«Guardiamoli»

immigratiTracce n.5 maggio 2011

L’ondata dal Nordafrica ci ha colti alla sprovvista. Ma per il filosofo Fabrice Hadjadj, più che tamponarli dovremmo entrare negli interrogativi radicali che comporta. Se non vogliamo che l’Europa abortisca se stessa

di Alessandra Stoppa

La catastrofe non sono gli sbarchi. La catastrofe è una gestione «solo materiale» del problema. Non per sciocco spiritualismo: a seguire il ragionamento del filosofo francese Fabrice Hadjadj sull’emergenza immigrazione si afferra un impeto molto concreto, addirittura «al di sotto della cintura». E senza il quale l’Europa finirà per abortire se stessa.

L’ondata umana dal Nordafrica ci ha colti di nuovo tutti alla sprovvista, governi e opinione pubblica. Come dimostrano il ripiegamento degli Stati su se stessi, le miopie e i tentativi perdenti di dare soluzione. Ma per Hadjadj «la catastrofe» è proprio qui: siamo spinti «a cercare una soluzione» e non entriamo nelle domande radicali che il problema porta con sé. Innanzitutto, quella di «un approfondimento umano del nostro sguardo».

Perché c’è questa incapacità di affrontare il problema immigrazione?

Se l’mmigrazione ci prende sempre alla sprovvista, è per almeno due ragioni. In primo luogo, non si tratta di un problema nazionale, ma internazionale. L’immigrato è prima di tutto un emigrante, uno che ha lasciato il proprio Paese per uno straniero. La questione fondamentale dunque è: perché ha lasciato il proprio Paese? Pensare unicamente all’immigrazione senza riflettere sull‘emigrazione è come pretendere di arrestare un’emorragia con dei pannicelli, quando occorrerebbe suturare la ferita.

Ancor più, significa non considerare l’immigrato nel contesto della sua storia particolare. E ridurlo, di conseguenza, a un’entità astratta, sulla quale può convergere qualunque compassione come qualunque odio. Sia egli oggetto di compassione o di odio, resta sempre un oggetto, qualcosa su cui proiettiamo i nostri desideri o le nostre paure, e non un soggetto, una persona responsabile con la quale entrare in dialogo.

La seconda ragione?

È che si tratta di un dramma, piuttosto che di un problema. Pensare di risolvere definitivamente l’immigrazione affrontandola come un “problema” ci spinge a cercare una “soluzione”, forse addirittura una “soluzione finale”. Non possiamo dimenticare, con le dovute proporzioni, che il Terzo Reich aveva posto a tema la questione delle popolazioni in termini di limitazione di risorse e di spazio vitale, e si era proposto, forse anche con buona intenzione, di dare una soluzione tecnica e assoluta a questo problema. Ora, ciò che è in gioco qui non sono degli animali da parcheggiare né dei numeri da gestire, ma delle famiglie, dei volti sui quali vediamo la disperazione, che quindi sono il riflesso del volto di Cristo.

Che cosa implica questo?

Non vuoi dire che si debba lasciare andare le cose: non si pone rimedio alla disperazione degli stranieri gettando se stessi nella disperazione. Ma implica che una gestione solamente materiale, come se si trattasse di un trasporto di merci, è una catastrofe. L’immigrazione comporta dunque una dimensione mondiale e un approfondimento umano del nostro sguardo. È facile capire che nell’era della superficialità generalizzata essa pone una domanda radicale e pressoché insolubile.

È per questo che il dibattito oscilla sempre fra paura e indifferenza?

Di fronte a una domanda difficile, è normale sia che si abbia paura, sia che si cerchi di sottrarvisi. Ma qui la paura e l’indifferenza hanno la stessa origine, la perdita dell’identità. La società mercantile, e ben prima la teoria del contratto sociale, hanno ridotto l’uomo a un individuo senza origine, senza storia, senza cultura, vale a dire a un semplice consumatore: la cui libertà si riduce alla facoltà di scelta fra due articoli al supermarket.

Di conseguenza, quando non siamo più sicuri di chi siamo, quando non siamo inseriti in una tradizione solida, o lo straniero ci incute timore, perché percepiamo l’immigrazione come un’invasione inarrestabile, oppure non vediamo neanche più che è uno straniero. Lo percepiamo come un potenziale lavoratore e consumatore, indipendentemente da dove venga. Pensiamo che come noi finirà per guardare telefilm americani e mangiare hamburger.

Perché la paura nasce dal non sapere “chi siamo”?

Non sappiamo come accogliere perché non abbiamo nulla da proporre; non siamo in grado di resistere a una cultura diversa perché non siamo più sicuri della nostra; e siccome non abbiamo la certezza di un valore, temiamo di rimanere persi nel numero. Oggi, comunque, a prevalere è la paura perché l’immigrazione è soprattutto musulmana. C’è una forza identitaria dell’islam nel mondo, mentre l’Europa di Bruxelles non è nemmeno capace di riconoscere le proprie radici cristiane.

Qualche anno fa, un imam estremista proclamò pubblicamente: «Attraverso le vostre leggi democratiche vi invaderemo; con le nostre leggi coraniche vi sottometteremo». È una profezia molto realistica: le leggi democratiche non permettono di contrastare una maggioranza che sia contro ogni democrazia. Anche in questo caso, in tutt’altro contesto, il fenomeno del nazismo ci offre un precedente significativo: fu un evento elettorale, conforme alle leggi democratiche, che permise il trionfo di Hitler.

Quindi, lo smarrimento davanti agli sbarchi rivela una debolezza culturale?

Sì, l’espressione “debolezza culturale” mi sembra fornire una diagnosi giusta. A causa del relativismo e del liberalismo, noi abbiamo barattato la democrazia come cultura con la democrazia come procedura. La procedura democratica conduce non già alla vittoria della giustizia sociale, ma alla vittoria della pressione demografica.

Ciò che conta è la maggioranza numerica, e questa maggioranza è spesso manipolata da un piccolo numero di agitatori capaci di sedurla. Ora, dal punto di vista dei numeri, l’Europa è in una fase di regressione totale, si è addirittura arrivati a parlare di “suicidio demografico”, che porterà al punto che le popolazioni di ceppo europeo potranno essere sostituite da immigrati dal mondo musulmano, dove la crescita demografica rimane forte. Questo processo porterà a una islamizzazione dell’Europa, quello che la scrittrice ebraica Bat Ye’or chiama “Eurabia”.

Ma è questo il problema più grave?

In realtà, ciò non porrebbe un problema così grave se noi avessimo una cultura forte, capace di resistere, ma più ancora di integrare gli immigrati. Ma è proprio questo che drammaticamente manca. Alcuni pensano che la “procedura” possa sostituire la “cultura”, e che il regno del mercato e la tecnica saranno abbastanza attraenti da risultare più forti dell’islam. Ma io non lo credo, perché il mercato della tecnica, quello che don Giussani chiama il potere, non risponde alle “esigenze del cuore”. Laddove l’islam, per la sua apertura verso una trascendenza, vi corrisponde almeno in parte.

Che cosa rivela di noi e dell’Europa il predominio della “procedura” sulla “cultura”?

Rivela una concezione tecnocratica, che ci ha fatto perdere allo stesso tempo la carne e lo spirito, vale a dire la storia e la trascendenza. L’Unione Europea si è decisamente avviata in un processo di efficienza priva di memoria e di cultura; anticulturale perché anticultuale, e anticultuale perché anticattolica. Fintanto che non ritroverà le sue radici giudaico-cristiane, l’Europa sarà impotente tanto davanti alla crescita dell’immigrazione quanto davanti alla opposta risalita dell’estrema destra.

Il catechismo della Chiesa cattolica dichiara al paragrafo 2241: «Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio Paese di origine». Ma dopo aver sottolineato il dovere dei più ricchi di accogliere i più poveri, il Catechismo passa al dovere dei poveri stessi, che è un dovere di riconoscenza: «L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del Paese che lo ospita, a obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri».

Bene! Ma cosa accade quando il Paese di accoglienza rinnega il proprio patrimonio materiale e spirituale? L’immigrato non ha più nulla da rispettare, e la consistenza della sua religione ci fa sperimentare con durezza l’indebolimento della nostra.

Qual è, dunque, la maniera più ragionevole di rispondere alla provocazione che la Storia ci sta ponendo?

La maniera più ragionevole è quella più conforme alla fede. La maniera più umana è la maniera più divina. Non sapremo vivere l’ospitalità, se non avremo una vera capacità di accoglienza; questa capacità di accoglienza è quella che ci viene insegnata da Marta e Maria a Betania, nel loro E accogliere Cristo. Sinteticamente, dopo la i caduta dei progressismi e delle loro pseudosperanze totalitarie, l’Europa deve ritrovare la vera speranza teologale, che ha costituito l’impeto alla base della sua avventura. Capite che non si tratta di spiritualismo, ma di cose molto concrete, che si collocano addirittura al di sotto della cintura.

In che senso?

Abbiamo visto sopra quanto sia importante la questione demografica. Ora, l’uomo è un animale metafisico: ha bisogno di ragioni per donare la vita. Non conosce la fregola degli animali; ecco perché ha bisogno del rituale. Non ha l’istinto automatico della procreazione; ecco perché la sua libertà deve essere sostenuta da una cultura della vita. Senza speranza, senza questa cultura della vita che reca in sé la Chiesa, perché continuare ad alimentare i cimiteri?

Tanto vale sterilizzarsi, tanto vale abortire. Se non vogliamo che l’Europa cada in questo aborto generalizzato, occorre al più presto riportare in primo piano la fecondità culturale della fede cristiana, e ribadire che solo una forte identità storica e religiosa permette una ospitalità reale.