Non basta Keynes per risolvere la crisi

euroStudi Cattolici n.653 gennaio 2014

Roberto Giorni

Ai nostri giorni, nei Paesi dell’Occidente, si è imposta l’idea che lo Stato costituisca l’istituzione di ultima istanza contro i rischi economici. Tenendo conto di questo pregiudizio di gran parte dell’opinione pubblica, è poco credibile che i leader politici dichiarino, come dovrebbero fare, che un’economia libera implica che tutti (singoli, imprese, banche ecc.) siano responsabili, facendosi carico del rischio di fallimento.

Poiché i mass media e i politici, di fronte ai problemi della crisi economica, con rare eccezioni sostengono — a volte con discutibile sicurezza — la necessità di una posizione decisamente statalista o keynesiana (in linea con economisti come Bernanke, Krugman, Stiglitz ecc.), per il cittadino non addetto ai lavori non è facile formarsi una propria idea nella complessa situazione. Nello spazio di questa nota, vorremmo fornire alcuni elementi che potrebbero forse facilitare un primo orientamento da parte del paziente lettore.

Lo «schema di Ponzi»

Gli economisti chiamano «schema di Ponzi» (che prende il nome da Charles Ponzi, immigrato italiano negli Usa che applicò lo schema truffaldino coinvolgendo circa 40.000 persone) il patto con un soggetto che promette interessi altissimi a chi gli presta denaro e paga non con i guadagni derivanti da attività produttive o finanziarie, ma con le somme versate dalla catena dei successivi investitori. Il meccanismo, evidentemente, è precario e si interrompe quando la quantità di interessi da pagare è talmente elevata che non è più sostenibile dai nuovi partecipanti al sistema.

L’esempio attuale più noto in proposito è costituito dal sistema pensionistico «a ripartizione», con il quale si pagano le pensioni con i contributi dei lavoratori attivi (non, invece, «capitalizzando» la somma dei contributi dei singoli lavoratori). Tra i problemi creati da questo sistema ricordiamo le difficoltà di copertura delle pensioni nei periodi di crisi economica e nel caso di invecchiamento della popolazione che riduce il numero dei lavoratori attivi.

Un altro esempio ci viene fornito da Bernard Madoff, ex presidente del NASDAQ (la Borsa elettronica di New York dei titoli tecnologici e di altri settori), arrestato nel 2008 per aver creato una truffa di circa 60 miliardi di dollari attirando nella sua rete, sul modello di Ponzi, alcuni fra i maggiori istituti finanziari mondiali.

Ancora debito?

Keynes — tradotto in pillole — dice che il reddito collettivo che si spende è uguale a quello che si guadagna, mentre gli investimenti non dipendono dal mero calcolo economico ma dalla psicologia degli investitori (da quelli che chiama i loro «spiriti animali»). L’equazione keynesiana di base, Y = C + I, ci dice che il Reddito nazionale o prodotto nazionale (Y) è uguale alla somma di consumi (C) e investimenti (I). Da questa equazione si giunge alla conclusione secondo cui, in un eventuale Reddito nazionale di «equilibrio», la presenza di disoccupazione è causata da un basso livello di consumo, ovvero da un eccesso di risparmio.

La soluzione – nel modello keynesiano – consiste nell’aumentare la spesa, aggiungendo alla spesa privata una cospicua spesa pubblica (G), finanziata dal deficit statale. In questo modo si otterrebbe un nuovo livello di reddito di equilibrio (Y = C + I + G) che eliminerebbe la disoccupazione (equilibrio di piena occupazione).

A queste prescrizioni che per i politici, dal loro punto di vista, erano e sono una manna dal cieIo, nel secondo dopoguerra si è aggiunta un’altra idea alla moda rappresentata dalla «curva di Phillips». Questa curva, ricavata non da un significativo ragionamento teorico di scienza economica, ma da una regolarità statistica che un ingegnere di nome Phillips aveva creduto di individuare, portava a concludere che il livello di occupazione risulterebbe tanto più elevato quanto maggiore fosse il tasso d’inflazione. In questo modo i deficit pubblici venivano legittimati dalla teoria keynesiana, mentre le politiche monetarie espansive erano avallate dalla curva di Phillips, poiché l’inflazione deriva da un eccesso di creazione monetaria.

A questo punto emerge una domanda. La prosperità mondiale può essere basata sul debito pubblico? Da tempo, in effetti, gli Stati Uniti sostengono il PIL gonfiando il debito pubblico. L’operazione prosegue perché la Federai Reserve (FED), la Banca centrale americana, continua nell’acquisto illimitato di titoli del debito pubblico, eufemisticamente chiamato «alleggerimento quantitativo» (quantitative easing), e mantiene dal dicembre 2008 i tassi d’interesse sui prestiti interbancari tra lo 0 e lo 0,25%.

In questa situazione, tra l’altro, si registra una fastidiosa insistenza con cui economisti anglosassoni e analisti finanziari tentano di screditare l’euro, prospettando un problematico futuro. L’impressione è confortata dalla posizione ipocrita dell’amministrazione americana e del governo britannico nel desiderare (tiepidamente) che l’Eurozona tenga «la sua economia in ordine», dimenticando che la crisi finanziaria del 2008 – la maggiore dopo quella del ’29 – è scaturita dall’altro lato dell’Atlantico.

Infatti, come sottolinea Jesus Huerta de Soto, «la causa della crisi è dovuta all’incosciente ed espansionistica politica monetaria perseguita dalla Federai Reserve per anni, i cui effetti si sono diffusi nel resto del mondo attraverso il dollaro, che è ancora utilizzato come valuta di riserva internazionale». Inoltre, continua l’economista spagnolo, «c’è un’insopportabile pressione per l’Eurozona affinchè introduca politiche monetarie tanto espansio-nistiche e irresponsabili quanto quelle adottare negli Stati Uniti. E questa pressione è doppiamente ipocrita, dal momento che una tale evenienza darebbe senza dubbio il colpo di grazia alla moneta unica europea» (In difesa dell’euro: una prospettiva austriaca, www.vonmises.it, 21.6.2012).

Per la linea permissiva seguita (che crea bolle finanziarie e il rischio di iper-inflazione), il capo della FED Ben Bernanke viene soprannominato «Helicopter» dai suoi detrattori, poiché la sua politica monetaria (quantitative easing) corrisponderebbe in sostanza a «gettare dollari dall’elicottero». Bemanke lascerà prossimamente il posto alla sua vice Janet Jellen (scelta da Obama), considerata «espansiva» almeno quanto lui.

Da fine gennaio, ultima manovra dell’uscente Presidente della FED, si attua l’avvio morbido del tapering off– ossia l’acquisto mensile di titoli scenderà da 85 a 75 miliardi di dollari — che, in sostanza, per il momento non cambia la situazione. In questo contesto alcuni osservatori parlano, senza mezzi termini, della presenza del più grande «schema di Ponzi» della storia: FED emette moneta à acquista titoli del debito pubblico à i titoli americani vengono acquistati anche da altre Banche centrali (di Cina, Giappone, Gran Bretagna ecc. ) à FED emette moneta à E così via. La situazione, tra l’altro, sta creando problemi anche al renminbi, la moneta della Cina.

Quantità o prezzi relativi?

Un’altra osservazione elementare ci porta a rilevare che la crisi del 2008 non trova spiegazione nella teoria keynesiana. La crisi in effetti non si può spiegare con un’insufficienza della domanda globale perché in realtà, al contrario, c’è stato un eccessivo indebitamento delle famiglie (per l’acquisto della casa ecc.) che alimentava una forte domanda. Tuttavia, il governo americano ha continuato nella politica ispirata al rafforzamento della domanda, secondo le teoria keynesiana. La contraddizione peraltro viene sottolineata dall’economista Pascal Salin che rileva «l’incoerenza nel voler correggere un fenomeno senza conoscerne le cause» (Ritornare al capitalismo per evitare le crisi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, p. 105).

Infatti anche alcuni manuali elementari di economia non accettano la dicotomia che la teoria keynesiana introduce tra la «domanda globale» e la produzione globale. E portano l’esempio di un Paese a economia aperta (che potrebbe essere l’Italia) nel quale i produttori interni sono di fronte a una domanda globale quasi illimitata, data dalla domanda mondiale. E in questa situazione, in presenza della disoccupazione, si pone la questione: perché tali produttori non incrementano la produzione di fronte a una domanda senza limiti? La risposta non è complicata: i produttori non producono di più perché non vogliono farlo. Diversamente, tenuto conto del livello dei prezzi dei differenti prodotti sul mercato mondiale, produrrebbero in perdita. In sostanza, non si tratta di un problema di quantità, ma di un problema di prezzi relativi.

Inoltre non è accettabile la ricetta keynesiana che prescrive l’aumento del deficit del bilancio statale. In realtà, per incrementare la spesa pubblica senza aumentare le imposte, lo Stato deve indebitarsi. Ciò significa che i cittadini, per sottoscrivere il debito pubblico, devono rinunciare a risorse che avrebbero dedicato al consumo o all’investimento. In altri termini, la «domanda globale» aumenta, a causa del deficit pubblico, e diminuisce nella stessa proporzione a causa della riduzione del consumo e dell’ investimento. Di conseguenza si verifica il cosiddetto «spiazzamento» di un settore a vantaggio di un altro, delle imprese private a vantaggio della pubblica amministrazione. In sostanza, lo Stato trasferisce risorse, non ne crea di nuove.

Risparmio fittizio

Un ulteriore aspetto problematico riguarda il risparmio creato dal nulla, quello di cui sopra emesso dalla FED: il risparmio artificiale. Accanto al risparmio volontario dei cittadini, le autorità monetarie – attraverso una politica monetaria espansiva – sono in grado di portare alla creazione di un risparmio fittizio. In questo modo si crea un conflitto tra il desiderio di consumo degli individui e un ammontare di risparmio (che provoca investimento) artificialmente accresciuto dalla politica monetaria. In altre parole, facendo credere che il risparmio disponibile sia superiore alla quantità che risulta dai desideri di consumo — tenuto conto dei limiti delle risorse esistenti (fattori produttivi, lavoro ecc.) -, le autorità monetarie provocano trasferimenti di fattori produttivi dal settore dei beni di consumo ai settori dei beni di produzione.

In sostanza, dato che il tasso d’interesse (il prezzo del tempo) viene artificialmente ridotto dalle autorità monetarie, i produttori sono indotti a finanziare progetti a lunga scadenza che, al tasso reale, non sarebbero stati redditizi. E sono eventualmente indotti a realizzare progetti a maggior rischio, per approfittare dell’invitante opportunità d’investimento. In sostanza, come sottolinea Pascal Salin, «si verifica una deformazione delle strutture produttive che porta a dare un maggior peso ai processi produttivi che si dispiegano maggiormente nel tempo».

La creazione monetaria non crea dunque solo inflazione, che implicherebbe la crescita dei prezzi nominali di tutti i beni in maniera più o meno equivalente. Essa, conclude l’economista francese, «introduce distorsioni anche nelle strutture produttive e, di conseguenza, nelle strutture dei prezzi relativi» (Ritornare al capitalismo…, cit, pp. 108-109). Riepilogando, si può dire che la politica monetaria si traduce nella distruzione dell’informazione che i prezzi reali, sul mercato, trasmettono normalmente. La deformazione di tali prezzi, di conseguenza, crea distorsioni nei calcoli economici delle imprese e nel funzionamento dei mercati. È così che si creano le «bolle». Nel caso in cui, per esempio, i fattori produttivi si spostino dai settori dei beni di consumo al settore immobiliare, poiché qui l’aumento della domanda è particolarmente forte, si forma una «bolla immobiliare» con un forte aumento della produzione di case e la rapida crescita dei loro prezzi. Questo è esattamente ciò che è successo negli Stati Uniti prima della crisi finanziaria del 2007-2008.

Gli economisti «austriaci»

Da quanto detto, sia pure in brutale sintesi, si deduce che la crisi provoca un sottoutilizzo dei fattori produttivi, perché in alcuni settori si sono sviluppate troppo le capacità produttive. Infatti, a causa dei cambiamenti provocati dalla crisi, le strutture produttive non corrispondono più alle strutture normali, ossia a quelle che sarebbero state presenti in assenza della politica monetaria espansiva. La crisi, secondo gli economisti della Scuola austriaca (Mises, Hayek, Ricossa, Huerta de Soto, Salin, Kirzner ecc.), è allora precisamente il modo per ripristinare le strutture produttive normali e non la manifestazione di un’insufficienza della «domanda globale». Ma poiché gli aggiustamenti non sono istantanei, ci vuole tempo perché i fattori produttivi che risultano inutilizzati nei settori più toccati dalla crisi (settore immobiliare, industria dell’auto ecc.) si spostino verso altri settori.

Di conseguenza, per un certo periodo di tempo si è in presenza di capacità produttive inutilizzate e disoccupazione. La situazione non è ideale, ma è sfortunatamente inevitabile. Sarebbe stato meglio non aver provocato la distorsione dei mercati, impedendo il loro regolare funzionamento.

È opportuno infine sottolineare che c’è una relazione tra la crisi finanziaria e l’attività economica, per il fatto che gli investimenti e gli acquisti di beni durevoli dei soggetti economici sono stati finanziati in larghissima parte da crediti di origine monetaria (crediti fìttizì). Quando il volume di questi crediti si restringe, perché le autorità monetarie si accorgono in ritardo dell’imprudenza commessa, anche le attività così finanziate si ridimensionano necessariamente. Ma che cosa potrebbe accadere, invece, in caso di finanziamenti fatti unicamente tramite fondi propri o crediti corrispondenti a un vero risparmio (risparmio volontario = astensione dal consumo)? Poiché non ci sarebbe alcuna ragione per una straordinaria fluttuazione di questo risparmio, la sua stabilità avrebbe confermato quella delle attività finanziate.

Cambi fissi o flessibili?

A questo punto, per completare il nostro quadro sintetico, è opportuno indicare alcuni aspetti che, dal punto di vista degli economisti della Scuola austriaca, rendono l’attuale sistema monetario e bancario incompatibile con un’autentica economia di libera impresa. La Scuola austriaca, ricorda Huerta de Soto, «ha sviluppato un’intera teoria del ciclo economico che spiega come l’espansione del credito (non coperto da risparmio reale), orchestrata dalle banche centrali, generi crisi economiche». Inoltre, sottolinea l’economista spagnolo, «la medesima scuola ha descritto l’evoluzione spontanea del denaro e l’intervento coercitivo dello Stato, incoraggiato da potenti gruppi d’interesse, col conseguente allontanamento generale dal mercato che ha danneggiato la naturale evoluzione delle istituzioni bancarie» (In difesa dell’euro…, cit., p. 1).

Sulla base di questo lavoro di ricerca, per gli economisti austriaci:

1) il monopolio statale della coniazione della moneta non risulta necessario, né vantaggioso;

2) è opportuna l’abolizione delle banche centrali;

3) le banche devono tornare al coefficiente di riserva (o di cassa) del 100% (intera copertura dei depositi a vista, non copertura parziale). Diversamente, come documenta Carlo M. Cipolla, proprio la creazione di credito fittizio fu la causa della prima «bolla finanziaria», avvenuta a Firenze tra il 1342 e il 1346, che provocò una pesante recessione economica col fallimento di tutte le banche con riserva parziale (// fiorino e il quattrino, il Mulino, Bologna 1982, pp. 9-18). Recenti ricerche, peraltro, hanno portato alla luce documenti riservati dei Medici dai quali risulta che le loro banche operavano con un coefficiente di riserva pari al 10%.

Queste indicazioni degli economisti austriaci tendono a limitare il cosiddetto «nazionalismo monetario». Ciò è possibile escludendo la possibilità che ogni Paese possa svolgere una propria politica monetaria; escludendo le politiche inflazionistiche di espansione monetaria; e, in sostanza, cercando di realizzare un quadro monetario che disciplini i gruppi di pressione, economici e politici, i governi e i sindacati. Il punto dolente riguarda l’attuale vigenza dei tassi di cambio flessibili (con i quali i governi modificano artificialmente il valore della moneta nazionale rispetto alle monete estere) che consentono l’espansione del credito con relativa inflazione e le svalutazioni competitive.

 In altre parole, quando un Paese svaluta la moneta, le sue merci sui mercati esteri costano meno: questo fatto favorisce le esportazioni e momentaneamente anche l‘occupazione interna del medesimo Paese; la situazione opposta si verifica nei Paesi importatori che, per ritorsione, sono costretti a svalutare le rispettive monete. È questo il modo per creare problemi negli scambi internazionali.

È opportuno osservare che, con i tassi flessibili, l’effetto di un aumento della quantità di moneta in circolazione sul livello dei prezzi interni è troppo lento per essere subito visibile e addebitabile ai politici responsabili. Inoltre, l’inflazione è spesso preceduta da un incremento dell’occupazione; ciò consente di accettarla, perché i suoi effetti nocivi non si rendono visibili immediatamente e per i quali pagheranno i cittadini (con nuove imposte e inflazione). In altre parole, con l’inflazione i politici possono dare «tutto a tutti» nascondendo il costo delle politiche.

I tassi di cambio fissi (che non consentono svalutazioni artificiali della moneta), invece, per F.A. von Hayek, «costituiscono il freno insostituibile per costringere i politici e le autorità monetarie a mantenere una moneta stabile» (Unemployment and Monetary Policy, Cato Institute, S. Francisco 1979, p. 9). I vari governi, negli anni Trenta del XX secolo, abbandonarono il sistema monetario gold standard (caratterizzato da cambi fissi e moneta coperta dalla riserva aurea) perché desiderosi di inflazionare prezzi e salari interni per stimolare le esportazioni e frenare le importazioni. Il sistema aureo non crollò, furono i governi a distruggerlo. Dal loro punto di vista la stabilità dei tassi di cambio era solo un impedimento alle loro libere manovre monetarie.

Solo se si adottano tassi di cambio fissi, i governi sono obbligati a dire la verità ai cittadini. Questa scelta non presenta alternative perché per i politici, scrive Huerta de Soto, «la tentazione di fare affidamento sull’inflazione e sui tassi flessibili, al fine di evitare il “costo politico” degli aumenti delle tasse impopolari, è molto forte, praticamente distruttiva» (In difesa dell’euro…, cit, p. 4). D’altra parte, anche se non c’è un gold standard, i tassi di cambio fissi limitano e disciplinano l’azione arbitraria dei politici per il fatto che una svalutazione della moneta risulterebbe politicamente imbarazzante, perché avvertita subito dagli elettori.

Difesa dell’euro?

Prima del 2002, l’anno di entrata in vigore dell’euro, in caso di crisi economica governi e banche centrali adottavano un comportamento uniforme: emissione di moneta in dosi massicce, svalutazione esterna della moneta per favorire le esportazioni e rinvio a tempo indeterminato delle necessarie riforme strutturali (liberalizzazione dell’economia, aumento della flessibilità di prezzi e mercati, riduzione della spesa pubblica e smantellamento dello Stato sociale). Con l’euro questo comportamento di fuga dalla realtà non è più possibile. In altri termini, con la scomparsa dei cambi flessibili gli Stati dell’Eurozona hanno perso la possibilità di manipolare la moneta al servizio del governo del momento: l’euro continua ad agire come il sistema gold standard ai suoi tempi.

Inoltre, l’arrivo della pesante recessione del 2008 ha dimostrato l’effetto disciplinante dell’adozione dell’euro. Per la prima volta i Paesi della moneta unica si sono confrontati con una severa crisi economica, senza una politica monetaria interna autonoma: innanzi tutto, il ricorso alla tassa dell’inflazione è stato fermato. Per esempio, scrive Huerta de Soto, «per la prima volta, grazie all’euro, la Grecia è forzata [a fare “i compiti a casa”] ad affrontare le sfide che il futuro le ha posto.

Sebbene gli scettici monetaristi e i recalcitranti keynesiani non vogliano riconoscerlo, la deflazione interna è possibile e non comporta alcun “ciclo perverso” se è accompagnata da importanti riforme per liberalizzare l’economia e recuperare competitivita» (In difesa dell’euro…, cit, p. 5, nota 8). In questa cornice, la precedente caduta dei governi dell’Irlanda, Grecia, Portogallo, Italia, Spagna e Francia, rispetto all’accusa di carenza di democrazia, ha dimostrato l’esatto contrario perché si è rivelata come la svolta che ha permesso di ritrovare un elevato livello di rigore, trasparenza di bilancio e salute democratica che l’euro sta incoraggiando nei Paesi che lo adottano. Dalla fine di novembre 2013, ricordiamo in proposito, la Spagna è stata portata dall’agenzia internazionale Standard e Poor’s dal rating «negativo» a «stabile», perché anche i suoi governanti hanno fatto responsabilmente «i compiti a casa», realizzando alcune riforme strutturali.

Infine, di fronte ad alcuni politici di casa nostra che mostrano sicurezze degne di miglior causa nell’invocare l’uscita dell’Italia dall’euro, è opportuno riflettere sulle conseguenze che comporterebbe una tale scelta. «L’abbandono dell’euro», ci avverte Huerta de Soto, «richiede l’introduzione di una nuova moneta con un minore e sconosciuto potere d’acquisto. Moneta che provoca necessariamente l’emersione di immense distorsioni che il cambio comporterà per tutti gli attori del mercato: debitori, creditori, investitori, imprenditori e lavoratori» (cit., p. 6).