Cristianesimo senza cristianità?

Corrispondenza romana newsletter n. 1934 del 21 gennaio 2026

Giuseppe Stevi

Nel 1809, Francois-René de Chateaubriand (1768-1848) dava alle stampe il romanzo I Martiri. Si trattava di un’opera editoriale indubbiamente innovativa, atteso che lo scrittore francese si proponeva di costruire un romanzo epico che valorizzasse, anche con peculiari richiami di carattere storico, la testimonianza dei primi cristiani. La vicenda narrata, ambientata tra la Grecia e le sue isole, a Roma e nelle Gallie dei primi anni del IV secolo, intreccia la storia di amore di un cristiano, Eudoro, e di una giovane pagana, Cimodoce, che si converte al cristianesimo e poi subisce il martirio assieme all’amato.

Nella storia compaiono imperatori e condottieri romani, angeli messaggeri e pontefici dei primi secoli, sacerdoti e sacerdotesse del paganesimo e numerosi padri della Chiesa, come san Girolamo o sant’Agostino. È una storia avvincente con la quale Chateaubriand si proponeva di rinvigorire lo spirito della civilizzazione cristiana – con i connessi aspetti di carattere culturale – del quale il cattolicesimo, specie nella Francia degli anni successivi alla barbarie rivoluzionaria e napoleonica, intendeva parlare naturalmente, nuovamente e liberamente. L’opera esalta l’atteggiamento del credente, ovvero di colui che assapora la bellezza della cristianità attraverso la certezza del messaggio cristiano e degli insegnamenti della Chiesa; questi sono il centro della testimonianza che vivifica le relazioni del discepolo di Cristo.

Riprendiamo questo spunto di carattere letterario in considerazione di un recente dibattito che la stampa ha riassunto nella formula di un“cristianesimo senza cristianità”.Questo concetto è stato attribuito al presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Matteo Zuppi, il quale, aprendo l’Assemblea generale dei Vescovi italiani dello scorso novembre, ha affermato che «la fine della cristianità non coincide con la scomparsa della fede, ma segna il passaggio a un tempo in cui la fede non è più sostenuta dal contesto sociale ed è invece frutto di una scelta personale e consapevole di adesione al Vangelo».

I concetti di cristianesimo e cristianità sono certamente distinti, ma è possibile separarli? La separazione ha un senso se si identifica la cristianità con una determinata organizzazione terrena – sociale, culturale, politica o persino partitica. In questa prospettiva, la cristianità esiste solo nella misura in cui tali strutture risultano conformi al messaggio evangelico; se questa conformità viene meno, si parla allora di fine della cristianità.

Diverso è l’approccio se si considera il cristianesimo innanzitutto come realtà spirituale, indipendente dalle forme storiche e istituzionali. Partendo da questa prospettiva, non solo si può affermare che dove c’è cristianità c’è anche cristianesimo, ma soprattutto – e in modo più profondo – che dove c’è autentico cristianesimo, lì nasce sempre anche una forma di cristianità, intesa come tensione viva e operante verso una civiltà ispirata al Vangelo.

In definitiva, la questione si chiarisce rispondendo a una domanda decisiva: da quale punto di vista guardiamo il mondo? Se lo osserviamo prevalentemente attraverso categorie sociali, culturali o politiche, rischiamo di relegare il Vangelo in secondo piano, adattandolo alle logiche dominanti. In tal caso diventa difficile annunciare con convinzione il messaggio evangelico e la Tradizione della Chiesa, e sostenere che il cristianesimo autentico genera sempre una cristianità.

Quando manca questo impegno fiducioso e autentico, si finisce per dipendere dal riconoscimento – spesso interessato – di strutture sociali o politiche talvolta ostili al cristianesimo. Il risultato può essere un cristianesimo ridotto a pratica intimistica o pietistica, privo di incisività culturale e storica, e un Credo disancorato dalla realtà, piegato a società e politiche erranti.

Al contrario, se il Vangelo e la Tradizione della Chiesa non vengono subordinati a strumenti impropri dell’agire sociale e politico, si creano le condizioni per un atteggiamento cristiano autentico, che distingua, ma non separi cristianesimo e cristianità. Non si tratta di un cristianesimo passivamente adattato al mondo, ma di un cristianesimo consapevole dell’unicità del messaggio evangelico, che opera attivamente per l’edificazione di una civiltà cristiana. Questa azione prende forma anzitutto nella vita personale e familiare, e poi si estende alle relazioni sociali e culturali, che vengono così illuminate ed evangelizzate in modo libero, trasparente e autentico, resistendo anche alle derive di quegli ambiti privi di scrupoli che rischierebbero altrimenti di imporsi.

In merito, risultano sempre incoraggianti gli indirizzi suggeriti da monsignor Henri Delassus (1836-1921) nel suo Il problema dell’ora presente. Antagonismo tra due civiltà, quando, auspicando una rinnovazione della civiltà afferma: «Perché si compia una rinnovazione è necessario e basta far rientrare nello spirito umano il vero concetto della vita. Tutto il resto verrà da sé; costumi ed istituzioni si trasformeranno quasi da sé medesime, come si sono trasformate in bene alla predicazione del Vangelo di Gesù Cristo, e si son trasformate in male al principiar dalla predicazione del Vangelo degli umanisti. Il vero concetto della vita può essere restituito alla nostra società? Cominciamo a restituirlo a noi medesimi; lavoriamo poscia ad illuminare ed a guarire quelli che ci stanno d’intorno, la nostra famiglia, la nostra parrocchia. In tal modo contribuiremo dal canto nostro a riformare la società dalla sua base» (Henri Delassus, Il problema dell’ora presente. Antagonismo tra due civiltà, Parte Seconda, Sezione Terza, Cap. XVII, Desclée e C., Roma 1907).

La soluzione, quindi, non sta in un approccio inquinato socialmente, culturalmente o politicamente, che sembra quello proprio degli “umanisti”, ma nell’abbeverarci alle fonti di Cristo, di Dio Padre e del Suo Vangelo irradiato attraverso le nostre relazioni sociali; se questo è il nostro atteggiamento, anche le declinazioni culturali, sociali, politiche e partitiche saranno cristiane; faranno parte della cristianità, in quanto libere e trasparenti conseguenze di una testimonianza autentica e non compromessa con una mondanità compiacente. Insomma, a che pro la testimonianza se ci accontentiamo del cristianesimo e diamo per scontato di fare a meno della cristianità?

Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana

Separare il concetto di cristianità dal concetto di cristianesimo può comportare il rischio di assumere atteggiamenti del tutto lontani da quelli di quei testimoni che poi furono chiamati martiri. Questo rischio sembra essere quello che sta praticando il cristianesimo di oggi nel mondo occidentale: un cristianesimo senza cristianità (o, si potrebbe anche dire, senza desiderio della cristianità), un cristianesimo che non sempre è capace di testimoniare l’autentico messaggio di Cristo e che – come esemplifica lo stesso monsignor Delassus, citando Alexis De Tocqueville – non vede «assolutamente nulla nella notte in cui ci troviamo». Si è «… senza bussola, senza vele e senza remi, su di un mare sconfinato …» dove non si scorge da nessuna parte la spiaggia; dove si è stanchi di agitarsi invano e coricati «in fondo al battello», si attende l’avvenire (Il problema dell’ora presente, cit.,Parte Seconda, Cap. XXX).

In questo contesto, svincolando il concetto di cristianità da quello di cristianesimo, saremo di fronte a un cristianesimo incapace di fruttificare in quanto interamente ingabbiato all’interno di silenziose individualità il cui numero, sulla terra, potrà solamente ridursi progressivamente. Sino all’estinzione. Cosa ben diversa è quella che ha voluto ricordarci Chateaubriand ne I Martiri, quando fa dire a uno dei protagonisti: «Perdonate, o principi, questa cristiana libertà: l’uomo ha da compiere anche dei doveri verso il cielo»; e parla poi di «quel Dio che non autorizza l’infanticidio, la prostituzione del matrimonio, l’omicidio fatto spettacolo; quel Dio che mi copre delle opere della sua beneficenza; quel Dio che conserva i lumi delle lettere e delle arti e che vuole abolire sulla terra la schiavitù», ricordando anche che «… se un giorno dovessi ancora vedere i barbari alle mie porte, solo questo Dio, io lo sento, potrebbe salvarmi e mutare la mia languente vecchiezza in una giovinezza immortale» (Francois-René de Chateaubriand, I Martiri, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1952, pp. 257-258). Ecco il cristianesimo; ecco la cristianità: ci sono entrambi.