Cos’è il lavoro? Una prospettiva cristiana.

lavoro_libroOsservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân

9 giugno 2014

Presentato a Roma il libro di DeKoster.

di Omar Ebrahime

Ospitata presso la sala Marconi della Radio Vaticana si è svolta a Roma la presentazione dell’edizione italiana del saggio dell’editore e scrittore statunitense, di confessione calvinista, Lester DeKoster (1916-2009): Cos’è il lavoro? Una prospettiva cristiana (Cantagalli, Siena 2014, Pp. 144, Euro 9,50). Personalità creativa, tanto atipica quanto eclettica (quando morì la sua biblioteca personale ammontava a circa 10.000 libri) e pressoché sconosciuta in Italia, DeKoster nel secolo scorso fu uno dei più convinti sostenitori del significato intrinsecamente teologico del lavoro umano e della sua dimensione strutturalmente trascendente.

Il lavoro pubblicato da Cantagalli a trent’anni dalla prima edizione (Work, the meaning of your life: a Christian perspective uscì sul mercato americano per la Christian’s Library Press nel 1982) non perde però affatto di attualità e anzi in un tempo storico dove guadagnano sempre più spazio le letture materialiste (e persino ultra-materialiste) del lavoro, parallelamente a una radicale spersonalizzazione dei rapporti e delle relazioni umane, ricentra opportunamente alla radice la gerarchia dei valori sociali: il lavoro è per l’uomo (per il suo bene e al suo servizio) e non il contrario

Introdotti dal curatore dell’edizione italiana Giuseppe Sabella (direttore di Think-in), ne hanno trattato per l’occasione Sergio Belardinelli, professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Bologna “Alma Mater Studiorum”, Francesco Forte, professore emerito di Scienza delle Finanze presso l’Università di Roma “La Sapienza”, Raffaele Bonanni, segretario generale della CISL e monsignor Fabiano Longoni, direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana.

Il primo a prendere la parola è stato Belardinelli che ha sottolineato come la novità del libro stia nel fatto che questo «parla di lavoro in un modo non consueto nel nostro Paese», dove le riflessioni “alte” sul significato vocazionale e la missione che ogni lavoro in quanto tale possieda stentano ancora a decollare; si tratta allora di un testo «utile» proprio perché riporta l’attenzione degli studiosi sul fenomeno più inquietante – quanto diffuso – dell’epoca postmoderna: «la progressiva perdita di senso del lavoro».

Al contrario, DeKoster – riflettendo sugli insegnamenti biblici e sul Vangelo stesso – riteneva che «nel lavoro c’è la vita degli uomini», piaccia o meno, e che l’attività professionale è connaturata alla ricerca di felicità e di pienezza dell’essere umano che si “realizza” (appunto) da “animale sociale” proprio con e attraverso gli altri, non a prescindere, compresi i colleghi con cui è chiamato condividere la fatica professionale quotidiana.

Certo, parlando da credenti, abbiamo ormai un cammino già tracciato che lo stesso Magistero pontificio in tempi non sospetti ci ha indicato, in particolare «grazie a Giovanni Paolo II e alla Laborem Exercens» che hanno illuminato anche un altro aspetto dimenticato nell’accesa stagione di conflittualità sociale del secolo scorso: ovvero il fatto che il lavoro di per sé «è anche generatore di bellezza» e che ogni volta che l’uomo lavora non lo fa solo per rendere meramente più efficiente e funzionale la società in cui si trova ma anche per renderla più bella da vivere e quindi da contemplare.

Le ideologie hanno in gran parte rimosso e anzi avversato tutta questa dimensione colta di riflessione ma ad avviso di Belardinelli ci sono anche state delle eccezioni, come quella di Giovanni Gentile che – pur distante dalla prospettiva cristiana – in un’opera degli ultimi anni (Genesi e struttura della società, poi uscita postuma) tornava significativamente sugli aspetti civilizzatori del lavoro e sulla loro dimensione alta in funzione dell’elevazione morale complessiva della società.

A seguire è intervenuto Francesco Forte – uno degli ultimi allievi viventi di Luigi Einaudi – che si è soffermato in particolare sugli aspetti che legano il lavoro di DeKoster al capitolo IV del Codice di Camaldoli (ricordato più volte dal nostro Osservatorio quest’anno), specificamente redatto – come si ricorderà – da Pasquale Saraceno (1903-1991), Ezio Vanoni (1903-1956) e Sergio Paronetto (1911-1945), tutti uomini che ricopriranno poi importanti ruoli strategici a livello politico e istituzionale nell’Italia dell’immediato Dopoguerra e anche oltre.

In particolare, Forte ha sottolineato l’idea che vi sia «un dovere del lavoro» che precede «il diritto al lavoro» e dunque che se è vero che attraverso il lavoro l’uomo si realizza, tuttavia non è meno vero che questo costituisca anche un obbligo da onorare in vista della costruzione del bene comune e non solo una mera soddisfazione personale o, peggio ancora, individualistica. Ad avviso di DeKoster, allora, «il dovere della società non è la redistribuzione del reddito ma la piena occupazione», fermo restando che – fedele a una vivace tradizione anglosassone – ciascuno resta sempre e comunque «artista e sponsor di stesso» secondo una logica che mira a promuovere a lungo-termine il merito dei singoli (giovani o meno che siano) e non le rendite di posizione delle corporazioni consolidate.

In ogni caso, oggi più che mai, come ha detto Bonanni a seguire, occorre ri-scoprire il valore del lavoro in quanto tale perché «attraversiamo un’epoca di consumo e finanza» sfrenata che ha indebolito fortemente la percezione del lavoro reale a esclusivo beneficio di grandi attori speculativi internazionali, spesso legati peraltro in modo non proprio trasparente l’uno all’altro, che lucrano sui mercati altrui innescando meccanismi mortiferi sui processi economici globali, come la stessa crisi scoppiata nel 2008 ha dimostrato. E tuttavia il paradosso resta: nonostante non garantisca affatto circoli virtuosi e non produca immediatamente nemmeno beni o prodotti visibili, ancora oggi in assoluto «la finanza paga meno tasse dell’impresa».

Il segretario della CISL ha poi richiamato l’attenzione sulla necessità di tutelare la «coesione sociale» che nei periodi di crisi prolungata come l’attuale resta l’unico vero antidoto contro i crescenti fenomeni di disagio e solitudine che – se non tenuti nella dovuta attenzione dall’insieme della società e soprattutto dalle Istituzioni – possono trasformarsi poi in pericoloso bacino d’utenza per quel vasto mercato sotterraneo dell’illegalità e della piccola e grande criminalità che non conosce invece mai crisi.

Da questo punto di vista sarebbe auspicabile il ritorno a politiche pubbliche che – come insegna la Dottrina sociale della Chiesa – mettano decisamente al centro la persona e “le persone” in carne e ossa con i loro talenti evangelici (certamente da far fruttificare, non da nascondere sotto-terra) anziché i gruppi, le lobby o le grandi corporazioni. In conclusione, monsignor Longoni, convergendo con l’analisi di Bonanni, ha invitato i cristiani (sull’esempio di Papa Francesco) a coltivare di più la virtù fondamentale della speranza dandosi concretamente da fare per il bene comune e tutti gli altri (credenti e non credenti) a riscoprire l’‘importante dimensione relazionale del lavoro a cui si accennava in apertura e che offrirebbe – se approfondita – diversi spunti per potere uscire indenni dalla grave crisi in cui ci troviamo: una crisi, in ultima analisi, come suggerisce anche il libro, che non può che essere risolta da un ritorno sincero a Dio e al suo progetto di verità, di comunione e di amore con l’uomo.

L’edizione italiana del testo di DeKoster presentato a Roma, già disponibile nelle librerie, contiene inoltre due post-fazioni autorevoli: rispettivamente dello stesso segretario generale della CISL Raffaele Bonanni e di Stefano Colli-Lanzi, docente di economia aziendale presso l’Università Cattolica di Milano, nonché amministratore delegato di Gi Group. L’introduzione è firmata dal Presidente del nostro Osservatorio, monsignor Giampaolo Crepaldi.

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