Suicidi delle pornostar specchio del loro disagio morale

Pornostar le prime vittime del loro mondo

Abstract: suicidi delle pornostar specchio del loro disagio morale

Il Timone N. 236 Febbraio 2024

Pornostar le prime vittime del loro mondo

 Lo scorso ottobre, a soli 23 anni, si è tolta la vita La Russa mia split, giovanissima attrice a luci rosse ma la sua storia è la punta dell’iceberg: le esistenze stritolate da certo successo sono migliaia

di Matteo Carnieletto

Ci sono voluti cinque suicidi in poco più di due mesi affinché qualcuno iniziasse a parlare. Finiva il 2017 e iniziava il 2018. Una vita fa. Il Covid non era ancora arrivato, così come la guerra in Ucraina è quella tra Israele e Hamas. Era un mondo più leggero, per certi versi. Con meno ansie e preoccupazioni. Almeno sulla carta. Ma non per tutti. Non per le ragazze del porno. Il 19 novembre del 2017 Sheila Stylez, nome d’arte di Amanda Friedland, si trovava a casa di sua madre a Los Angeles e, proprio come quando era una bambina, va a dormire nella sua cameretta. Non si risveglierà mai più. Si era avvicinata al mondo del porno facendo la spogliarellista e la Camgirl. Poi l’ingresso nel cinema per adulti, un matrimonio finito male, l’addio alle scene e il ritorno. Infine la morte, ancora circondata da un alone di mistero, a soli 35 anni punto

«Non sono omofoba»

Da tempo nel mirino degli haters il 5 dicembre 2017 si suicida August Ames, il cui vero nome era Mercedes Gabowski. I suoi fan la accusano di omofobia solamente perché sui social aveva raccontato di aver rifiutato di girare scene hard con un attore che, in passato, aveva registrato film mentre faceva sesso con altri uomini: «Non metto in pericolo il mio corpo. Non so cosa fanno nella loro vita privata», aveva scritto. E poi, ancora, di fronte alle accuse: «Non sono omofoba ci sono tante ragazze che non girano scene simili per tutelare la loro salute». Le motivazioni, (più che sensate) non bastano ai follower, che proseguono a insultarla.

Mercedes aveva già sofferto di depressione e questa volta cede. Non regge le critiche, il caso mediatico che si è creato attorno a lei; decide di ammazzarsi. Passano meno dieci giorni e, il 13 dicembre, Yurizan Beltràn, che sul set si faceva chiamare  Yuri Luv, viene trovata senza vita dalla sua coinquilina, nel suo appartamento in California. Il suo corpo, freddo e rigido, è circondato da pillole. Quelle che non sono nel suo letto le ha ingoiate per farla finita. Aveva 31 anni. Secondo una sua collega, Odette Delacroix, Yurizan «era stupenda ma si lamentava di quelle più giovani che le rubavano i ruoli. Aveva appena fatto una festa a casa sua insieme a molte persone e il giorno dopo è morta. Era giovane e aveva iniziato la sua carriera da poco. Penso avesse una grande pressione sulle spalle. Il porno può essere difficile come primo lavoro». Già, e ora vedremo perché. Soprattutto per le donne, molto spesso usate, lasciate sole e gettate via, come fossero ferri vecchi da smaltire.

19 film in otto mesi

Poche settimane dopo, il 9 gennaio Olivia Nova, una giovane do soli vent’anni inghiotte volutamente una dose letale di sonniferi. Muore, era entrata nel mondo del porno da pochi mesi e già si sentiva sola. E usata. Il giorno di Natale lo aveva detto chiaramente. Nessuno era accanto a lei. I colossi dell’industria del porno le avevano spianato la strada, facendole pure credere di farle un favore: 19 film in meno di otto mesi. Per loro era una promessa. Che però non ha retto e ha deciso di farla finita. Qualcuno inizia a parlare Qualcuno inizia a chiedersi che cosa stia accadendo dietro le cineprese. Il 230 gennaio 2018 il Mirror raccoglie le voci dei fan, increduli di fronte a questa scia di morte e titola: Cosa sta uccidendo le nostre pornostar? Forse la risposta è proprio in quell’aggettivo possessivo: nostre. Se c’è qualcosa che accomuna infatti la morte di tante ragazze che hanno deciso di darsi all’industria del porno, è proprio il fatto che sono diventate un qualcosa da possedere. Non più persone, ma oggetti dei quali usufruire. Anzi, da sfruttare. E il discorso vale  sia per le case di produzione che cercano sempre nuova carne da macello da spingere sotto i riflettori, sia per coloro che, da dietro un monitor, guardano questa attrici concedersi. E che non possono reggere questa situazione, checché se ne dica. Non è infatti umano.

Prodotti da commercializzare

Certo, lo si può sostenere per qualche tempo, in base alla propria capacità di resistenza. Ma poi? Il cuore non mente. E non si tratta di essere bigotti o moralisti. Si tratta semplicemente di vedere nell’altro il valore che ha. E che è oggettivo. Provare a capire quali sono i suoi desideri più profondi, in particolare quello che assilla il cuore di ogni uomo e di ogni donna: essere amati davvero. Per quello che si è, e non per quello che gli altri si aspettano da noi.

Scrive John Edredge in Cuore selvaggio (Edizioni Ares): «Ogni donna ha le sue ferite; alcune sono ferite di violenza, altre di abbandono. Proprio come ogni bambino ha dentro di se una domanda, cos’ è per ogni bambina. La domanda di quest’ultima però non verte tanto sulla propria forza. No, il grido profondo che scaturisce dal cuore di una bambina è: “Sono degna d’amore?”. Ogni donna ha bisogno di sapere di essere meravigliosa, speciale, preferita». Ma questo il nostro mondo non lo vuole. Anzi: lo rigetta. Soprattutto quello del porno, dove nessuno e fondamentale e dove tutti hanno una data di scadenza, essendo prodotti da commercializzare.

Macinare visualizzazioni

Il 21 gennaio 2018 si ammazza anche la ventitreenne Olivia Lua, che si faceva chiamare Voltaire. Si trovava in un centro riabilitativo di West Hollywood per provare a curare la sua dipendenza dall’alcool. Prima di morire scrive: «La sento ovunque, non mi fa paura». Si ucciderà. Cinque vittime in poche settimane. Il dibattito sul porno dura poco ed è fatto a frasi fatte e stereotipi. Si dice soprattutto che le pornostar non reggono perché colpite dai soliti luoghi comuni contro le donne che non possono vivere la propria sessualità liberamente. Non è così, però. Anche perchè le morti continuano a esserci e sono sempre più frequenti.

L’ultima a essersi uccisa è l’attrice russa Mia Split, di 23 anni, il 31 ottobre scorso. La ragazza – come ha scritto Rocco Siffredi, che l’aveva scoperta – «ha deciso così bruscamente di lasciare questo mondo». I motivi del gesto non sono noti ma possiamo intuirli perché le altre storie, e sono centinaia, ce lo raccontano. Solitudine, oggettificazione, bullismo, male di vivere, mancanza di un senso. Ancora oggi i video di queste ragazze sono online. Chiunque può continuare a guardarle mentre, sotto l’apparenza di felicità e piacere, facevano il mestiere che le ha portare a uccidersi. Perché quello del porno, alla fine,  è solo un mercato, gratuito per i fruitori (e vi siete mai chiesti perché questo grande mercato ci viene regalato?), che deve andare avanti a macinare visualizzazioni. E morti.

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Quasi 130 decessi in 20 anni

Solo dal 1990 al 2009 secondo alcune stime, sono morte prematuramente almeno 129 pornostar. La cifra effettiva però è impossibile da quantificare con precisione, perché tiene conto unicamente delle celebrità, senza considerare coloro che restano nell’anonimato. E che, magari a causa di un solo video, rovinano la loro vita, tanto da togliersela, come nel caso di Alyssa Funkee, suicida a soli 19 anni. Oltre ai numeri, sono le cause di morte prematura a parlarci della sofferenza delle pornostar: Aids, attacchi cardiaci, suicidi e overdose.

Come si possa arrivare a tutto questo è stato ben illustrato da varie indagini, tra cui Pothways to health risk exposure in adult film performers, pubblicata sul Journal of Urban Health e realizzata con interviste approfondite a 28 attori del mondo del porno, 18 donne e 10 uomini. Da questa ricerca apprendiamo come «l’abuso di alcool e droghe» nel mondo a luci rosse «sono comuni, soprattutto tra le attrici». Le attrici in particolare risulta abbiano iniziato ad assumere droghe «per affrontare» il lavoro e un attore delle colleghe donne ha riferito: «Se fossero completamente sobrie senza alcool e senza droghe, ti garantisco che la maggior parte di loro probabilmente avrebbe dei crolli mentali». Un più recente lavoro uscito nel 2011sulla rivista Psychiatric Services ha confermato che «le attrici che lavorano nel cinema per adulti hanno una salute mentale significativamente peggiore nonché tassi di depressione più elevati rispetto alle altre donne della loro età»

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