I ”thug”: i veri ”misteri della giungla nera"

ThugPubblicato su Cristianità n. 267-268 (1997)

di Massimo Introvigne

*Articolo anticipato, senza note e con il titolo redazionale Thugs, criminali per Kalì, in Avvenire. Quotidiano di ispirazione cattolica, anno XXX, n. 139, 13-6-1997, p. 21.

India, 1830. Una carovana di viaggiatori percorre le strade e le giungle dell’immenso subcontinente. Incontra un’altra carovana, di simpatici mercanti. I due gruppi decidono di procedere insieme. I viaggiatori della prima carovana sono veramente contenti: i mercanti sono allegri, pieni di vita, suonano, offrono da bere e sanno raccontare in modo vivace le mille storie della tradizione indiana. Dopo qualche giorno, all’improvviso, si ode un segnale. I presunti mercanti buttano giù i viaggiatori dai cavalli.

Con consumata perizia alcuni immobilizzano i viaggiatori tenendoli per i piedi e per le mani, in modo che altri possano passare loro un laccio intorno al collo e strangolarli. L’intero dramma si è consumato in pochi minuti.I simpatici mercanti, in realtà, non erano affatto mercanti ma thug, adepti della temuta “setta” degli strangolatori della giungla. Gli italiani conoscono i thug se hanno letto da ragazzi i romanzi di Emilio Salgari (1862-1911), soprattutto I misteri della giungla nera (1) o almeno se ne hanno visto le più recenti versioni televisive.

Per gli inglesi i thug sono i protagonisti di qualche racconto particolarmente sensazionale di un nonno che è stato ufficiale in India, e la parola è passata nella lingua inglese per indicare un teppista o un bandito da strada. Gli americani, i cui miti sono più recenti, hanno visto i thug nel film Indiana Jones e il tempio maledetto, che è senza dubbio alle origini di un popolare gioco di ruolo incentrato sull’organizzazione degli strangolatori, la thuggee.

I thug, tuttavia, non sono un’invenzione della letteratura o del cinema. Sono veramente esistiti, e — a partire proprio dal 1830 quando William Sleeman (1788-1856) ne fa un caso nazionale nell’India britannica con una lettera alla Calcutta Literary Gazette. Journal of Belles Lettres, Sciences and the Arts (2) — sono al centro di un acceso dibattito, il cui orizzonte — che implica una valutazione del colonialismo e dell’incontro fra le culture — coinvolge problemi che non hanno perso di attualità ai nostri giorni.

Due volumi di recente pubblicazione in Francia offrono l’occasione per riparlare dei thug: la prima traduzione integrale dall’inglese delle Confessions of a Thug del 1839 (3), che il funzionario imperiale Meadows Taylor (1808-1876) aveva costruito infiorando in modo romanzesco la confessione di Amir Ali, un thug arrestato dalle autorità coloniali nel 1832; e l’esaustiva opera storica di Martine van Woerkens Le voyageur etranglé. L’Inde des Thugs, le colonialisme et l’imaginaire (4), che ripercorre la storia, i costumi e le pratiche dei thug e la loro trasposizione, non sempre fedele, nel discorso letterario e poi cinematografico.

Sulla base di queste fonti è possibile rispondere a tre domande: i thug sono veramente esistiti? Che cosa ne resta nell’India di oggi? Si tratta di una “setta” religiosa o di una semplice associazione a delinquere? La prima domanda non è assurda. Alcuni specialisti indiani contemporanei, violentemente anti-colonialisti, hanno seriamente sostenuto che i thug sono un’invenzione del colonialismo britannico, un archetipo dell’indiano “inferiore” e violento costruito da William Sleeman — insieme organizzatore della repressione dei thug e divulgatore della loro storia in Occidente — sulla base di generalizzazioni di episodi di criminalità occasionale e talora della condanna di innocenti giustiziati sulla base di semplici calunnie. Martine van Woerkens mostra che questa tesi — oggi, passata l’epoca di un certo anticolonialismo romantico e di maniera, enunciata raramente anche in India — non può essere seriamente sostenuta.

L’esame degli atti processuali mostra che la repressione dei thug è stata dura — 3.869 giustiziati — e che l’uso abbondante di “pentiti” e la distanza culturale fra giudici e accusati ha potuto certamente dare luogo a qualche errore giudiziario. Al di là dei casi individuali, William Sleeman e i suoi collaboratori riuscirono però certamente a dimostrare che i thug non solo esistevano ma erano responsabili di decine di migliaia di omicidi.

La repressione — severa ma non priva di tratti di moderazione: vita salva a tutti i “pentiti” e pene spesso commutate nel soggiorno presso istituzioni di “riforma” e di avviamento al normale mondo del lavoro, specie per i più giovani — fu inoltre accolta con favore dalla maggioranza della popolazione indiana, che non solidarizzava affatto con i thug, di cui compativa piuttosto le vittime. William Sleeman, del resto, con tutti i suoi pregiudizi eurocentrici, aveva scoperto parecchie cose sui thug e ne aveva largamente decifrato la lingua o lessico segreto, il ramasee, rendendo un servizio agli storici di oggi (5).

La repressione inglese, proprio grazie al favore della popolazione, ebbe successo, il che permette di rispondere alla seconda domanda: negli ultimi decenni dell’Ottocento in India non vi erano più thug nel senso proprio del termine. Questo non esclude che alcuni gruppi che hanno continuato a esistere fino ai giorni nostri, pur non essendo tecnicamente thug, conservino tratti e caratteristiche in parte derivate dagli strangolatori ottocenteschi. I pandas di Benares si presentano come un ordine religioso, ma le loro attività sono piuttosto ambigue. Essi accolgono viaggiatori convinti che morire a Benares liberi dalla ruota delle reincarnazioni.

Ancora oggi sono sorvegliati dal governo perché sospettati sia di derubare i loro ospiti, viaggiatori della buona morte, sia di “aiutarli” a morire più in fretta, il che — in un passato anche recente — è sicuramente avvenuto. I pandas — talora chiamati thug e dotati di un linguaggio segreto dove qualche parola viene dal ramasee — non lo sono, e obiettano che sono gli stessi viaggiatori a chiedere la loro collaborazione per essere certi di morire a Benares in un tempo e in un luogo favorevole. Ma qualche eco dei thug rimane, come rimane nelle imprese di banditi regionali — come una recente “Dea dei fiori”, assassina e capobanda per vendetta dopo aver subito una violenza carnale di gruppo e acclamata dalle folle al momento dell’arresto come incarnazione di Kalì — e in altri episodi dove si mescolano criminalità e religione.

Proprio questi episodi recenti rimandano all’interrogativo principale, che turba gli storici che si sono confrontati nel nostro secolo intorno al problema dei thug. Si è trattato di un movimento religioso o di un semplice fenomeno criminale? La risposta non è semplice, anche perché sulle origini dei thug le conclusioni non sono facili. Un pellegrino cinese, Hiouen Thsang, racconta di essere sfuggito a strangolatori consacrati a Kalì già nel secolo VII dopo Cristo, e il nome thug è attestato almeno dal secolo XIII. La storiografia maggioritaria pensa che i thug nascano come ala antinomica ed estrema di una frazione del grande movimento che va sotto il nome di tantrismo, quella che ha al suo centro la venerazione non di Shiva ma di Kalì che apare nelle vesti di Durga, madre che nutre ma insieme punisce e distrugge.

Ma i thug non sono tutti indù: ce ne sono anche di musulmani, e qui gli storici parlano di un sufismo eterodosso tentato da forme di sincretismo. Proprio in quanto non legati a una specifica religione — comprendono indù e musulmani — e neppure a una casta, i thug non sarebbero — secondo Martine van Woerkens — una “setta religiosa” nel senso che il termine assume di solito negli studi sull’India.

Non vi è dubbio, tuttavia, che le loro origini siano religiose, e che i thug — soprattutto secondo le testimonianze più antiche — abbiano sempre presentato i loro crimini come un gesto rituale a favore di sé stessi — come sacrificio propiziatorio a Kalì — e delle stesse vittime — che, uccise in modo rituale, sarebbero ipso facto sfuggite alla ruota della reincarnazione.

Semmai — secondo le parole di Feringhea, leggendario capo thug e in seguito “pentito” al servizio della giustizia inglese — nell’Ottocento i thug, troppo presi dalla cupidigia del bottino, avrebbero dimenticato la loro funzione religiosa e trascurato i loro riti, perdendo la protezione della dèa e votandosi così a una distruzione di cui gli inglesi sarebbero stati un mero strumento. Martine van Woerkens fornisce del resto altri esempi di confraternite indiane insieme religiose e criminali.

Il dibattito è oggi vivace in materia di “sette”, e alcuni introducono l’aggettivo “pseudo-religiose” per designare le “sette” che violano sistematicamente norme del comune diritto penale. L’aggettivo sembra mal scelto, e favorisce un certo relativismo per cui — una volta squalificate come pseudo-religioni le esperienze moralmente inaccettabili — tutte le esperienze che rimangono nel campo del religioso sembrano di uguale valore, o ugualmente “buone”. In realtà — come la storia dei thug ricorda — la vera distinzione non è quella, troppo facile, fra “religioni”, tutte buone, e “pseudo-religioni”, tutte cattive; ma fra esperienze religiose autentiche e non autentiche, legittime e non legittime, conformi e non conformi all’ordine morale naturale. Nei lacci dei thug — che pongono sulla religione un quesito estremo, che sfugge a ogni forma di riduzionismo — s’impiglia così, ancora oggi, il relativismo culturale che vorrebbe eliminare dalla storia delle religioni ogni forma di giudizio di valore e di quesito etico.

Note

(1) Cfr. Emilo Salgari, I misteri della giungla nera, Viglongo, Torino 1895.
(2) Cfr. To the Editor, lettera pubblicata anonima, Calcutta Literary Gazette. Journal of Belles Lettres, Sciences and the Arts, 16-10-1830.

(3) Cfr. Meadows Taylor, Mémoires d’un Thug, Phébus, Parigi 1995.
(4) Cfr. Martine van Woerkens, Le voyageur etranglé. L’Inde des Thugs, le colonialisme et l’imaginaire, Albin Michel, Parigi 1995. Le informazioni successive nel testo dell’articolo sono tratte, salvo diversa indicazione, da questo volume.
(5) Cfr. William Sleeman, Ramaseeana, or A Vocabulary of the Peculiar Language used by the Thugs, with an Introduction and an Appendix Descriptive of the System Pursued by that Fraternity, and of the Measures which have been adopted by the Supreme Government for its Suppression, G. H. Muttman Military Orphan Press, Calcutta 1836.