sarebbe rifiutata di far intervenire durante le ore di lezione un sopravvissuto della Shoah, Piero Terracina.

Il solerte Veltroni

In quel giorno e nei successivi i quotidiani accostano il suo nome a immagini del Führer e a titoli di questo tipo: “Il preside contro la prof: via i testi di Hitler” (Corriere della Sera); “Libro su Hitler, il preside lo ritira”, “Hitler in classe, l’accusa degli storici” (Repubblica); “Via il libro di Hitler dalla scuola” (Il Messaggero).

Il Manifesto propone un’intervista il cui tono delle domande è: «Auschwitz la conosce? Le baracche e i forni di Birkenau li ha visti?». Su Repubblica esce un’intervista a Terracina che esprime la sua «profonda indignazione», assicura di «essersi levato un peso dal cuore» quando ha ricevuto la telefonata del preside che lo invitava a scuola per una testimonianza davanti agli studenti di tutte le classi, si augura di non incontrare la professoressa «ché rischierei di prenderla a brutte parole».

Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, interviene sul caso: «Sono molto dispiaciuto per quanto accaduto. Conosco i ragazzi, sono venuti con me ad Auschwitz e sono usciti turbati dall’immersione nel dolore della shoah». Maria Coscia, assessore alla scuola del Campidoglio, si spinge più in là: «Ciò che è successo è inaccettabile. è necessario che l’Ufficio scolastico attivi accertamenti».

La direttrice dell’Ufficio scolastico, Maria Maddalena Novelli, dispone un’ispezione da parte di un’esperta in storia per valutare i metodi della docente. Il preside, da par suo, senza confrontarsi con la collega, dichiara ai giornali: «Quel libro verrà immediatamente tolto. Io non avrei mai dato quel tipo di lettura agli studenti perché non so come avrebbero potuto interpretarla».

Gli storici si dividono. Per Vittorio Vidotto «la libertà d’insegnamento deve essere preservata»; per Nicola Tranfaglia «è una vicenda inquietante. Questa è una storiografia che non si può definire revisionista perché è proprio negazionista. La professoressa ha cercato di imporre una sorta di obbligo alla fede cattolica, obbligo al di fuori della nostra Costituzione»; per Lucio Villari meglio avrebbe fatto la Pellicciari ad usare un’edizione del testo «di Longanesi che non quella con la prefazione di Freda»; Giovanni Sabatucci dice che «non c’è niente di male a far leggere tali brani. Ma diventa assai grave insegnare cosa è stato il nazismo solo sulle frasi di Adolf Hitler».

Come è andata veramente

La professoressa Pellicciari oggi non ne vuole più parlare. Dice a Tempi: «Quel che mi è sempre interessato è cercare di costruire nei miei alunni uno spirito critico, creare in loro anticorpi che li preservino dagli indottrinamenti. I ragazzi d’oggi non hanno radici, sono anestetizzati, sono vittime della demagogia dominante. Per questo occorre educarli a tenere sempre vigile e allenato il loro spirito critico. La mia insistenza “all’andare ai testi”, a ragionare con la propria testa, è proprio per aiutarli a imparare a leggere le parole, formandosi ognuno, a seconda della propria libertà e personalità, un giudizio su quel che studia».

In realtà la Pellicciari ci aveva pure provato a spiegarsi e a rintuzzare quell’immagine da strega nazista che le era stata ritagliata addosso. Aveva scritto una lettera aperta a tutti i quotidiani che avevano trattato il suo caso. Ma solo due su cinque hanno pubblicato la sua missiva. Il Corriere della Sera l’ha fatto sulle pagine della cronaca romana e non sull’edizione nazionale, dove l’articolo era apparso.

Vi si legge, tra l’altro: «Per spiegare la prova ontologica di Anselmo, ho chiesto agli alunni chi fosse credente e chi ateo perché potessi assegnare le parti in una specie di sceneggiata improvvisata volta a rappresentare il pensiero di Anselmo. (…) Nazismo: all’inizio dell’anno ho proposto agli alunni di affrontare i totalitarismi del XX secolo a partire dalle fonti. Essendo gli alunni d’accordo, ho assegnato ai tre gruppi di lavoro (comunismo, fascismo, nazismo), liberamente composti, le letture specifiche. Nessuno ha avuto nulla da obiettare. (…) Ritengo che la storia vada fatta sui documenti. Penso che i documenti che ho assegnato facciano emergere in modo circostanziato l’orrore dei totalitarismi del XX secolo. (…) E non ho colpa io se, per leggere Hitler in italiano, bisogna ricorrere ad un’edizione introdotta da Freda. Un’ultima precisazione: non ho voluto la presenza in classe di un sopravvissuto ai lager perché la mia azione educativa è volta a sviluppare nei ragazzi difese intellettuali, non emotive. (…) è stupefacente che ci sia chi interpreta questo modo di procedere come apologia di idee che condanno con assoluta fermezza».

L’adorazione degli studenti

Man mano che la vicenda si chiarisce, emergono le prove lampanti dell’assoluta buona fede della professoressa. Che più che una fanatica cattolica negazionista, assume i connotati di un’ottima insegnante. La Pellicciari non ha fatto adottare il testo di Freda (l’unico reperibile al contrario di quello, introvabile, edito da Longanesi), ma ha distribuito le fotocopie di tre conversazioni, quindi senza far leggere la prefazione.

Ventisei suoi alunni (12 di II A e 14 della V F) hanno scritto ai giornali: «Nonostante spesso non condividiamo alcune delle idee della professoressa, non ci riteniamo offesi dalle sue parole. Non abbiamo assistito a suoi discorsi filo-fascisti o filo-nazisti, né a episodi di razzismo o discriminazione. (…) La professoressa ha dato, quando le è stato chiesto, il suo consenso ad approfondimenti personali su altri libri non consigliati da lei ma scelti da noi e scritti da studiosi in netto contrasto con il suo pensiero».

Alcuni alunni dicono ai giornali che la loro insegnante «non è un mostro. Ha sempre sostenuto che fascismo, nazismo e stalinismo sono l’ideologia perversa del male». E sul fatto che il fascismo non avrebbe fatto morti? Non l’ha mai sostenuto, ma ha semplicemente fatto notare che «di fronte ai milioni di morti di comunismo e nazismo, il fascismo ha un bilancio di vittime molto più basso».

L’alunna che ne prende con maggior vigore le difese è Micol Nahon che così s’esprime sul Foglio: «Sono di religione ebraica e leggere di accuse di filonazismo contro la professoressa Pellicciari mi ha fatto rabbrividire. Sono stata sua alunna (…) e nei tre anni passati assieme la mia cultura e la mia religiosità sono sempre state accolte.

Il suo profondo rispetto e la sua sentita ammirazione per il mondo giudaico, radice e fondamento del cattolicesimo, ci ha avvicinate, più che porre barriere. Mi ha fatto progredire nel mio percorso ebraico di avvicinamento al mio Dio più di chiunque altro in quel periodo».

Altro suo difensore è Pigi Battista che sul Corriere della Sera la definisce «seria studiosa cattolica». Un giudizio condiviso dal suo direttore, Paolo Mieli, che il 16 dicembre ’98, al Centro culturale di Milano, presentò un suo lavoro come «bellissimo oltre che molto ben scritto». E sul medesimo valore della persona – e soprattutto sull’intangibilità dei princìpi della libertà d’insegnamento e della facoltà di criticare sì i testi, ma non di proibirli – si pronunciano Ernesto Galli Della Loggia, Gianni Berardinelli, Giorgio Rumi, Piero Craveri.

A ben vedere, infatti, sul rogo non è stata bruciata solo la strega cattolica, ma soprattutto ciò che sancisce il primo articolo del Testo Unico («Ai docenti è garantita la libertà d’insegnamento intesa come autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente»). Ci manca solo che siano i genitori, i giornali, un sindaco o un preside a decidere della libertà del docente.

Pensateci, che voi siate cattolici, musulmani, fascisti o comunisti.