Perché non possiamo non dirci kirkiani

Russel kirk

Russel Kirk

Liberal Anno IV numero 20 ottobre-novembre 2003

Vita, opere e filosofia di un “buon americano” (e occidentale)

di Marco Respinti

Nel 1965, Caspar von Schrenck-Notzing, oggi vero e proprio decano del conservatorismo tradizionalista tedesco, denunciava l’assassinio psichico e spirituale della Germania perpetrato con ampi margini di successo a partire dall’indomani immediato della seconda guerra mondiale da parte delle forze comuniste da un lato, delle forze liberal-progressiste statunitensi dall’altro (1).

Una critica circostanziata e serrata, che si scagliava senza mezzi termini contro l’«americanizzazione» dell’Europa occidentale partendo appunto dalla Germania, il Paese che, per ovvi motivi, subiva per primo e più fortemente l’impatto dei vincitori, ma dilatandosi e approfondendosi fino a divenire una vera e propria denuncia dell’«imperialismo» statunitense che rispondeva, imitandolo in maniera speculare, alla corsa egemonica dell’Unione Sovietica sull’Europa orientale.

Una finis Europae, dunque, che discendeva direttamente da quella «logica di Jalta» con cui le superpotenze poi vincitrici del secondo conflitto mondiale cancellavano, insieme al nazionalsocialismo, sua devianza, anche il corpo sano del Vecchio continente. Gli è però, che Von Schrenck-Notzing non corrispondeva affatto allora, né men che meno corrisponde oggi, al tipo umano dell’antiamericano, cantore di una vaga – mai precisata e quindi moralisticamente retorica – superiorità del modello europeo rispetto agli Stati Uniti esecrati e condannati quali origine di ogni male occidentale.

Il pensatore tedesco, infatti, faceva allora così come fa oggi lega con quella forze culturali statunitensi che rappresentano il meglio del conservatorismo nordamericano e che sono esattamente l’antitesi degli avversari omologatori denunciati nel suo saggio del 1965.

Accanto e assieme ai conservatori statunitensi, il grande conservatore tedesco identifica infatti in una comune matrice giacobina i molti nemici dell’Occidente – Europa e America assieme – storicamente incarnatisi nel nazionalsocialismo, nel socialcomunismo e nel liberal-progressismo. Fra gli «amici americani» in primis figura Russell Kirk, il «padre» del conservatorismo nordamericano del secondo Novecento. Il 2003 segna i cinquant’anni dalla pubblicazione del suo testo più importante e il 2004 ne marcherà il decennale dalla morte.

Contro il neogiacobinismo

Esulerebbe certo dal presente ambito entrare nel dettaglio di una ricerca storica e di una definizione teoretica del liberalismo, ma un (umile) rilievo d’intento esplicativo è a questo proposito opportuno, avendo poco sopra adoperato l’espressione «liberal-progressisimo» in senso critico negativo.

Il liberalismo, infatti, patisce almeno la distinzione tra «liberalismo classico anglosassone» e liberalismo di marca (cioè di origine e di sostanza) illuministico-giacobina, il primo descrivente più una condizione della realtà politica, il secondo un regime intellettuale di natura razionalistica e costruttivista, che spesso sfocia – si pensi ai filosofi Jeremy Bentham (1748-1832) e John Stuart Mill (1806-1873) (2) – nel socialismo e che quindi si sostanzia in «liberalismo progressista».

In lingua inglese, infatti, il termine liberal è venuto assumendo fra Ottocento e Novecento esattamente queste caratteristiche progressiste, così che il Liberalism è divenuto il grande antagonista, e addirittura il nemico, del Conservatism, il quale ha invece più di un punto in comune con il Libertarianism inteso come «liberalismo coerente». È del tutto evidente, infatti, che un autore come Caspar von Schrenck-Notzing utilizza l’espressione «liberalismo» in relazione agli Stati Uniti d’America nel senso illuministico e talora giacobino che questo termine assume in concomitanza della stagioni politiche segnate dai presidenti democratici Thomas Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt, ovvero regimi costruttivisti e utopistici, che da un lato hanno operato profonde modificazioni di politica interna in deciso contrasto rispetto all’Original Intent dei Padri fondatori della «democrazia che prega», e che dall’altro, in politica estera, hanno trasformato gli Usa in una «potenza progressista rivoluzionaria» a livello mondiale, di cui è peraltro difficile individuare un precedente storico se non la Francia degli anni Novanta del Settecento in piena bufera giacobina (3).

Ora, contro questi Stati Uniti, Stati Uniti deviati rispetto allo «Spirito del 1776», descritto come essenzialmente conservatore delle tradizioni classiche e cristiane europee, in nome degli Stati Uniti veri d’ispirazione grand’europea (4), a partire dagli anni Cinquanta del Novecento è (ri)sorto un movimento di pensiero che, dapprima patrimonio esclusivo di un piccolo ma pugnace nucleo d’intellettuali, ha saputo nel corso degli anni trasformarsi in movimento di opinione, in rete di organizzazioni giovanili e senior, in periodici e in case editrici, quindi in fondazioni e in think tank, infine addirittura in opzioni politiche concrete. Sarebbe ingenuo immaginare che tutto questo sia potuto nascere e crescere dalla mente e dalla penna di un uomo solo, ma è altrettanto vero che senza la pubblicazione, nel 1953, di The Conservative Mind: From Burke to Santayana di Russell Kirk (5) il secondo Novecento statunitense sarebbe stato decisamente diverso (6).

Un americano normale

Russell Amos Kirk nasce a Plymouth, nello Stato del Michigan, nel Settentrione degli Stati Uniti d’America, il 19 ottobre 1918, da una famiglia di origini puritane i cui antenati provenivano dalla Scozia. Privo in gioventù di una religiosità cosciente e positiva, nell’ambiente familiare viene educato a una moralità naturale tipica della provincia nordamericana. Dal 1936 al 1940 frequenta il Michigan State College of Agriculture and Applied Science di East Lansing, diplomandosi in Storia.

Dal 1940 al 1941 studia alla Duke University, di Durham, nel North Carolina, conseguendo il titolo di master of Arts sempre in Storia. La tesi, dedicata allo «statista-piantatore» virginiano John Randolph (1773-1833), viene pubblicata nel 1951 con il titolo Randolph of Roanoke: A Study in Conservative Thought: è la prima opera di Kirk. Nel dicembre 1941 entra nell’esercito e presta servizio militare fino al 1945. Nella desolazione del deserto di sale dello Stato dello Utah, dove viene dislocato, si dedica allo studio della filosofia stoica classica.

A partire da questa esperienza Kirk affina la propria sensibilità conservatrice, conquistando un concetto di libertà inteso soprattutto in senso morale, come trionfo sulle passioni disordinate. Così anche per i concetti di ordine e di autorità, ora visti come condizione dell’autentica libertà personale. Lo studioso si dedica quindi all’attività della ricerca e della produzione culturali – si definisce un «uomo di lettere» indipendente – divenendo presto uno degli autori più influenti e rispettati della cultura antiprogressista nordamericana.

Dopo una disputa con i colleghi sugli standard accademici, lascia l’incarico di assistente alla cattedra di storia della Civiltà al Michigan State College, ricoperto dal 1946 al 1953. Dal 1948 al 1952 compie gli studi per il dottorato in Lettere presso l’antica università scozzese di St. Andrews, oggetto nel 1954 di un’opera omonima. Pubblicata in versione rielaborata nel 1953, la tesi, The Conservative Mind: From Burke to Santayana – poi From Burke to Eliot – diviene un classico imprenscindibile della cultura conservatrice angloamericana.

Nel villaggio dei taglialegna di Mecosta, fondato da un suo avo nel Michigan centrale, Kirk abita la casa dei bisnonni e trasforma un vecchio edificio in una biblioteca ricchissima: Piety Hill diviene così meta di studenti e di studiosi, nonché sede di seminari residenziali organizzati con l’Isi, l’Intercollegiate Studies Institute di Bryn Mawr in Pennsylvania, oggi nella nuova sede di Wilmington nel Delaware, con la Marguerite Wilbur Eyer Foundation della California e con l’American Council on Economics and Society del Michigan.

Oggi Piety Hill è la sede di The Russell Kirk Center for Cultural Renewal, presieduto dalla vedova Annette Y. Kirk, che lo dirige assieme al genero, Jeffrey O. Nelson, vicedirettore dell’Isi. Rifuggendo il mondo caotico delle grandi città industriali per «tornare alle radici» – familiari e culturali – lo studioso costruisce dunque una comunità umana stabile il cui perno è la sua famiglia: nel 1964 sposa Annette Yvonne Cecile Courtemanche – newyorkese, attiva nel mondo cattolico e conservatore della costa orientale, che nel 1981 viene nominata alla National Commission on Excellence in Education dal presidente Ronald Wilson Reagan – dalla quale ha quattro figlie.

Conoscenti, spiriti magni del conservatorismo angloamericano ed europeo, visitatori europei o profughi di diversi Paesi – dal Vietnam all’Etiopia dei regimi socialcomunisti – e pure un vagabondo amante della poesia, Clinton Wallace, trovano ospitalità presso i Kirk, spesso per anni. Il 1964 è anche l’anno del battesimo e dell’ingresso del pensatore statunitense nella Chiesa cattolica.

Sempre estraneo a tematiche professioni di ateismo, anche se in alcuni suoi scritti giovanili la difesa del patrimonio culturale e spirituale dell’Occidente si alterna ad alcune – evidentemente contraddittorie – critiche al cristianesimo, lo studioso si emancipa progressivamente da questa confusione attraverso lo studio, ma soprattutto la frequentazione di alcune persone e personalità che ne influenzano la ricerca spirituale, fino a determinarne la conversione.

La forma mentis del conservatorismo

Nel panorama affatto monolitico del conservatorismo statunitense – più un network che una «scuola» -, Kirk diviene dunque uno degli interpreti più coscienti, seri e fecondi del filone definito «tradizionalista» e fra i «tradizionalisti» pone enfasi particolare sul pensiero di Edmund Burke (1729-1797), primo critico della «Rivoluzione di Francia», fondatore del conservatorismo anglosassone, nonché difensore del concetto di «libertà ordinata», della cristianità e del diritto naturale secondo la concezione classica e cristiana (7).

In The Conservative Mind Kirk descrive la bisecolare eredità filosofica burkeana presente nel mondo anglosassone e la propone al rinascente, ma ancora acerbo, mondo della destra nordamericana contemporanea in un momento in cui molti sanno cosa non volere – il radicalismo, il progressismo e le ideologie di sinistra – ma pochi possiedono una visione del mondo organicamente e positivamente alternativa.

La rinascita burkeana degli anni Cinquanta – la riscoperta del diritto naturale e l’opposizione cosciente al relativismo, all’ideologismo e alle ideocrazie frutto del 1789 «francese» – ha in Kirk un protagonista e un promotore. Burke – erede ed emblema di un patrimonio culturale e religioso plurisecolare – diviene dunque la cerniera che ricompone in un’unità le sparse membra della destra statunitense e che permette l’elaborazione di un pensiero contemporaneo filosoficamente non moderno.

Se il movimento conservatore nordamericano contemporaneo non sempre coincide perfettamente con l’opera kirkiana, sicuramente ne viene però animato in maniera intensa e duratura: lo testimoniano le trenta opere pubblicate in vita; le centinaia di saggi, di articoli e di recensioni; nonché le decine di simposi e di conferenze non solo in ambito anglosassone (Kirk giunge più volte anche in Italia), come le serie svolte presso The Heritage Foundation di Washington e poi raccolte in The Politics of Prudence del 1993 – tradotto in italiano con il titolo La prudenza come criterio politico (8) – e in Redeeming the Time, uscito postumo nel 1996.

Lo studioso si occupa di storia, di critica sociale, di letteratura e di filosofia politica, ma pubblica anche racconti surreali, ghost story, favole e thriller più o meno «metafisici», nonché storie nate da esperienze di viaggio in America, in Europa e in Africa. Pur intervenendo ad hoc in diversi aspetti del dibattito culturale contemporaneo del suo Paese, la produzione kirkiana si caratterizza come una ricerca continua nella storia delle idee guardata dal punto di vista delle «realtà permanenti», che nel linguaggio del poeta e critico angloamericano Thomas Stearns Eliot (1888 -1965) – amico e maestro di Kirk – valgono sostanzialmente il concetto di philosophia perennis.

A Program for Conservatives, del 1954; Beyond the Dreams of Avarice: Essays of a Social Critic, del 1956; The Intemperate Professor, and Other Cultural Splenetics, del 1965; Enemies of the Permanent Things: Observations of Abnormity in Literature and Politics, del 1969 sono opere importantissime. Edmund Burke: A Genius Reconsidered, del 1967, ed Eliot and His Age: T.S. Eliot’s Moral Imagination in the Twentieth Century, del 1971, si pongono come le biografie intellettuali «dell’alfa e dell’omega» della forma mentis conservatrice che lo studioso nordamericano insegue e descrive lungo le due sponde atlantiche del mondo culturale anglosassone. Dunque, The Roots of American Order, del 1974 – tradotto in italiano come Le radici dell’ordine americano.

La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo (9) – America’s British Culture, del 1993, e Rights and Duties: Reflections on Our Conservative Constitution, 1997 – edizione ampliata di The Conservative Constitution, del 1990, uscita postuma – dipingono un grandioso affresco delle origini prossime e remote della nazione americana, nonché della cultura a esso soggiacente, condotta lungo linee interpretative del tutto antitetiche rispetto alle interpretazioni correnti marcate da preconcetti illuministici e progressisti.

E in opere come queste trova adeguata illustrazione la Grande Tradizione occidentale – il patrimonio giuridico, letterario, metafisico e filosofico-politico classico, il monoteismo ebraico e il cristianesimo – che, già cuore dell’approccio burkeano alla storia, anima il «tradizionalismo» conservatore anglosassone. Contro le pedagogie progressiste Kirk scrive Academic Freedom: An Essay in Definition, del 1955, e Decadence and Renewal in Higher Learning: An Episodic History of American University and College since 1953, del 1978. Del 1989 è il manuale per le scuole secondarie superiori Economics: Work and Prosperity.

Collaboratore di periodici americani ed esteri, sul quindicinale National Review fondato da William F. Buckley jr. – dal primo numero nel novembre del 1955 fino al dicembre del 1980 – tiene la rubrica From the Academy, dedicata all’educazione. Nel 1957 fonda il trimestrale Modern Age (oggi, pubblicato dall’Isi, è il più importante periodico del conservatorismo culturale nordamericano), cedendone ad altri la direzione due anni dopo; nel 1960 assume la direzione della fondazione The Educational Reviewer e in questa veste fonda e dirige il trimestrale The University Bookman, oggi diretto dalla vedova e dal genero; e dal 1962 al 1976 firma la rubrica periodica To the Point.

Dal 1988 dirige la collana The Library of Conservative Thought dell’editore Transaction, di New Brunswick nel New Jersey, pubblicando molti volumi di autori classici e opere nuove. Senza mai assumere cariche politiche ufficiali, sostiene le candidature presidenziali di Robert A. Taft (1889-1953) (nel 1967 firma, con James McClellan, The Political Principles of Robert A. Taft), di Barry M. Goldwater e di Reagan. Del resto, il suo consiglio viene richiesto e ascoltato da diversi presidenti statunitensi.

Significativo è infine, il volumetto The American Cause (tradotto a puntate sul settimanale di cultura il Domenicale nell’estate scorsa), originariamente pubblicato nel 1957 e destinato ai giovani militari statunitensi impegnati in Corea contro il comunismo nel primo conflitto caldo della guerra fredda. Con l’intento di fornire una sorta di «manuale del buon americano», il testo è una summula dei princìpi autentici sui cui si regge la civiltà statunitense – il Mondo Nuovo dalle radici antiche – e un antidoto sobrio ma ficcante ai molti, troppi antiamericanismi che hanno segnato il secondo Novecento e che oggi conoscono edizioni aggiornate non meno insidiose.

Kirk muore il 29 aprile 1994, indirizzando uno dei suoi ultimi pensieri a Papa Giovanni Paolo II. Da allora la sua eredità culturale viene coordinata da The Russell Kirk Center for Cultural Renewal. Nel 1995 esce l’autobiografia postuma The Sword of Imagination: Memoirs of a Half-Century of Literary Conflict; le sue opere principali sono continuamente in edizione. Tutti americani, dunque, sulla scorta di Russell Kirk?

No, di certo; anche perché si tratterebbe del più evidente e stridente tradimento dello spirito kirkiano. Kirk, infatti, ha saputo e voluto descrivere la propria patria, gli Stati Uniti d’America, come discendenza e retaggio dello spirito classico-cristiano dell’Europa, non tanto e non solo preilluministica e pregiacobina – la madre, cioè, di tutte le ideologie e di ogni totalitarismo – ma fondamentalmente antilluminista e antigiacobina, inquadrando gli statunitensi di oggi esattamente come i medioevali di ieri pensavano se stessi in relazione ai propri antenati del passato classico.

«Noi siamo – dicevano appunto quei medioevali – … come dei nani seduti sulle spalle dei giganti» (10). Chiunque oggi, sia nel Nuovo sia nel Vecchio Mondo, dimentichi queste stature, o le inverta, o le ignori, non può che fare come il giacobinismo ha fatto nei confronti del passato classico e cristiano europeo. Il Novecento, il «secolo lungo» che inizia nel 1789 a Parigi, ha mostrato lucidamente gli esiti del retaggio giacobino.

Gli Stati Uniti di Russell Kirk, invece, nati a Filadelfia per imitazione e in riconoscimento di Gerusalemme, di Atene, di Roma e di Londra, desiderano e mirano a essere altro, ben altro. L’antidoto unico e vero al «lavaggio del carattere» denunciato a suo tempo dall’europeo amico degli americani – oggi probabilmente poco di moda in Germania – Caspar von Schrenck-Notzing.

NOTE

1) Cfr. Caspar von Schrenck-Notzing, Lavaggio del carattere. L’occupazione americana della Germania e sue conseguenze (Charakterwäsche. Die amerikanische Besatzung in Deutschland und ihre Folgen, 1965), trad. it. Edizioni del Borghese, Roma 1968;

2) «… Mill è il più grande avvocato del socialismo … e al suo confronto … tutti gli altri autori socialisti – Marx, Engels e Lassalle compresi – quasi scompaiono…»: Ludwig von Mises (1881-1973), Liberalismo (Liberalismus, 1927), trad. it. Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 1997, p. 264;

3) La felice espressione e il rilievo critico sono di Ramesh Ponnuru, Getting to the Bottom of This «Neo» Nonsense, in National Review, anno LV, n° 11, 16-06-2003, p.30. A commento, cfr. il mio «Usa a.D. 2003, fra neocon e realpolitik», in il Domenicale, Milano anno II, n. 37, 13-09-2003, pp. 1 e 10;

4) L’espressione è ispirata dallo storico olandese della cultura Henrik (alias Henri) Brugmans (1906-1997), «Magna Europa», in Les Cahiers de Bruges. Recherches européennes, anno 5°, I, Bruges marzo 1955, pp. 108-115. A commento, cfr. Giovanni Cantoni, «Dopo il Martedì Nero, coscienza della Grande Europa», in Cristianità, anno XXIX, n° 307, Piacenza settembre-ottobre 2001, pp. 3-7 e 10; e i miei «Geocultura dell’Occidente», in Percorsi di cultura politica, anno I, n° 2, Roma marzo-aprile 2002, pp. 29-49; «Apologia (meritata) della Grand’Europa», in il Domenicale, anno II, n° 1, Milano 15-03-2003, p. 9, ora in La cultura vuole te! «il Domenicale antologia», Edizioni del Domenicale, Milano 2003, pp. 53-58; e «L’America europea», in Percorsi di cultura politica, anno II, n° 2-3, Roma marzo-aprile/maggio-giugno 2003, pp. 94-102, nel quale traduco in italiano un brano del saggio di Allen Tate (1899-1979), What Is a Traditional Society? (1936), in Idem, Essays of Four Decades (1968), a cura di Louis Cowan, Isi Books, Wilmington (Delaware) 1999, pp. 547-557 (pp. 549-552 e 555-557 quelle tradotte);

5) Cfr. Russell Kirk, The Conservative Mind: From Burke To Eliot, con il saggio The Making of the Conservative Mind, di Henry Regnery (1912-1996), 7a ed. riveduta e accresciuta, Regnery Publishing, Wahington 1993 (1a ed. 1953);

6) Cfr. Lee Edwards, «Mezzo secolo di conservatorismo», trad. it. a mia cura in il Domenicale, anno II, n° 25, Milano 21-06-2003, pp. 6-7, ora in La cultura vuole te! il Domenicale antologia, Edizioni del Domenicale, Milano 2003, pp. 135-145;

7) Cfr. Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia (Reflections on the Revolution in France and on the Proceedings in Certain Societies in London Relative to that Event in a Letter Intended to Have Been Sent to a Gentleman in Paris, 1790; «Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia e sulle relative deliberazioni di alcune società di Londra in una lettera indirizzata a un gentiluomo di Parigi dell’Onorevole Edmund Burke», 1790), trad. it. a mia cura, Ideazione, Roma 1998;

8) Cfr. R. Kirk, La prudenza come criterio politico (The Politics of Prudence, 1993). trad. it. a cura di Anthony G. Costantini, Pio Colonnello e Pasquale Giustiniani, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2002;

9) Cfr. Idem, Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo (The Roots of American Order, 1974; 3a ed. 1991), con un epilogo di Frank Shakespeare jr., trad. it. a mia cura, Mondadori, Milano 1996;

10) Così Bernardo di Chartres, morto fra il 1124 e il 1130, citato nel Metalogicon di Giovanni di Salisbury (1110 circa-1180) e riportato in Etienne Gilson (1884-1978), La filosofia nel Medioevo. Dalle origini patristiche alla fine del XIV secolo (La philosophie au moyen age, 1952), trad. it. con presentazione di Mario Dal Pra, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze) 1983, p. 313.