Nei reticolati dello Stato Servile

Ricognizioni 11 Novembre 2025

Matteo Mazzariol

Viviamo in uno Stato Servile e dobbiamo trovare la strada per uscirne. Nel suo libro Lo Stato Servile, del 1912, Hillaire Belloc, uno dei fondatoril insieme a G. K Chesterton e al padre domenicano Vincent McNabb, del Distributismo, aveva precisato chiaramente di che cosa si tratta. In estrema sintesi: nel corso della storia si è creata una perversa alleanza tra liberal-capitalismo e social-comunismo finalizzata a una sostanziale riduzione in schiavitù della popolazione, dove per schiavitù si intende tecnicamente la progressiva sottrazione di proprietà dei mezzi di produzione e di una reale partecipazione politica.

Tale alleanza ha dato origine allo Stato Servile, una condizione in cui il grande capitale di fatto controlla il grande Stato per controllare e dominare a sua volta i cittadini. Basta guardare con occhi obiettivi quanto oggi succede nello scenario nazionale ed internazionale per prendere atto di quanto sia realista tale visione. Il cittadino medio ha oggi capito benissimo che il sistema dei partiti è totalmente succubo rispetto all’alta finanza, ai mercati e alle varie oligarchie economiche, che si ritrovano in consessi internazionali quali il World Economic Forum di Davos, il Gruppo Builderberg, il Council for Foreign Relationship, il Club di Roma e molti altri. Tale comprensione produce come principale conseguenza il non voto e la perdita di fiducia nella politica stessa, ormai oggi fattore endemico in tutti i Paesi del mondo occidentale.

All’interno dello Stato Servile il concetto stesso di “economia” è stato completamente stravolto. Mentre nel pensiero classico per “economia” si intendeva la “legge” (nomos) della “casa” (oikia), cioè la scienza volta a preservare il benessere e la prosperità della famiglia, nello Stato Servile “economia” è diventata essenzialmente quello che nella visione classica veniva invece espresso con il termine di “cremastica”, cioè “l’arte di arricchirsi”, una forma degenerata e immorale dell’agire economico, la cui diffusione pervasiva rappresenta una minaccia per l’ordine ed il benessere della società.

Lasciamo comunque parlare i dati. Secondo una recente indagine dell’Istat nel 2024 il numero totale di aziende attive in Italia era di 5.083.500, tra grandi, medie e piccole. Di queste, la grande maggioranza è rappresentata da microimprese, cioè aziende con meno di 10 addetti, tra cui professionisti, ditte individuali o aziende a conduzione familiare.

Un’indagine Istat, del 2023, ha evidenziato un’impennata al ribasso per quanto riguarda il numero dei lavoratori indipendenti. Mentre nel 2004 tali lavoratori erano 6.252.000, nel 2023 ne erano rimasti solo 5.045.000, con un calo di circa il 17%. Una vera e propria ecatombe è stata quella degli artigiani, che, secondo i dati Istat, sono calati del 22% negli ultimi 10 anni.

È quindi incontestabile che il trend in atto sia quello di una progressiva e costante erosione del numero di lavoratori indipendenti a favore di quelli dipendenti. Ed è anche incontestabile che il lavoratore dipendente – lo dice la parola stessa – si ritrovi in una condizione di inferiore libertà lavorativa rispetto a quello indipendente, assecondando così i dettami dello Stato Servile.

Non solo. Ciò che in costante riduzione non è solo il numero di lavoratori davvero liberi, ma lo sono anche i leciti guadagni che questi possono acquisire per mantenere se e la propria famiglia. Se nel 1400 un artigiano inglese aveva un reddito che gli consentiva di fornire il necessario a una famiglia numerosa lavorando solo 8 mesi all’anno, l’artigiano medio oggi non è in grado di far fronte alle esigenze di una famiglia nucleare lavorando 12 mesi all’anno, feste comprese.

Il ricorso al lavoro femminile, quindi, non è tanto una conquista della società moderna, ma un’amara necessità a cui le maggior parte dei nuclei familiari sono obbligati per arrivare alla fine del mese. Far passare un’amara necessità per una conquista è uno dei tanti artifizi psicologi operati dallo Stato Servile.

In nome della libertà del mercato e della “mano invisibile” dell’interesse personale, entusiasticamente supportata da Adam Smith, si osserva così con indifferenza il fenomeno gravissimo della costante perdita del potere di acquisto del reddito medio, sia di dipendenti sia di autonomi, e nulla si fa per fermare ed invertire tale tendenza innaturale.

Ancora. L’economia dello Stato Servile accetta come un dato di fatto naturale ciò che è invece contrario ad ogni principio di giustizia sociale ed equità, il fatto cioè che la creazione e la gestione del denaro sia oggi monopolio del cartello privato delle banche invece che di legittimi rappresentanti politici del corpo sociale. In questo modo il denaro-debito bancario, un denaro cioè che viene creato dal nulla dal sistema bancario stesso come debito di Stati, imprese e cittadini con tanto di interessi, di fatto paralizza alla radice ogni libero sviluppo delle potenzialità produttive dei vari territori, imponendo a questi stessi Stati, imprese e cittadini un fardello artificiale di debito; la maggior parte di tale debito viene ripagato attraverso il braccio fiscale dello Stato, cioè attraverso le tasse, lo strumento legalizzato attraverso cui preleva i soldi dal corpo sociale per consegnarlo alle banche. Evidente qui al massimo grado quell’alleanza grande Stato-grande capitale propria dello Stato Servile.

Anche in questo artifizio anonimo e convenzionale che si chiama denaro-debito bancario, volutamente tenuto al di fuori dell’attenzione dell’opinione pubblica, emerge in tutta la sua evidenza il progetto dello Stato Servile: sottrarre ogni possibile sfera di libertà economica al corpo sociale, spossessandolo lentamente e progressivamente della proprietà dei mezzi di produzione – da cui sola può nascere la vera libertà economica.

Ovviamente una tale forma di economia, quella dello Stato Servile, può essere attuata solo in un regime di mancanza di partecipazione politica reale dei cittadini e tale regime è stato costruito ad arte dall’oligarchia economico-finanziaria al potere attraverso un ulteriore colossale inganno: quello di convincere i cittadini che il sistema dei partiti sia la massima forma di libertà politica possibile, a cui non esiste nessuna alternativa possibile.

Il Distributismo viceversa, basandosi sulla retta ragione e sul sano realismo, sa benissimo che le cose non stanno così. Un’alternativa allo Stato Servile, alla sua “economia” e al sistema dei partiti di fatto non solo esiste, ma va assolutamente e perentoriamente percorsa e attuata.

Non si tratta di inventare nulla di nuovo, ma di riorientarci intorno al senso comune e alla ragionevolezza, di rimettere al centro dell’agire politico il concetto di economia e di moneta che ha costituito il perno della vita economica e politica occidentale per secoli, prima che i fumi ideologici del liberal-capitalismo e del social-comunismo infettassero le menti dei popoli con miraggi e messianismi economici, politici e sociali di vara natura, che hanno prodotto mali, crisi, instabilità senza fine.