Renzi e i cattolici in politica

renziComunità ambrosiana,

newsletter di Alleanza Cattolica in Milano

n.137-giugno 2014

 Marco Invernizzi.  

 

 

Care amiche, cari amici

Il fatto che Matteo Renzi venga presentato come esponente del mondo cattolico in politica da parte di Ernesto Galli della Loggia in un editoriale del Corriere della Sera suona strano. Galli della Loggia sa che non basta andare a messa la domenica per essere un cattolico in politica, cioè uno che vuole realizzare per quanto possibile i princìpi della dottrina sociale della Chiesa in una determinata circostanza storica. E sa anche che è uno strano cattolico chi vota a favore del divorzio corto, non si batte contro il ddl Scalfarotto, non dice nulla sulla penetrazione dell’ideologia di genere nelle scuole con la complicità o almeno il silenzio complice del suo governo.

No, Renzi non è un cattolico in politica ma neppure un democristiano. Questi ultimi hanno la grande responsabilità storica di non essersi opposti con tutte le forze al processo di scristianizzazione che ha investito l’Italia a partire dagli Anni Sessanta, ma erano o comunque mostravano pubblicamente la loro appartenenza a una cultura politica che aveva radici cristiane, grazie alla quale prendevano i voti.

Renzi è un postdemocristiano, non ha bisogno di esternare alcuna appartenenza perché il suo “cattolicesimo debole” ama nascondere la propria identità fra le pieghe della storia. Il giovane bravo ragazzo, magari molto furbo, che governa l’Italia può suscitare diverse reazioni, positive o negative, ma a nessuno verrà mai in mente che desideri “animare cristianamente l’ordine temporale”, come insegna il Concilio Vaticano II.

Per cui non facciamo confusione: semmai qualche cattolico pensasse di avere di fronte l’ultimo rappresentante di una presenza cattolica in politica si renda conto che, se di questo si trattasse, Renzi sarebbe solo la realizzazione di quanto predisse Antonio Gramsci quasi un secolo fa, nel 1919, di fronte al nascente Partito popolare: “Il cattolicismo democratico fa ciò che il socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida”.

Ma Renzi non ha nemmeno bisogno di suicidare quello che non c’è.

Questo è il punto più grave a mio avviso: la totale assenza, al governo e anche all’opposizione, di una presenza politica riconducibile alla storia del movimento cattolico. Quest’ultimo è nato dopo l’invasione delle truppe napoleoniche in Italia, quando i cattolici sono diventati una parte della società in conflitto con le altre ideologie che allora cominciavano a organizzarsi.

Per due secoli il movimento cattolico ha conteso con alterne fortune l’egemonia culturale del Paese, frenando la scristianizzazione e salvando almeno parzialmente un patrimonio di civiltà che aiutava le famiglie e le persone a vivere il cristianesimo nella quotidianità. Poi, con il modernismo e dopo la Prima guerra mondiale ha preso il sopravvento la corrente democratico cristiana che non voleva più, come meta, la costruzione di una società ispirata alla legge naturale e al Vangelo, ma faceva del pur necessario compromesso politico una meta ideale.

Oggi, finita l’epoca delle ideologie, anche la corrente democratico cristiana tende a scomparire all’interno di una società sempre più liquida e indistinta, senza ideali, dominata da una corruzione profonda, morale ma anche intellettuale.

Renzi è questo, non altro. È un uomo politico che va a Messa con la famiglia (una sola, naturale, e siamo tutti contenti di questo), ma non ha un ideale ispirato ai princìpi della legge naturale, del senso comune, della dottrina sociale della Chiesa. E quel che è peggio è che nessuno dei suoi oppositori è meglio da questo punto di vista, neppure a parole, non il Nuovo Centro Destra (dove ci sono i parlamentari più vicini a queste posizioni ma che non riescono a far sì che il partito abbia una linea politica chiara), non la Lega, non Fratelli d’Italia.

Rimangono i singoli, i trenta deputati che hanno votato contro il divorzio corto, il 5 per cento della Camera.

Facciamoli conoscere, aiutiamoli, sosteniamoli invece di adulare il Presidente del Consiglio. Sono pochi ma è quello che c’è. Almeno alla Camera. Al Senato vedremo.

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