Così gli ideologi muovono i kamikaze

Takfir Il Corriere della Sera 

11 novembre  2003

La setta dei «takfir» ispira i nuovi terroristi islamici. Giustificando l’uccisione di musulmani

di Guido Olimpio

I terroristi si godono lo spettacolo. L’ultima strage di Riad ha spinto tutti sulla difensiva, costringendo i sauditi ad eccezionali misure di sicurezza e gli americani a chiudere ieri un’altra ambasciata. Quella di Khartum, in Sudan, ritenuta un possibile bersaglio. Ma gli estremisti potrebbero colpire ovunque. L’Arabia Saudita resta il terreno preferito, perché le ripercussioni politiche e religiose si moltiplicano. Però non si possono escludere altri Paesi considerati vicini agli «infedeli». Il Kuwait, la Giordania, l’Egitto. E, nelle ultime ore, anche la città israeliana di Eilat, sul confine giordano e vicina ad uno dei sentieri del terrore. Gerusalemme non esclude infiltrazioni dal deserto del Sinai mentre Amman è impegnata a proteggere la perla archeologica di Petra e lo scenario mozzafiato di Wadi Rum, due mete tradizionali per i turisti occidentali

I rischi sono accresciuti dalla linea adottata dai mandanti dei kamikaze: non importa se nell’esplosione muoiono dei musulmani. La tendenza, non nuova ma che era stata accantonata, è tornata d’attualità con il primo attentato di Riad a maggio e il massacro di Casablanca di pochi giorni dopo. A ispirarla alcuni ideologi sauditi e giordani, basati tanto nella regione come in Occidente, che imitano i «takfir». Un movimento ultra-estremista, nato in Egitto e poi esportato in Algeria, che ha assunto le caratteristiche della setta. Gli appartenenti non frequentano le moschee, predicano una rottura totale con l’ambiente circostante, considerano gli altri militanti «moderati», autorizzano il crimine nel caso possa servire alla causa.

«Siete autorizzati a mangiare anche il maiale se questo è utile per l’inserimento nella società nemica», ha spiegato uno sheikh rifugiato a Londra. Altri predicatori, preoccupati per le conseguenze immediate, distinguono tra l’uccisione dei governanti – compresi quelli sauditi – e le operazioni indiscriminate. Il primo atto è permesso perché «l’eliminazione di un taghut (despota, ndr ) è più facile che la rivolta contro l’intero regime». Un principio seguito da un corollario: l’uso delle armi è legittimo in caso di autodifesa contro gli eccessi della repressione. «Non credete ai disfattisti che sostengono che le azioni nella Penisola Arabica siano state un’avventura», hanno ribadito i seguaci di Osama in un messaggio destinato «agli emiri».

Dogmi, comunque, non incisi sulla pietra con la scimitarra e violabili a seconda della convenienza o del momento. Lo testimonia, in queste ore, l’iniziativa di tre importanti teologi sauditi che starebbero cercando di ottenere la resa di un buon numero di ricercati assicurando che non appartengono ad Al Qaeda. E’ questa un’area grigia, dai confini mai marcati. I terroristi, nei loro testamenti, citano apertamente la rete di Osama, gli offrono in dono la striscia di morte, cercano di accreditarsi come membri di un fronte internazionale. Forse ne fanno parte davvero.

O più semplicemente sono solo i responsabili delle cellule a poter vantare un passato con i mujaheddin in Bosnia, Cecenia e Afghanistan. I «soldati» invece sono entrati nel gruppo senza alcuna esperienza sui campi della Jihad. Hanno origini sociali e culturali diverse – dal povero al figlio del principe -, è facile influenzarli, sono affascinati dalla liturgia dello shahid, il martire. Non si contano i riferimenti, nelle loro pubblicazioni, ai «fratelli dell’11 settembre». E il commando di Atta ricorda da vicino la struttura delle cellule: coloro che dovevano pilotare gli aerei dirottati erano più solidi come preparazione dei cosiddetti «muscoli», i pirati che dovevano badare ai passeggeri in ostaggio.

La logistica degli attentatori, a sentire gli investigatori sauditi, funziona. Le armi arrivano lungo le vie del contrabbando con i trafficanti che usano i camion-frigorifero e i portacontainer sulle lingue d’asfalto che tagliano il deserto. Nelle zone più aspre ricorrono invece ad asinelli e cammelli forniti da tribù beduine trascurate dalle autorità centrali. Gran parte del materiale arriva dallo Yemen, dove i fondamentalisti continuano a godere di molti consensi.

Era questa l’origine di un Tir pieno di missili anti-aerei di fabbricazione russa intercettati qualche mese fa dalla polizia saudita. La sicurezza ritiene che dovessero servire per un agguato spettacolare ai caccia americani in transito. O peggio contro un jet passeggeri.

L’arsenale è stato usato in parte. Per i due attentati di Riad l’arma era rappresentata dalle bombe umane, i kamikaze, saliti a bordo di vetture piene d’esplosivo. Simile la tecnica, con i terroristi che ingaggiano un conflitto a fuoco per neutralizzare le guardie e poi attivano le cariche una volta giunti vicini all’edificio. Mosse studiate dalle videocassette prodotte in Afghanistan e poi esportate per i corsi a domicilio riservati ai militanti.

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