Un’interpretazione del fascismo

marcia_RomaArticolo pubblicato su Il Tempo
14 gennaio 1984

LE CONNESSIONI TRA FILOSOFIA

E POLITICA

di Augusto Del Noce

Il nome di Costanzo Casucci è scarsamente noto al largo pubblico. Pure, è quello di chi ha esercitato una parte assai rilevante nella formazione di quella che suol venir detta interpretazione “revisionistica” del fascismo; dell’interpretazione, cioè, che pur senza la minima adesione, intende però recuperarlo alla storia, e ripensare l’intera tematica; allontanandosi perciò da quella «versione di guerra» che lo riduceva a semplice barbarie e pensava di poter chiudere il discorso con la nota frase «dove c’è cultura non c’è fascismo, dove c’è fascismo non c’è cultura».

L’ha svolta in due sensi: direttore nel ventennio tra il ’50 e il ’70 della sezione del Ministero dell’Interno e degli enti fascisti dell’Archivio Centrale dello Stato, e dunque il maggiore “archivista del fascismo”, è stato di incomparabile aiuto agli studiosi che si erano indirizzati a questo ordine di ricerche.

Inoltre, di questa storiografia revisionistica è stato uno dei promotori. Basta considerare un solo suo articolo pressoché da tutti ignorato, apparso sul Mulino del 1960 e riprodotto nel libro di cui ora intendo parlare, che può essere visto come il manifesto di questa svolta storiografica. Vi scriveva, e l’importanza giustifica la lunga citazione: «In effetti la storiografia sul fascismo patisce un difetto di fondo: un atteggiamento di invincibile, pregiudiziale opposizione che la porta ad una negazione tanto più assoluta quanto più frettolosa. Quasi una fuga da se stessi, una evasione angosciosa dal proprio vergognoso passato.

Ciò impedisce il realizzarsi della condizione prima per fare storia, identificarsi con l’oggetto della propria indagine, riceverne dall’interno ‘intero processo di sviluppo; nella fattispecie farsi fascisti con i fascisti. Questo limite inficia ogni opera storica che sia stata fin qui scritta, ogni critica che sia stata fin qui fatta, per cui in realtà si è impoverito il giudizio e spuntata la condanna che giustamente del fascismo si voleva promuovere». Dichiarazioni che, oggi, troverebbero pochi obiettanti (non sarebbe però esatto dire «nessuno»); ma allora!

Come concrezione delle tesi che si sono dette, curò, nel 1962, sempre per il Mulino, un’antologia sul fascismo in cui erano accolte le interpretazioni dei fascisti, quelle di antifascisti e quelle di postfascisti in ricerca di comprensione oggettiva. Nel tardo autunno dell’82 questa antologia è uscita in nuova edizione, triplicata nel volume, e preceduta da una introduzione di ottanta densissime pagine. ma la sua circolazione è stata scarsa e occorre rivendicarne l’importanza, l’utilità e l’attualità, dato che non è stato affatto superata dai tanti scritti di cui il centenario della nascita di Mussolini è stato occasione.

I fiancheggiatori radicali e socialisti

Circolazione scarsa per due ragioni. Oggi, per motivi complessi su cui ora è impossibile fermarci,ma che coincidono con una caduta del senso storico, l’interesse dei lettori va verso le biografie e verso i diari, piuttosto che verso i movimenti e le loro essenze ideali; benché quando questa considerazione manchi, le stesse personalità restano scarsamente intelligibili. Bisogna aggiungere che il titolo non è adeguato.

Chi legge: Il fascismo. Antologia di scritti critici, non può non pensare appunto a un’antologia; vale a dire a una scelta delle migliori pagine che sul fascismo siano state scritte, giudicate tali da un curatore che, per sforzi che faccia, non può prescindere dalla sua soggettività. Ma, in realtà, lo scopo del Casucci è del tutto diverso ; è quello di giungere alla comprensione dell’essenza del fascismo, facendo parlare i protagonisti non in quanto politicamente agenti, ma in quanto interpreti del fenomeno. Così nella prima parte sono gli stessi fascisti a presentare se stessi, nelle loro pagine più programmatiche e meno legate a operazioni politiche immediate, e così i fiancheggiatori, sia politici che liberali, radicali, socialisti, comunisti.

La ragione della forma antologica sta quindi nella ricerca di un massimo do obiettività; sulla sua convenienza o meno si può discutere, non sulla sua intenzione. La seconda parte tratta della ricerca nel periodo postfascista, cioè, in pratica, dal ’45 al ’60. La terza, della ricerca più recente.

Ora, la prima impressione che si ricava dal leggere le interpretazioni dei fascisti è quella della estrema eterogeneità delle forze che si associano. Si va dalla rivendicazione della tradizione di un’Italia barbara, non inquinata dalla Riforma e dall’Illuminismo, fatta da Malaparte, all’adesione dei futuristi, a quella dei sindacalisti di varia tendenza (tutti però in posizione critica rispetto al marxismo) da Rossoni a Angiolo Oliviero Olivetti a Sergio Pannunzio e alle sue tesi, seriamente pensate, sul sindacato di categoria e non di classe.

Si procede verso il corporativismo, e anche qui non si tratta di posizioni univoche; accanto a Bottai ci sono teorici di linee divergenti, Ugo Spirito e Carlo Costamagna. E poi, in direzione mentale del tutto diversa, c’è il rappresentante più intelligente e più rigoroso del nazionalismo, Alfredo Rocco, teorico coerentissimo, senza concessione alcuna, dell’opposizione nazionalista alla concezione liberale-democratica-socialista, vista come il principio di disgregazione.

E compaiono anche, se pure con influenza molto limitata, i reazionari puri come Vincenzo Fani Ciotti, critico di ogni traccia di psicologia umanitaria e democratica, così da ravvisare nella rivoluzione fascista l’esatta antitesi delle rivoluzione francese; ci sono i tecnocrati come Gino Olivetti, i ruralisti come Serpieri.

Ci sono, nell’ultima generazione fascista, i mistici che hanno punto cardine del fascismo la lotta di spiritualismo contro il materialismo; e Casucci ha fatto bene a raccogliere alcune pagine di Nicolò Giani, un giovane triestino caduto in guerra, che hanno un tale accento di sincerità e di disinteresse da imporre rispetto anche a chi abbia idee completamente avverse. C’è Gentile interprete della continuità tra Risorgimento e fascismo; ci sono tra i cattolici fiancheggiatori alcuni scrittori della Civiltà Cattolica che vedono nel fascismo l’avversario dei due mali moderni, il liberalismo e il socialismo.

In breve, ci sono gli “inventori” di liberalismo, socialismo e comunismo, e i loro negatori radicali; gli esaltatori di un futuro senza più traccia del passato e gli anelanti a resurrezioni di tradizioni interrotte dai movimenti rivoluzionari. Come sono state possibili queste aggregazioni? Si può pensare a un fascino di Mussolini dipendente dai tanti no che aveva pronunziato; l’assenza di una soluzione positiva chiara, il volontarismo indeterminato avrebbero giocato una funzione essenziale in suo favore.

L’Italia come grande potenza.

Questa interpretazione di un ascendente di Mussolini che sarebbe dipeso soprattutto dalle sue negazioni, particolarmente del comunismo e della democrazia, così da cementare un blocco conservatore comprendente anche quelle avanguardie letterarie e artistiche in buoni rapporti con la borghesia in ascesa, non è però adeguata.

Il Mussolini dell’ascesa al potere (e l’immagine durò a lungo) era visto come l’uomo che attraverso gli innumerevoli no era giunto a conciliarsi con l’idea italiana e a impersonare quella continuazione col Risorgimento (nonché di tutta la tradizione italiana, la romana e la cattolica) che non poteva esprimersi se non nella realizzazione dell’Italia come grande potenza; e come l’uomo che, insieme, in questo negativismo aveva enucleato quanto di positivo c’era nel nuovo; che rappresentava dunque, e in ciò stava la sua novità, la risposta non reazionaria al socialismo e al comunismo.

Né bisogna esagerare nell’antidemocratismo fascista: giustamente Casacci si accorda con De Felice nel riconoscimento del carattere rivoluzionario del fascismo nel senso che non frenava le masse, ma le attivizzava, e del carattere democratico in quanto non le escludeva, ma le coinvolgeva.

Il discorso sulla novità del fascismo porta dunque a quello sulle radici culturali, visto come primario rispetto a ogni altro. La tesi di Casucci è che il fascismo esemplifica quel che si può dire il “principio di Gramsci” (a cui del resto Gramsci era arrivato proprio attraverso la riflessione sullo scacco comunista nel primo dopoguerra), secondo cui è carattere delle società sviluppate che la conquista del potere politico passi attraverso quella del potere culturale. Ora, al momento della sua ascesa al potere, Mussolini trovò un consenso della cultura (di quella cultura che si era formata in Italia nei primi due decenni del ‘900) che ha scarso riscontro nella storia.

Ho scritto altrove, or sono parecchi anni, quando la discussione critica sul fascismo era agli inizi, che il mito di Mussolini come personalità cosmico-storica fu creato pezzo per pezzo dagli intellettuali della nuova cultura italiana, e che egli non fece che crederci, e che il pensiero che gli servì da guida fu quello di una rivoluzione che sarebbe stata più universale di quella sovietica, perché aveva accolto i risultati della critica idealistica italiana al marxismo.

Mentre i comunisti negli anni del primo dopoguerra perseguivano l’illusione di trasporre in Italia il modello della rivoluzione russa, Mussolini, persuaso anch’egli dell’esito rivoluzionario della guerra, pensò a una rivoluzione parallela, fondata sulla tradizione e la cultura italiana. Fallì e doveva fallire perché l’errore era nella stessa impostazione teorica; Ma si può dire sia fallita la stessa rivoluzione russa che mondiale nelle intenzioni, si inserì di fatto nella continuità della storia russa.

Attraverso un lavoro assolutamente autonomo, l’”archivista del fascismo” ha confermato, e l’ha dichiaratamente asserito, tesi che io già avevo proposto avendole raggiunte seguendo la via della connessione di filosofia e politica nella storia contemporanea; sia che, proprio per questo carattere filosofico, rischiavano di apparire ipotesi. E non so a dire quanto ne sia stato lieto; si tratta i una concordanza che è tanto più importante perché Casucci si iscrive in una linea che è lontanissima dalla mia, l’interventismo democratico dei Bissolati e dei Salvemini.

Sembra che per lui ci fosse in quegli anni del primo dopoguerra un’unica possibilità di resistenza al fascismo con probabilità di vittoria, quella dell’allineamento dei socialisti nella direzione dell’interventismo democratico ma questa forma di interventismo delle “libere nazioni” era stato battuto così dalla rivoluzione russa, come dalla pace di Versaglia che avallava ogni critica marxista o di “libertà”, le quali, strumenti di propaganda durante la guerra, si rivelavano poi schermi per patti di durezza materiale e di offesa morale imposti dai franco-inglesi ad avversari che avevano eroicamente combattuto accompagnati da un atteggiamento verso l’alleata Italia tale da giustificare l’apparenza della “vittoria mutilata”.

L’intervento democratico del “delenda Austria” (quanto appare oggi lontano!) non aveva già allora alcuna carta da giocare; né c’è da rimpiangerlo.

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