Come il ’68 ci ha rubato l’anima

Abstract:  come il ’68 ci ha rubato l’anima. Un popolo buono e semplice – come era l’Italia degli anni Sessanta – a cui l’invasione lanzichenecca delle ideologie, la peste che spazzò via i padri e il potere delle aristocrazie per sostituirli con una valanga untuosa e insopportabile di retorica giovanilistica come se i giovani avessero sempre ragione, anche se dicono sciocchezze o si mostrano intolleranti e prepotenti. per tutti i 56 anni che ci separano dal nefasto Sessantotto: ogni volta, ad ogni sussulto o cagnara studentesca, abbiamo visto attempati giornalisti, politici e intellettuali lusingare, coccolare e applaudire “i gggiovani”.

Lo Straniero blog 12 Maggio 2024

Il ’68, i manifestanti di oggi, la scomparsa dei padri, i giovani che cercano

il senso della vita. Un popolo a cui si è cercato di rubare l’anima

di Antonio Socci

I giovani, i giovani… quanti vecchi sessantottini sempre lì a blandire “i gggiovani”. Oggi come ieri, come l’altro ieri, una valanga di untuosa melassa, una sequela insopportabile di retorica giovanilistica, come se i giovani avessero sempre ragione, anche se dicono sciocchezze o si mostrano intolleranti e prepotenti. Com’è cominciata questa commedia?

Nella famosa poesia in cui si schierava con i poliziotti (proletari) contro gli studenti (figli di papà), negli scontri romani di Valle Giulia (simbolo ed esordio del ’68), a un certo punto Pier Paolo Pasolini scriveva: “Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle Università) il culo. Io no, amici”.

La sua ruvida constatazione, espressa nello sbrigativo slang giovanile (“vi leccano il culo”), sembra fotografare ciò che sarebbe accaduto da quel momento in poi, per tutti i 56 anni che ci separano dal nefasto Sessantotto: ogni volta, ad ogni sussulto o cagnara studentesca, abbiamo visto attempati giornalisti, politici e intellettuali lusingare, coccolare e applaudire “i gggiovani”.

In genere giornalisti, politici e intellettuali mainstream, quindi “de sinistra”, che sentono un’affinità ideologica con gli slogan e le idee – quasi sempre sgangherate, superficiali e ipocrite – urlate nelle piazze, nelle università e nelle scuole.

Questa è stata (ed è) la tragedia dei giovani che dal Sessantotto in poi – invece di avere a che fare con padri o maestri che dicevano loro la verità – si sono trovati ad essere blanditi, vezzeggiati, corteggiati, illudendosi davvero di rappresentare il Bene, la Purezza che combatte il Male e lo schifo del mondo. E illudendosi di essere coraggiosamente anticonformista (magari sostituendo i padri con dei padroni).

Tanti di noi sono passati da questa ridicola autoesaltazione, soprattutto chi è arrivato al liceo negli anni Settanta e di colpo si è trovato immerso in una sorta di Comune rivoluzionaria, con ragazzotti (perlopiù figli di papà) che poco prima avevano i pantaloni corti e che a fatica avevano letto un libro, che si improvvisavano focosi rivoluzionari pronti a sdottoreggiare nel gergo di un Marx di cui sapevano meno di niente.

Tuttavia bastavano un minimo di sincerità con se stessi e un po’ di senso del ridicolo, anche a 14 anni, per capire in pochi mesi come stavano davvero le cose.

La convinzione che mi feci allora, confermata dai fatti successivi, è questa: mi pare che, in buona parte, i giovani (compreso il me stesso dei miei primi mesi di liceo) siano il gruppo umano tendenzialmente più conformista, più manipolabile, più superficiale e più presuntuoso della società.

Infatti vanno facilmente dietro a idoli di cartapesta e a cattivi maestri come i topolini con il pifferaio di Hamelin. Non a caso – nel Novecento (ma anche prima) – sono stati adulati da movimenti e regimi totalitari e si sono intruppati così entusiasticamente. È perfino imbarazzante ricordare quanti e quali tiranni o regimi o ideologie hanno esaltato i giovani dal Sessantotto (e non solo).

Parte dell’attempata classe dirigente di oggi viene da quella stagione disastrosa e non l’ha mai veramente superata, spesso nemmeno quando – in apparenza – ha fatto il “salto della quaglia” nel campo politico opposto. Perché il problema del Sessantotto non era anzitutto politico: era esistenziale. Era spirituale.

Per la prima volta, in quei pochi anni, era stato spezzato (per molte cause) ogni legame morale con le generazioni precedenti, con ciò per cui loro avevano vissuto, con ciò che avevano costruito e amato nei secoli. Con la loro eredità spirituale e materiale.

In quel vuoto immane quella generazione si è persa. C’era una domanda di significato, di felicità che era dirompente e inevasa, ma che non poteva trovare risposta nella politica. Averlo creduto è ciò che ha portato al fanatismo ideologico e alla deriva umana di una generazione che poi ha conosciuto una violenza politica diffusa (quasi come una guerra civile) e il dilagare delle droghe a livello di massa.

Bisognerebbe rileggere quegli anni della contestazione giovanile – modello di ogni successiva replica – con tenerezza verso quell’ignara giovinezza, ma senza complice indulgenza verso i suoi errori, i suoi abbagli, la sua presunzione e la sua arroganza.

Ci vorrebbe il tocco lieve della letteratura per capirne l’anima. Mi è capitato di trovarlo in un romanzo in uscita proprio in questi giorni, Figli di ieri (Ares) di Elisabetta Sala. Uno sguardo raro. Specialmente in questi giorni è una lettura salutare. È un bellissimo romanzo di formazione. Lo consiglio caldamente a chi ha vissuto quegli anni e a chi non li ha vissuti.

Si tratta di un formidabile affresco della generazione che voleva cambiare il mondo (e non ha mai cambiato se stessa) vista attraverso la vicenda di due giovani, Costantino e Sara, che studiano al liceo Beccaria di Milano.

Lui, nato in Valcamonica, a dieci anni, nel 1965, segue la famiglia inurbata nella metropoli e – con il suo desiderio di vita, la sua ansia di giustizia e di sincerità – da montanaro adolescente si trova investito dal ciclone della contestazione studentesca.

Come Sara, personaggio affascinante e misterioso, con una famiglia disastrata alle spalle, che vivrà il cambiamento più sorprendente, più vertiginoso e alla fine drammatico.

È un romanzo che – come la migliore letteratura – sa vedere il dolore che sfugge alla sociologia e alla storiografia: coglie l’epoca dei cattivi maestri e l’anima inquieta di una generazione di figli senza più padri che desiderano essere amati e cercano il senso della vita (andrebbe letto insieme al libro-testimonianza di Luigi Amicone, Nel nome del niente).

Ma – sarà per l’ambientazione lombarda, sarà perché in fondo è la storia d’amore di due giovani travolti da uno sconvolgimento storico – il romanzo della Sala, pur non avendo nulla a che fare con la trama dei Promessi Sposi, rappresenta, come il capolavoro manzoniano, l’epopea di un popolo.

Un popolo buono e semplice – come era l’Italia degli anni Sessanta – a cui l’invasione lanzichenecca delle ideologie, la peste che spazzò via i padri e il potere delle aristocrazie ha cercato di rubare l’anima.

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