Carburanti: l’antica illusione di controllare i prezzi per legge

Atlantico quotidiano 26 Marzo 2026

Atene annuncia un limite ai margini su carburanti e alimentari per fermare la “speculazione”. Ma quando la politica decide quanto sia legittimo guadagnare, non corregge il mercato: lo paralizza

di Sandro Scoppa

Quando i prezzi salgono, la politica reagisce quasi sempre nello stesso modo: cerca un colpevole. Non si indagano le cause economiche, né si analizzano i costi di produzione, neppure si considerano le tensioni internazionali o la scarsità delle risorse. Si individua invece un responsabile immediato e facilmente riconoscibile: chi vende.

È dentro questa logica che il governo greco ha annunciato l’introduzione di un tetto ai profitti per carburanti e prodotti alimentari, con l’obiettivo dichiarato di impedire fenomeni di “speculazione” in una fase di forte instabilità economica. La misura, destinata a restare in vigore per tre mesi, nasce dall’idea che il problema dei prezzi elevati non sia la scarsità o l’aumento dei costi, sia piuttosto il comportamento delle imprese.

La funzione dei prezzi

Questa interpretazione è però una delle illusioni più persistenti della politica economica. I prezzi non sono numeri arbitrari decisi da imprenditori avidi. Rappresentano invece il risultato di una rete complessa di costi, rischi, investimenti, aspettative e informazioni disperse tra milioni di individui.

Quando il prezzo di un bene aumenta, spesso significa che quel bene è diventato più scarso o più costoso da produrre. Il prezzo più alto svolge allora una funzione fondamentale: segnala la scarsità e spinge nuovi operatori a entrare nel mercato, stimola investimenti, incentiva innovazioni e rende conveniente aumentare la produzione.

Limitare i profitti significa interrompere proprio questo processo di adattamento. Se lo Stato stabilisce quale sia il margine “accettabile”, chi produce o distribuisce quei beni non ha più incentivo ad aumentare l’offerta. In alcuni casi riduce la produzione; in altri rinvia gli investimenti o sposta le attività verso mercati meno ostili. Il risultato è quasi sempre lo stesso: meno beni disponibili.

Gli errori del passato

La storia economica offre precedenti quasi identici. Negli Stati Uniti, durante la crisi petrolifera degli anni Settanta, l’amministrazione di Richard Nixon aveva introdotto controlli sui prezzi e sui margini nel settore energetico nel tentativo di contenere l’inflazione. Il risultato non è stata la stabilizzazione del mercato ma la comparsa di lunghe code ai distributori e diffuse carenze di carburante.

In Francia, durante gli anni Quaranta e nel primo Dopoguerra, il controllo amministrativo dei prezzi alimentari e dei margini commerciali ha favorito invece la nascita di un vasto mercato nero, perché i beni scomparivano dai canali ufficiali e riapparivano a prezzi molto più elevati nei circuiti informali.

Anche l’Italia ha sperimentato politiche simili durante l’inflazione degli anni Settanta: controlli sui prezzi, interventi sui margini commerciali e restrizioni nel settore energetico hanno finito per irrigidire il sistema economico senza eliminare le cause dei rincari. In tutti questi casi il meccanismo è stato sempre lo stesso: limitare i profitti non ha ridotto i prezzi, ma ha contratto l’offerta, aggravando proprio il problema che si voleva risolvere.

Il punto è che i prezzi non sono decisioni amministrative. Sono il risultato di milioni di scelte individuali che riflettono informazioni che nessuna autorità centrale possiede. I produttori conoscono i costi, i distributori la domanda locale, i consumatori le proprie preferenze. Il sistema dei prezzi coordina tutte queste informazioni disperse. Quando lo Stato pretende di sostituire questo processo con un limite imposto dall’alto, il risultato non è una maggiore stabilità ma una crescente disorganizzazione economica.

Il mito del guadagno “giusto”

C’è poi un problema ancora più delicato. Stabilire un tetto ai profitti significa introdurre un principio profondamente arbitrario: qualcuno deve decidere quale guadagno sia “giusto” e quale sia eccessivo. In realtà, non esiste un criterio oggettivo per farlo. Il profitto dipende dal rischio assunto, dall’efficienza produttiva, dalla capacità imprenditoriale e dalle condizioni di mercato.

Trasformare il profitto in una categoria politica significa attribuire allo Stato il potere di stabilire quali guadagni siano legittimi e quali no. È un precedente pericoloso. Perché una volta accettato questo principio diventa difficile limitarne l’applicazione. Oggi riguarda carburanti e alimentari; domani potrebbe estendersi ad altri settori considerati “sensibili”.

Le economie più dinamiche non sono quelle che controllano i profitti, ma quelle che permettono all’offerta di crescere. Più investimenti, più concorrenza e più libertà imprenditoriale sono i fattori che nel tempo rendono i beni più accessibili.

Il vero problema dei prezzi elevati non è quindi il profitto. È la scarsità. E questa non si elimina con un decreto. Ogni volta che la politica ha tentato di sostituire il funzionamento del mercato con il controllo amministrativo dei prezzi o dei margini di profitto, ha finito per aggravare i problemi che voleva risolvere.

Il tetto ai profitti annunciato ad Atene sembra riproporre ancora una volta questa vecchia illusione: credere che limitare i guadagni possa rendere più economici i beni. La storia economica però suggerisce esattamente il contrario. Eppure, nonostante le numerose esperienze fallimentari, la tentazione di controllare il mercato continua a esercitare un fascino irresistibile sui governi.